Di Gabriele Doria
- Sarai un po’ triste e solo nel mio lato.
- Il tuo lato è sempre stato un po’ triste e solo.
ma non mi metterei da nessuna altra parte.
Cuore di pulpebra.
Enrico Ghezzi
L’intera sanguinosa faccenda.
Kill Bill come peccato originale di cinema: e di tutto ciò che il cinema ha fatto e può fare; questo senso così di Tarantino, Tarantiniano, tarantolato per l’immagine; questo ri(s)bucare dalle palle degli occhi, ancora e ancora fino all’altra parte della lama, fino all’altro polo della linea della vita. Avanti e indietro. Vent’anni di Kill Bill, il quarto film di una cinematografia che nasce già sorprendentemente, miracolosamente matura, ringiovanendo il proprio manifesto programmatico, continuando ad abitarlo (caso unico: diversamente dai vari stanchi Von Trier). Ogni volta unica, la fine. Ogni volta unico, l’amore (per il cinema). Epigono e maestro? Sì; però vent’anni. E finalmente si potrebbe sperare di vederlo con occhi ripuliti delle infinite ultimogeniture, degli infiniti trend, allievi, eredi, mode e consumi, nell’infinito andar del tempo…E nei titoli di testa campeggiano a caratteri cubitali i nomi di quei produttori, i fratelli Weinstein, nome-epitome, archetipo dell’odio e ancora della vendetta. Un’altra ondata, non proprio nouvelle, ma di segreti di pulcinella. La stessa Uma Thurman ebbe a dire; sapevano tutti. Io so, ma non ho le prove – me too. E sono altri dieci anni. E quei nomi in una storia di vendetta femminile non sono un ridicolo “plot twist” postumo, ma un memento della contraddizione in cui siamo immersi.

Kill Bill a tredici anni come una perdita della verginità: ho rivisto un film, intanto, nel breve spazio tra il cinema e questa recensione, ed è Matador di Almodovar: uno dei suoi più ferocemente sessuali, dove la ley del deseo è voluta cosmica infestante e ironicamente freudiana: la madre, il figlio, l’avvocata, la psicanalista, il commissario e al centro di tutto ciò il fuoco cosmico del toro, del torero, la virilità concupita ed esibita, morte e resurrezione all’arena, il cazzo di fuori nel bagno dei maschi – al centro di tutto ciò: spada e impugnatura, il torero che non può smettere di morire, quindi, di uccidere. sta tutto nel gettarsi sulla lama; nel monologo del braccio.
Bill noi lo vediamo per la prima volta giocherellare con l’impugnatura della katana come durante una masturbazione. Masturbare il metallo. C’era il rischio di compiacimento, facendo un film del genere? Ovvio. Di manierismo? Il senso di una domanda del genere – avendo già momentaneamente escluso tutta la selva degli epigoni più o meno (s)fortunati: nessuno, se è una lama di Hattori Hanzo.
La lama va misurata sul palmo che insegue la linea della vita (ancora Almodovar: il matador sorride, e fa l’occhiolino alla strega, quando sa di dover morire), riflettendo occhi che misurano la feroce felicità dell’esserci, hic et nunc (ine)narrabile, riflessi anche noi dalla lama più perfetta che sia mai stata costruita. Vent’anni, e allora finalmente tentare di vedere pulito: non c’è più spazio per il pregiudizio, per le narrazioni successive, c’è n’è già stato troppo, e ora lo spazio è finito; lasciare che ogni manierismo digitale si sperda, che ogni colore desideri un altro colore, che ogni immagine desideri un’altra immagine.

Ogni frame figlio di un milione di altri e insieme padre – e spiritu – , lasciare reagire non più genealogie (Leone; ovvio; e poi: Kurosawa – Lady Snowblood – De Palma – Truffaut) ma costellazioni. È la ley del deseo. In qualche modo intuire, anche solo per un attimo, tutta l’enormità della costellazione di immagini mangiate, divorate ossessivamente e risputate. Il cinema: un impasto – di carne fresca. È l’hamburger di cui parlano i due rapinatori nevrotici all’inizio di Pulp Fiction , forse – a volere ancora di più far coincidere tutti i punti che platealmente si richiamano a vicenda.
Raro caso di autore che riesca a diventare culto di massa (pochi, pochissimi altri: mi viene in mente Lynch; ad esempio). Si dirà: ma il cinema di Tarantino nasce già popolare, è in qualche modo l’humus da cui si forma, senza snobismi. Nascita incerta, parto devastante: è la gloria bastarda del cinema. Tarantino come archivio di accumulo e rilascio. (Il desiderio del collezionismo: per Freud legato alla fase anale) Tarantino come Borges: una straordinaria, magnifica, labirintica ley del deseo dispiegata da una cultura sconfinata. Troppo?
Don’t let me be misunderstood
Non parlo di quella straordinaria fiducia, quel senso anche un po’ infantile che c’è ad esempio in Godard, quella necessaria forma di ingenuità e di grandezza: in Borges è quella tenerezza spietata che è tutto un riattraversarsi al passato; Tarantino è più smagato in questo; molto più senza maestri di quanto si dichiari – eccede chi guarda; l’immagine è una lama. Ma, come Borges, presiede a genealogie che esistono solo nel personale theatron intra-cranico sovraffollato ed eccelso, sviluppa cristallerie idiosincratiche e assommoir che esistono solo nella sua testa di ex venditore di videocassette pazzo d’amore e quando serve ne inventa di nuove (Grindhouse e il grande splendido tentativo di un’idea di spettacolo fuori dal tempo, ispirata ai vecchi doppi spettacoli d’exploitation, con tanto di trailer di film inventati e tutto un reimmaginar(si) (addosso) il passato – cioè: il futuro). Titanico anche nello sforzo di contraffarsi: contraffarsi attore, per Robert Rodriguez – Dal tramonto all’alba – e sceneggiatore per due magnifici fraintendimenti (Natural Born Killers, di Oliver Stone, e soprattutto True Romance, forse il miglior film di Tony Scott). E ancora e ancora. Prossimamente: David Fincher e le sue avventure di Cliff Booth, quel decimo film a cui poi ha rinunciato…
I sentimenti si consumano negli spazi.
Michelangelo Antonioni
Dicevo, Kill Bill come perdita di verginità cinematografica: a tredici anni per la prima volta l’occhio wide shut fissato sul niente, che travalica con energia inaudita; niente: perché non è correre, non è amare, ma: il tuo volto riflesso dallo schermo – venire colpiti all’improvviso e per sempre alla nuca da una forma di desiderio mai conosciuto prima – ridestarsi d’un lampo come Uma Thurman sul letto d’ospedale, e inizia il massacro: quel massacro che, innanzitutto, è l’adolescenza. Romanzo degenere di formazione: tra la splendida O-Ren che fa rotolare teste mozzate e il ridacchioso Pai Mei, che allena la sovrumana capacità di sopportare la tenerezza.
Kill Bill può anche essere un film sull’adolescenza, può anche essere una tragedia:
come quelle greche, una insopprimibile rete di ingiustizie inevitabili si riattivano l’un l’altra. Ci penso mentre la sposa si rivolge alla figlia della donna che ha appena ucciso, una bambina di quattro anni che la fissa: se un giorno vorrai la tua vendetta, io ti aspetterò. Perché è così: tutti i personaggi lottano strenuamente per la propria vita, al di fuori di qualsiasi complemento di salvezza, sapendo intimamente di avere un destino segnato. Come il matador di Almodovar, e come Elettra. Tutti desiderano la fine che ricevono, finanche Bill, che l’aveva preparata come una lunga, eccezionale coreografia di anni, e anni, anche nel proprio venir meno; il doppio disvelamento: della figlia rapita sottratta morta e risorta, e di quella tecnica fenomenale che fa scoppiare il cuore. Anche a noi che guardiamo.

In copertina: Cat by Tsuguharo Foujita

