A cura di
Annachiara Mezzanini
In questa notte d’autunno
sono pieno delle tue parole
parole eterne come il tempo
come la materia
parole pesanti come la mano
scintillanti come le stelle.
Dalla tua testa dalla tua carne
dal tuo cuore
mi sono giunte le tue parole
le tue parole cariche di te
le tue parole, madre
le tue parole, amore
le tue parole, amica.
Erano tristi, amare
erano allegre, piene di speranza
erano coraggiose, eroiche
le tue parole
erano uomini.
Hazim Hikmet, 1948 da Poesie d’amore, Oscar Mondadori, 2015
La vita tra le scale di un palazzo, nel suo androne, tra i pianerottoli, oltre le porte blindate e i loro zerbini. La vita degli altri nascosta dai buongiorno e dai buonasera di circostanza, scambiati davanti all’ascensore. Quello che quei saluti celavano, a me interessava fino all’ossessione. Era una sensazione fisica, come un morso, che mi impediva di andare avanti, di muovere un muscolo, di portare a termine ciò che avevo cominciato. La mia mente era là: su per quelle scale, distesa negli androni, carponi sui pianerottoli, con un piede sui loro zerbini e, finalmente, dentro alle loro porte blindate. Rincorrevo le voci e quelle che non potevo udire le inventavo. Rimanevo immobile, con l’orecchio appiccicato al pavimento della mia stanza, in cerca di un minimo rumore proveniente dal piano di sotto, testimone di una vita che ancora non conoscevo. Che, forse, non avrei conosciuto mai. Immaginavo quelle esistenze intrecciarsi, ritrovarsi negli spazi comuni e fare festa insieme. Immaginavo qualcuno che mi conoscesse e amasse così tanto da suonarmi il campanello all’improvviso, nel cuore del giorno, solo per chiedermi un caffè condiviso, un briciolo di compagnia durante i mestieri, una boccata di sigaretta sulla terrazza del palazzo. Avrei voluto essere una brava padrona di casa, una di quelle che ha mille vasi di fiori sul davanzale, il tappeto persiano sotto la tavola da pranzo e lo spazio nascosto tra i palazzi, sotto il cielo aperto, per poter ospitare tutti gli amici di sempre. Volevo vestirmi con caftani colorati e voluminosi, volevo perdermi in nuvole di profumo e risate accorate, udite dalla cucina con le mani sudice di cibo e spezie. In estate, avrei aperto le finestre, spazzato il terrazzo zeppo di oleandri e di camelie e di ortensie; avrei messo un disco in sottofondo, cucinato qualcosa di semplice e lasciato le chiavi di casa mia alle persone care: sarebbero entrate quando lo desideravano, senza preavviso, senza alcun disturbo. Nel cerimoniale degli incontri, avrei accolto tutti, abbracciato ogni invitato, aspettato con mal celata gelosia il momento dei saluti finali, quando solo i migliori restano a sparecchiare davanti alla città resa afona dall’ora tarda della notte.
Quando avevo circa dieci anni, aspiravo a essere come le donne che osservavo nei film di mia madre, quelli a cui lei si attaccava ogni tanto, di pomeriggio, e io la seguivo incuriosita, affamata di voci e di vite. Così, ho capito l’importanza del colore, dell’arredamento eccentrico, della drammaticità dei gesti, dei legami burrascosi, segnati dal tempo, ma sempre uniti, sempre validi e vividi (in ogni scena, dentro ogni personaggio).
La terrazza sarebbe stato un elemento imprescindibile, un po’ perché al tempo ne avevamo una, un po’ perché era presente in quel film che ho amato tanto. Quello sarebbe stato il fulcro: l’odore delle mattonelle di cotto sotto il sole, la polvere delle fughe che si mescolava alla terra delle piante e all’acqua della canna di gomma; l’odore del gazebo in legno e dei tendaggi messi per coprirci dai raggi d’agosto; l’odore della plastica nuova e poi consumata dei vari oggetti da giardinaggio. Ogni cosa avrebbe avuto la sua nota olfattiva e io, davanti alla tela, avrei saputo riconoscere tutto. L’altro elemento indispensabile sarebbero stati gli amici: le stesse persone dopo anni e anni. Quelle conosciute per caso, lungo i corridoi del palazzo, e quelle che mi sarei portata appresso dagli anni della mia giovinezza. In questo modo, immaginavo un futuro caotico, ma fermo dentro le mura protette di una casa immaginaria, vista dentro un film e fatta mia col tempo.
Quando arriva l’estate, io ancora penso ai miei antichi desideri di convivialità, ai miei sogni di bambina di stoffe porpora e ceramiche bianche a fiori blu. E allora riguardo i vecchi film, decido di perdermi ancora e ancora tra quelle case e quelle ambientazioni, senza mai dover camuffare la commozione, arrivata a certe scene.
Il libro dalla copertina rossa era stato in grado di unire due coppie, tre vite. Lui aveva conosciuto l’Altro durante la ricerca di quel volume scarlatto, il regalo perfetto da fare a Lei. E Lei, anni dopo, avrebbe conosciuto l’Altro ricordando quelle pagine, quelle parole, che nel tempo avrebbero mutato destinatario, ma mai significato.

Cercavamo tutti e due lo stesso libro.
A mio avviso, una bellissima dichiarazione d’amore.
Era la prima volta che conoscevo qualcuno a cui piacesse così tanto il mio poeta preferito.
La conferma del sentimento citato prima,
peccato che fossero i versi incisi nel cuore di qualcun altro.
L’amore clandestino tra Massimo e Michele, due dei protagonisti de Le fate ignoranti di Ferzan Ozpetek, nasce tra le poesie di Nazim Hikmet e si infrange tra le perline e il cemento della terrazza dell’amante, l’Altro. Antonia, la vera appassionata di poesia, sarebbe arrivata dopo, tra la crisi e la rinascita. Ma a me poco importava – e importa – del tradimento, della sconfitta, del lutto e della confusione. Ai miei occhi interessava – e interessa – delle parole e delle case; delle emozioni e delle vite stravolte ma salde di quelle persone sconosciute che si agitavano dentro la televisione. Così, appena fui abbastanza grande per capirci qualcosa in più, andai in libreria e chiesi lo stesso libro rosso, senza aspettarmi che qualcuno fosse lì alla cassa, prima di me, supplicando per avere lo stesso titolo. Portai a casa la mia copia, notando subito le prime differenze: la mia copertina era anche bianca e nera, macchiata dal solito bacio di Robert Doisneau e il titolo differiva di qualche sillaba. Per il resto, cominciai ad addentrarmi tra quei pensieri e, subito, mi persi sulle labbra di amanti e amici lontani da me, eppure estremamente vicini. Riguardai il film altre cento volte, imparando le canzoni e imitando le movenze delle mani e delle pupille dei personaggi. Mi annotai gli oggetti, i gesti e le battute fino a diventare parte della scenografia, un tutt’uno con la storia – che non era la mia. Con il tempo, la mia ossessione è diventata un granello piccolissimo di materia, intrappolata per sempre sulla plastica serigrafata del dvd. Graffio impercettibile, che raschia la pellicola e inceppa la scena. Io sono lì.
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