A cura di Annachiara Mezzanini
Non so bene da dove iniziare, dove poggiare le parole e in quale ordine. Da qualche minuto osservo una fotografia presa dal set e mi accorgo che le sensazioni cominciano a montare, del tutto soggettive, cariche di ricordi, prive di una qualsivoglia logica. Sono io di fronte a quella scrivania, a quello spazio domestico utilizzato per descrivere una vita e una realtà cinematografiche. È la camera di Elio, è la sua piccola tavola da lavoro, dove scrive e legge e ascolta la sua musica. Ci sono carte, ci sono libri, c’è qualche ricordo incastrato nella polvere e, tutto attorno, c’è la casa che respira nella stagione estiva. La luce mi fa ricordare la pioggia: i temporali estivi mi hanno sempre trasmesso una certa serenità e, da quando ho memoria, dai primi tuoni in lontananza fino alle ultime gocce calde, il mio naso si perdeva ogni volta negli odori sollevati oltre la finestra lasciata aperta e tra le pagine di qualche libro, fedele compagno. Questa foto, che mai mi apparterrà, mi riporta a quella terra e a quel tempo; dentro un’estate che, in fondo, so già che mi mancherà, per il semplice fatto che non l’ho mai vissuta.
Esiste, in fondo alla pagina, infondo alla pellicola, un mondo che non appartiene a nessuno, eppure è palese a tutti. Esistono gli spazi, le case, i cortili e le imprese che tra quegli ambienti prendono sostanza e voce; sono davanti ai nostri occhi, parlano molto di più delle battute, sono i luoghi che vorremmo visitare, ma che non esistono in questo mondo. Credo che questa presa di coscienza abbia generato in me, nel tempo, le più forti delusioni. Da bambina sognavo di scalare anche io l’albero del barone rampante, che tristezza scoprire che non era piantato in nessuna terra. Allo stesso modo, la prima volta che vidi nel silenzio della mia stanza a Venezia il film di Guadagnino, non riuscivo a staccarmi da un solo e semplice dettaglio: l’atmosfera. Poco mi importava di Elio, Oliver, il padre, la madre, l’amore. L’unico personaggio che mi stava sinceramente simpatica era Mafalda, la governante, la cui bocca era piena di sole verità e parole dialettali. Lei, che poteva aggirarsi per ogni stanza di quella casa stupenda, era l’unica presenza per la quale nutrivo un principio di invidia: ogni suo passo poteva calpestare il giardino e il palazzo, quel giardino e quel palazzo che sarebbero semplicemente perfetti, se solo fossero di mia proprietà. Di Mafalda invidiavo anche il tempo, lo stesso degli altri personaggi. L’Italia degli anni Ottanta, l’estate per sempre perduta di un’epoca di cui ho solo potuto percepire l’eco lontana, complici i ricordi di mia madre, le sue personali memorie dense di nostalgia. Mai potrò abitare gli spazi del film, mai potrò vivere i ricordi di un’altra persona. Eppure, perché sento questa morsa tra i ventricoli, come se mi fosse stato strappato per sempre un giorno importante, vissuto con passione?
Mi rimangono, quindi, soltanto gli sguardi altrui, quelli che grazie al cinema io stessa posso inventare e le parole di chi, quelle stagioni, le ha realmente viste. Le parole, come sempre, sono i tasselli di ogni dettaglio, i momenti che compongono un’intera esistenza. Tra le mille utilizzate in questa pellicola, io voglio ricordare quelle di Antonia Pozzi, il cui libro è stato regalato dal giovane protagonista al suo acerbo primo amore, preludio di un’amicizia. Anche io, a mio tempo, donavo libri per cercare di farmi capire, per comunicare chi io fossi davvero, cosa io stessi provando. Nel mio caso, galeotto fu Jack Frusciante è uscito dal gruppo ed Enrico Brizzi, anche se quel mio goffo messaggio, ora so, non venne subito recepito.
Tornando al film e al suo libro, le Parole di Pozzi sono apparse sotto al verde acido di una vecchia copertina, trattenute tra le dita di Elio e le confessioni di Marzia. Sono i segreti di un’identità, che si rispecchia in un giovane che le legge, ovunque si trovi, calato nella sua personale realtà. Dietro a quelle battute, dietro al materiale plastico e polveroso della pellicola, ristagnano emozioni che si rincorrono nel tempo e si fanno universali. Queste sono le parole. E dentro un’atmosfera che non mi dà pace – ma, al tempo stesso, mi ossessiona, riempiendo i miei occhi di immagini che vorrei toccare – qualcosa di me resiste e si aggancia alle scene, ripalesandosi ogni qualvolta io, nel futuro, ritorno a leggere e a vedere quelle parole e quei film.
Leggi davvero così tanto?
Cioè anch’io adoro leggere, ma non lo dico a nessuno.
Perché non lo dici?
Non lo so. Io penso che quelli che leggono siano un pochino riservati.
Nascondono chi sono davvero.
E, allora, chi siamo davvero? Forse ha ragione lei, Marzia, che comprende e conosce le cose, ancor prima che queste prendano vita e, scene dopo, accetta dalle parole di una poetessa quelle trattenute della sua prima delusione. Ha ragione lei, dicevo, in quando noi lettori siamo menti che si perdono in altre realtà, preferendo la dimensione immaginaria a quella tangibile che, per sua natura, è in grado di deluderci in ogni momento. Nelle pagine trovi sicurezza, puoi nasconderti così come esporti. Oltre alla parola, il pericolo persiste. Oltre al film, la mia vita rimane e tramuta.
Dentro, vive placida la fine di un’estate analogica, da qualche parte nel nord Italia.


