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L’arte di fallire e i sogni infranti dei padri nel romanzo La mancina e nel film Il maestro

Di Serena Votano

 

Praticare uno sport come il tennis significa aderire a una geometria rigorosa, è importante rispettarne le regole, abitarne le misure, essere precisi. Eppure, quelle linee bianche così nette possono trasformarsi in una gabbia per chi ha in sé il talento ma non gli strumenti per sopravvivere alle proprie emozioni. È dentro questa tensione che si collocano La mancina e Il maestro, due storie attraversate dalla stessa figura ambigua e potentissima, quella del padre che sogna. Un sogno che non è mai neutro, perché finisce per tracciare una direzione, definire un orizzonte, restringere le possibilità. Entrambi i racconti si muovono lungo questa frattura sottile, quella che separa ciò che si è da ciò che gli altri si aspettano da te. Ed è proprio lì che prende forma una domanda difficile da eludere: i sogni dei genitori coincidono davvero con i nostri? O diventano, piuttosto, traiettorie imposte, binari da cui è difficile deviare? Come se esistesse un’unica strada possibile: vincere o fallire.

Nel romanzo di Giulia Della Cioppa, La mancina (Bompiani), Aleni cresce dentro un destino deciso da altri. Ha nove anni quando il padre le mette in mano una racchetta e per lui il destino della ragazza è già scritto: una carriera agonistica. Lei cresce dentro questo progetto prima ancora di potersi chiedere se le appartenga davvero. Accetta, non tanto per vocazione quanto per amore. Le vesciche ai piedi, il tremore delle gambe, la fatica ripetuta diventano il prezzo silenzioso di un amore filiale che si confonde con l’obbedienza. Perché amare, da bambini, significa spesso coincidere con lo sguardo di chi ci guarda. Crescere, però,  significa anche tradire. Nel momento in cui la sua infanzia si incrina, Aleni riconosce le grate della gabbia in cui è sempre stata stretta. La casa è attraversata da tensioni, da un conflitto genitoriale che non lascia spazio neutro. La madre, pittrice mancata e presenza aspra, non perde occasione per sminuire e deridere la natura selvatica della figlia. È forse la prima avversaria in casa. La madre ha smesso di lottare contro Nico e Aleni poco prima che la figlia parta per un’Accademia in un paese sull’Appennino centrale.

 


«Ci limitiamo a una comunicazione essenziale fatta perlopiù di mugolii e mimica facciale. Qualche volta si mette a cantare dei motivetti che inventa su due piedi, mentre si occupa delle faccende di casa, filastrocche piene di rime con l’intenzione di ferirmi. Ce n’è una che parla di una mela che non ha niente a che vedere con l’albero da cui è caduta e la mattina mi capita di svegliarmi con quello stesso motivo nella testa».

Nico ha proiettato sulla figlia il sogno di una carriera agonistica che a lui è stata negata. Questa canzoncina continua a risuonargli nella mente perché colpisce il punto più fragile della sua identità e quel destino che secondo il padre è già scritto. Sono parole che intrappolano ancora di più Aleni tra le aspettative dell’uno e il disincanto dell’altra.
«Sul match point penso a Marina, la sua immagine mi fa scivolare la racchetta dalla mano. È in grado di spingermi giù anche da lontano. So che mi vorrebbe sconfitta per rinfacciarmi che nessuna delle scelte che ho fatto mi porterà mai da qualche parte». Nico è remissivo nei confronti della moglie, mentre Marina frena in tutti i modi il suo entusiasmo per il talento della figlia, non si sa se per proteggerla dalle delusioni o per punirlo di averla lasciata. Essere “il progetto” di qualcuno comporta una condanna implicita, non essere mai abbastanza. Non per mancanza di talento, ma perché il parametro di misura non è interno, è sempre altrove. In questo scarto, tra responsabilità e insufficienza, prende forma la ribellione sotterranea di Aleni, una selvatichezza che cresce nel silenzio. Quanto costa la libertà? E chi ne paga il prezzo? Quale dolore comporta rompere l’alleanza con chi ci ha dato la vita?

 


Nel film Il maestro
, diretto da Andrea Di Stefano, questa dinamica si riflette e si deforma. Felice, tredicenne talentuoso, è schiacciato dalle aspettative di un padre ossessivo che ha già scritto per lui un futuro da campione. Il tennis non è un gioco, ma un sistema di regole, segnali, comandi: un linguaggio attraverso cui il padre continua a controllarlo anche a distanza. Quando entra in scena Raul Gatti, ex promessa mancata interpretata da Pierfrancesco Favino, il racconto cambia asse. Raul è tutto ciò che il padre di Felice non è: imperfetto, disordinato, fallito. Introduce Felice alla leggerezza, all’errore, perfino alla disobbedienza. Non è un modello educativo canonico, ma proprio per questo diventa occasione di verità.

Il viaggio lungo la costa italiana – tra tornei, sconfitte e incontri casuali – si trasforma in un percorso di formazione reciproca. Felice impara che perdere non è la fine del mondo; Raul, che forse si può ancora ricominciare. Il film costruisce così un elogio della sconfitta come possibilità di verità. Non è un caso che il cuore della storia non sia la vittoria, ma la libertà – quella che nasce quando si smette di essere ciò che altri hanno deciso per noi.


Se nel romanzo il conflitto resta interno,
quasi claustrofobico, nel film si apre nello spazio del viaggio.
Ma la domanda di fondo rimane la  stessa:
cosa resta, quando il sogno non è nostro?


Aleni e Felice, come Andre Agassi nel suo memoir Open, ci ricordano che dietro la costruzione di un campione si nasconde spesso una storia di resistenza. Perché il vero punto non è vincere o perdere, ma capire a quale prezzo si resta fedeli a se stessi.

In entrambi i casi, il talento – da sempre vissuto come una dote – finisce per essere una responsabilità, se non un vincolo. Il momento in cui si smette di credere che il proprio valore dipenda dallo sguardo di chi ci ha voluti in un certo modo è una frattura dolorosa, significa perdere l’approvazione, l’idea di essere “all’altezza”, perfino una certa idea di amore. Ma è anche l’unico punto da cui può nascere una libertà autentica.
Quando Giulia Della Cioppa scrive: «Il talento è come la fede. Se smetti di crederci lui scompare», non sta parlando solo di disciplina o fiducia in sé. Sta dicendo qualcosa di più ambiguo e feroce: che il talento esiste finché qualcuno – noi per primi – continua a riconoscerlo, a nutrirlo, a tenerlo vivo. La salvezza, per personaggi come Aleni e Felice, non è smettere o continuare a giocare, non è realizzare il sogno ma disinnescarlo. È riappropriarsi del senso del gesto, colpire una palla non perché “bisogna”, ma perché – ancora – lo si vuole. Oppure avere il coraggio di smettere, senza sentirsi una pippa.


 

In copertina: artwork by Carlo Carrà


 

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