La poesia provvisoria di Vito M. Bonito

Di Giammarco di Biase


Bonito fa poesia in maniera del tutto provvisoria.

Mi spiego meglio, prima che qualcuno possa fraintendermi. Ci sono poeti che sono chiamati dalla poesia in più modi. Nessun vero poeta, premettiamolo qui, sta come individuo a chiamare la poesia per comporre i propri versi. Partendo da questa base, ogni penna viene onorata solo se sopravvive ad un altrove che si abbandona liberamente alla testa, sprovvisto per poi mettersi in cura, in stile, in linguaggio. Allora, arrivati a questo punto c’è chi viene richiamato ai dettati per una sorta di necessità intima, chi elabora quindi un trauma attraverso il suo nuovo concepimento, chi si fa cantore delle sue strade, dei suoi paesi, delle cose, dall’altro da sé. Vito M. Bonito è certamente chiamato dalla poesia, ma in tutt’altro modo.
Un modo complesso ma contemporaneo di esistere.

 


In
Firmamento (Argolibri) c’è una sorta di sorveglianza, come in tutta la poesia della sua mano. Le macchie, che diventano poi dei veri e propri tratteggi, vengono fuori da un modo di guardare il restante da noi non in maniera vasta, ma angolare. Il poeta guarda non da una prospettiva di lusso, ma aleatoria, quasi manchevole. Immaginate il cinema di Soderbergh –  o addirittura se non potete immaginarlo – pensate a dove può essere posta una telecamera fuori ad un supermarket, fuori da una gioielleria. Lì, in quella camera, il visibile diventa schietto, totale, panoramico perché utile e aderente ad una logica di meccanismi (immagine che asservisce, dunque addomesticata). Le telecamere del nostro mondo e i media servono a questo (e non è di certo una novità), a sorvegliare il soggetto, come una spia che però risalta solo allo sguardo calibrato, dottrinato al vuoto: una sorta di consumismo imperante dell’immagine,  quello che decora la “realtà” senza un vero principio del vero. Bonito scrive dimenticandosi di questo vero fittizio, togliendo la sua telecamera per creare un’immagine senza consumismi, senza presa diretta, che non si può così “guardare” ma solo “sentire per accostamenti”. Lasciando spazio ad una creatività portentosa, senza dubbio geniale, il poeta decide di dare un’occhiata alle cose esterne non con i suoi occhi ma con quelli di un’anima in pena, con gli occhi di uno spettro. Siamo qui, vicinissimi al punto: Firmamento raccoglie i testi (senza crearsi in una vera e propria antologia ma in un’opera nuova e calcolante) di un uomo che guarda da un’angolazione storpia e scomoda, senza dettagli, cosa fanno i vivi o gli oggetti o i bambini o chi sta per morire o chi è nel sangue della propria tragedia. Poesie uscite dalla penna di uno spettro che ascolta e guarda le sinossi, solo le sinossi, del mondo che non abita ma di cui è ospite inatteso e povero.
Derrida direbbe che vengono prima le parole della scrittura. Non è forse questo che fanno gli spettri di Bonito? La poetica dell’autore è rotta, quasi monocorde, orizzontale, irretita dalla consecuzione. Sembra puntata, laconica fino a cadere nell’ostracismo, nel confinamento. Gli spettri vivono con noi ma sono altro da noi, stanno nella cuccia di una losanga (ma questo è Lacan e qui non fa testamento – perché altrimenti si parlerebbe di fantasmi e non di spettri).
Nel panorama contemporaneo italiano oggi nessuno scrive poesie così, destinate a nessuno, poesie dove il capo e la coda sono sorrette dai vocii del ripostiglio, dove ogni cosa prende a farsi gioco, fumo, nebbia di un testo completo. Ecco, il Libro di Bonito, lungi dall’essere incompleto di forma è forma parziale, schizoide, psichiatrica, schizofrenica. Una poesia bellocchiana dove il tic della parola è una malattia che lascia libero di pensare e ripensare il verso. Un palazzo sventrato dove tira tanta aria, lingua libera di far entrare anche noi da lettori, anche noi solo da spettri. Ecco perché Bonito scrive una poesia per pochi, non per tutti. Un portale che si apre, senza l’uso della porta.


 

Poesie scelte

 

prego il buon dio di parlare con me
da studioso
il tempo è preciso alla lettura

mi accorgo di avere un cuore
ma non so quando lo potrò
raggiungere

 

****

viene dimesso
il 3 maggio 1807
come incurabile
non pericoloso

30 anni mai
una visita madre

 

****

non entrerai dice la pietra
ti manca il respiro

ogni respiro
ti ha rifiutato

 

****

mi avevi detto
che non morivamo

ma la luce ci apre

ci fa sottili sottili

in ginocchio

come gli angeli
come la carta

 

****

tu dimentichi
che ti ha parlato
lingua o cosa
credi che il buio
guarisca le stelle?

sei caduto
nella tua pace
si è fatto tardi

 

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perché tu non vuoi perché
tu non esci dall’invisibile
perché non mi uccidi che io

 


Vito M. Bonito (1963) vive a Bologna. Ha pubblicato oltre dieci volumi di poesia, tra cui Acrobeati (La Vita Felice, 2023), Soffiati via (Il Ponte del Sale, 2015 – premio Nazionale Elio Pagliarani 2015), Fioritura del sangue (Perrone, 2010), La vita inferiore (Donzelli, 2004); in ambito critico sono usciti i volumi Le parole e le ore. Gli orologi barocchi: antologia poetica del Seicento (Sellerio, 1996), Pascoli (Liguori, 2007). È tra gli autori dell’antologia Poesia del Novecento italiano (vol. II, Carocci, 2002). Ha scritto inoltre saggi su Montale, Beckett, Artaud, la Socìetas Raffaello Sanzio, Herzog e Korine. Da ultimo ha curato (con Jacopo Galavotti e Giacomo Morbiato) il volume di Cosimo Ortesta, Tutte le poesie (Argolibri, 2022). Di Soffiati via è uscita la traduzione inglese Blown away (a cura di Allison Grimaldi Donahue, Fomite Press, 2021).


In copertina: Tommaso Trini, Telemuseo. Una mostra + un dibattito in circuito chiuso televisivo, in occasione di Eurodomus 3 (Triennale di Milano, 14-24 maggio 1970).


 

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