Di Elena Cirioni
C’è una parola che descrive con insistenza il tempo che stiamo attraversando: crisi.
Crisi climatica, politica, sociale. È una parola talmente usata da aver perso il suo peso originario, fino a diventare uno sfondo emotivo. Eppure, crisi non significa collasso, deriva dal greco krínein: separare, distinguere, decidere. Per i greci, in medicina, la crisis era il punto culminante della malattia, il momento in cui non era più possibile rimandare: o si guariva, o si moriva. Oggi la crisi ha cambiato natura. Non è più un passaggio, ma una condizione continua, uno stato di allerta permanente. In questa sospensione senza sbocco anche la narrazione ha mutato funzione. E così la letteratura smette di interrogare il reale e inizia a proteggerlo: ne attenua l’ambiguità, ne delimita i confini, costruisce trame riconoscibili. Raccontare non serve più a comprendere, ma a rendere il mondo più abitabile. Il prezzo di questa sicurezza è una distanza crescente dal presente e dalla sua complessità.
In questo contesto da lettrice e da autrice ho sempre cercato scrittori e scrittrici capaci di disarticolare le storie, di far riemergere dal passato i nostri traumi e i nostri rimossi. Non sorprende che queste voci si trovino sempre meno in Occidente e sempre più in territori segnati da fratture recenti, da storie tragiche non ancora sedimentate. Luoghi in cui le ferite non sono state rimosse, ma restano esposte. Come l’Europa dell’Est. È in questa parte del mondo che sono nate alcune delle esperienze letterarie più radicali degli ultimi decenni. Basti pensare alla scrittura estrema di László Krasznahorkai, o alla visione di Mircea Cărtărescu, così decentrata dal reale; eppure, profondamente immersa nel suo tempo. Una letteratura che non cerca di rassicurare, ma di destabilizzare; che non ordina il mondo, ma ne espone le crepe.
In questa stessa linea si colloca Olga Tokarczuk, la cui scrittura smonta il reale invece di ricomporlo. Nei suoi testi la narrazione non ricuce, non pacifica, non chiude: apre. Ed è proprio questa apertura fragile, instabile, non conciliatoria a renderla una delle voci più necessarie del panorama letterario contemporaneo.

Ho incontrato i suoi libri per caso. Mi aggiravo in una delle mie librerie preferite alla ricerca di un buon giallo. Per anni sono stata una divoratrice di letteratura poliziesca e noir; questo vizio letterario mi è rimasto e, quando sento il bisogno di qualcosa di leggero e avvincente, torno lì, tra quegli scaffali. Capita però che, mentre cerchi una cosa, ne incontri un’altra senza accorgertene. Così è stato quando ho visto una copertina fucsia, accesa, quasi aggressiva, e ho preso in mano il libro di questa autrice polacca. Già il titolo avrebbe dovuto mettermi in allerta: Guida il tuo carro sulle ossa dei morti, edito da Bompiani e tradotto da Silvano De Fanti. Non esattamente un titolo commerciale, piuttosto l’apertura di un varco enigmatico che si amplia fin dall’incipit, con una parola: Notte, scritta in maiuscolo, e con la protagonista, Janina Duszeiko, che prende subito la parola dichiarando il proprio credo astrologico. L’eccentricità di Janina, insegnante d’inglese appassionata di William Blake, mi ha conquistata fin da subito. La sua vita ai margini, lontana dagli uomini e dalle loro logiche di dominio, il suo tentativo ostinato di fare ordine nel caos del mondo attraverso l’astrologia, fino a trasformarsi in investigatrice di strani omicidi.
Tutto, nella scrittura del romanzo, mette in atto un decentramento: la struttura, la polifonia delle voci, uno sguardo radicale e volutamente antigerarchico. Anche la prosa segue questo movimento: limpida e scorrevole in superficie, ma profondamente perturbante, capace di destabilizzare senza mai alzare la voce. Per uno strano scherzo del destino ho finito di leggere Guida il carro sulle ossa dei morti su un aereo diretto a Cracovia, con il desiderio quasi irrazionale di chiedere al mio vicino di posto polacco tutto ciò che sapeva di questa autrice.
Capire a fondo Olga Tokarczuk significa soprattutto scavare dentro
la storia contemporanea della Polonia.
La sua voce si forma in un paese post-comunista
che ha cercato la propria stabilità e unità nazionale
nella costruzione di un cattolicesimo fervido e identitario.
Nel mio ultimo viaggio in Polonia sono rimasta stupita, mentre passeggiavo nella grande basilica del monastero di Jasna Góra, a Częstochowa, della quantità di giovani venuti per pregare davanti alla Madonna Nera. In tutto il paese si respira l’aria di un assetto religioso solido.
In questo scenario Olga Tokarczuk non è una voce di opposizione militante, forse questo ruolo per lei sarebbe fin troppo semplice. La sua voce disarticola le narrazioni di un paese unito dalla fede cattolica, dissotterra il passato e ne fa emergere i diamanti e i cadaveri dimenticati. Proprio questo lavoro di ricerca ha dato alla luce il suo capolavoro letterario che le ha fatto vincere il Premio Nobel per la Letteratura nel 2018. Un romanzo monumentale, di oltre mille pagine, articolato in trentuno capitoli numerati al contrario, in omaggio alla tradizione dei testi ebraici.
I libri di Jakub, edito da Bompiani e tradotto da Ludmila Ryba e Barbara Delfino, attraverso una narrazione frammentaria, voci intrecciate e un continuo slittamento tra documento storico e invenzione, racconta un episodio affascinante e controverso della storia ebraica centroeuropea. Jakob Joseph Frank (1726-1791) si proclamò la reincarnazione di Sabbatai Zevi, mistico ottomano del Seicento. Zevi nel 1666 si convertì all’Islam (forse per evitare una condanna a morte). I suoi seguaci interpretarono questa abiura scandalosa come parte di un disegno salvifico: il Messia per redimere il mondo, doveva attraversare l’impurità, incarnare l’orrore. Questa contraddizione è il fulcro di tutto il romanzo che esplora una zona ambivalente, tra fede, tradimento e identità.

Dentro questo universo narrativo le figure femminili non rappresentano solo un’alternativa, sono personaggi attivi per mettere in crisi il sistema maschile. Nei romanzi di Tokarczuk le donne non sono eroine per un mondo migliore, sono figure liminali, spesso eccentriche, emarginate e attraversate da ossessioni e acute intuizioni. Nessuna di loro chiede d’essere capita o legittimata dal mondo maschile, attraversano la storia portando il peso del loro ruolo consapevoli della propria identità. Nessuna di loro ha soluzioni e non consolano, agiscono con il loro sguardo, con le loro parole, incrinando il punto di vista maschile.
La letteratura di Olga Tokarczuk lascia contraddizioni aperte, fratture. Forse è per questo motivo che, una volta chiuso un suo romanzo, restano domande, possibilità anche ironiche, come questa battuta che chiude uno dei capitoli de Nella quiete del tempo, edito sempre da Bompiani e tradotto da Raffaella Belletti:
Ci vorrebbero comunque delle figlie.
Se all’improvviso cominciassero tutte a partorire
solo femmine, nel mondo ci sarebbe la pace.
È una frase che potrebbe sembrare marginale, un commento da conversazione domestica tra due donne e invece è un esempio del metodo Tokarczuk, di quello che potremmo chiamare il suo stile della soglia: stare sempre sul confine tra un registro e l’altro, tra l’intimo e il politico.
L’ironia non è decorativa, non alleggerisce. Fa quello che fa un bisturi: incide senza spargimento di sangue. In una sola battuta Tokarczuk condensa una critica al patriarcato, alla storia come dominio maschile, alla violenza sistemica. Riesce a farlo senza retorica. È questo il suo gesto più sovversivo: rifiutare l’enfasi da manifesto.

C’è qualcosa di profondamente teatrale in questa tecnica. Tokarczuk costruisce scene di apparente normalità, dialoghi quotidiani e poi, in una frase, disloca tutto. Il lettore si trova spaesato: ha appena letto qualcosa di enorme, ma il tono era quello di una chiacchierata. Non sa se ridere, se fermarsi a riflettere, se tornare indietro a rileggere. Perché lo stile di Tokarczuk è essenzialmente un metodo di conoscenza. Non descrive il mondo: lo interroga attraverso la forma. La frammentazione narrativa, i salti temporali, la polifonia delle voci, gli scarti di registro tutto concorre a impedire che il lettore si accomodi in una posizione stabile.
Ed è forse questa la lezione più radicale che ci lascia: una scrittura che non pacifica non è una scrittura che aggredisce è, piuttosto, una scrittura che resta in ascolto delle crepe, che abita l’incertezza senza pretendere di risolverla.
Una quiete, sì, ma una quiete che destabilizza.
Olga Tokarczuk, scrittrice e poetessa tra le più acclamate della Polonia, la sua opera è stata tradotta in trenta paesi e in cinquanta lingue. Ha vinto il premio Nobel per la letteratura nel 2018. Il romanzo I vagabondi (Bompiani 2019) le è valso il Man Booker International Prize 2018 ed è stato finalista al National Book Award. Nel catalogo Bompiani sono disponibili anche Guida il tuo carro sulle ossa dei morti (2020, finalista al Man Booker International Prize 2019), Nella quiete del tempo (2020), Casa di giorno, casa di notte (2021), I libri di Jakub (2023), Il tenero narratore e altri saggi (2024) e Empusium (2025).

