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Aneddoti su L’aneddoto dei calchi

Di Gabriele Doria

 

 

Noi inventiamo noi stessi come unità
in questo mondo di immagini da noi stessi creato.

Nietzsche


Il corpo è un archivio.
Una volta piegato, se si stende di nuovo,
tenderà a cedere lungo la linea dell’antica piegatura
1.

 

 

Il titolo, innanzi tutto.

“Aneddoto” deriva dal greco antico: anékdotos, composto da an- (negazione) ed ekdidomi (pubblicare). Intendendo qualcosa di non pubblicato, spesso riferito a personaggi illustri, poteva trattarsi di qualcosa da tenere segreto. Oggi, lo sappiamo, l’aneddoto è il sale delle conversazioni collettive di una tavolata. Trattasi di “Breve narrazione arguta, piacevole e talvolta poco conosciuta”. Più difficile è definire cosa sia un calco. Deriva dal latino calx, “calcagno”, col significato originario di premere. Calcare è premere, col calcagno o altro, in modo da ottenere un’impronta.
Mi vengono in mente due cose, così di volata: la prima è una frase di Benjamin che proviene dal saggio su Leskov, su come il narrare sia sempre legato al lasciare un’impronta: il racconto reca il segno del narratore come una tazza quella del vasaio; la seconda è il significativo e più o meno sotterraneo rapporto che questo romanzo intrattiene con la danza classica, dove l’impronta, invece che all’esterno, viene scavata sempre più all’interno, del piede, del corpo, durante una instancabile conversazione col vuoto. Per ora mi basta. Magari ci torniamo poi.

 


Un primo aneddoto



Il caso ha voluto che leggessi
L’aneddoto dei calchi (Terrarossa), romanzo d’esordio di Maria Teresa Rovitto, a Napoli, dove il romanzo è ambientato. Ancora: mi trovo a leggerlo in stazione centrale, girovagando da un posto all’altro, mentre aspetto Aurora. L’innesco del romanzo è rappresentato da una performance di arte contemporanea, VB66 (2010) di Vanessa Beecroft, in cui delle modelle nude, completamente dipinte di nero, sono costrette a restare immobili per sei ore, richiamando i corpi carbonizzati dall’eruzione del Vesuvio del 79 d.C.
Per me è inevitabile pensare che Aurora oggi sarà anche lei ferma per ore, modella per un corso di make-up. Ore e ore di lavoro silente di cui rimarranno, esattamente come per una qualsiasi performance, soltanto fotografie.

Il romanzo di Rovitto non parla di make-up (altra particolare forma di conversazione col vuoto e, se vogliamo, di calco), ma credo voglia parlare di come l’arte possa cambiare la vita delle persone. Rigirandomi senza posa da una zona d’ombra all’altra, (sono nelle ore calde, molta gente si accalca) interrompo la lettura per pensare a cosa scriverò di questo libro e la frase “come l’arte possa cambiare la vita delle persone” mi sembra di una ingenuità insostenibile.
Inoltre, ho il sospetto che l’arte contemporanea non sia il vero centro del romanzo.

 


Le protagoniste del romanzo sono Zoa e Livia. Due nomi che proprio come le due parole del titolo portano un’impronta di classicità.
Zoa deriva da
zoé, che in greco antico significa “vita”. Livia è uno dei nomi aristocratici latini per eccellenza (Livia Drusilla era la moglie di Augusto), deriva da termini come “lividus” e “livor”, suggerendo una certa eleganza pallida, bluastra, portato di una riservatezza aristocratica. Contrasta perfettamente con Zoa/zoé, che invece sta a indicare qualcosa di abbagliante e luminoso. Ciò che è così diverso non può che attrarsi. Livia, archeologa – non a caso, potremmo dire – ed ex ballerina, ha un sussulto di vitalità quando Zoa, artista e vagabonda, le propone di sottoporsi con lei al casting per la performance di Vanessa Beecroft.

Il fatto che poi vengano effettivamente scelte è soltanto destinale- come in una tragedia greca, sembra inevitabilmente promesso da tempo. Completamente nere, (non) si vedranno nude per la prima volta, nel gioco sottile di un abbandono mai veramente accolto, quindi: di erotismo senza tregua, che circonda la prima parte del romanzo. Nella seconda parte, Zoa, che è tornata in Grecia, infesta la vita di Livia con la sua assenza.
Ecco, l’assenza. Mi viene in mente qualcosa che mi pare rilevante: il vero centro del romanzo è il rapporto tra visibile e invisibile; l’attrito inevitabile del risalire il crinale. 


Riformulo:
Come può cambiare la vita delle persone
l’attrito tra ciò che si vede
e ciò che non si vede?


Ha a che fare con l’arte, certo, nel dialogo fra ciò che è idea e ciò che ne è realizzazione. Ha a che fare con la danza, come detto prima. Con la malattia, come il morbo di Crohn, di cui è affetto il padre di Livia (mentre Livia è affetta dal suo preannunciarsi ereditario – dal suo calco?). Ha a che fare con la morte, ovviamente, e con il destino. Ha a che fare con la parola aneddoto, secondo l’etimologia. Ha a che fare soprattutto con l’amore.

Certo, il visibile è sempre foderato d’invisibile2: innanzitutto nella lettura che sto svolgendo ora, continuando a spostarmi da un punto all’altro del parcheggio degli autobus dietro la stazione centrale. Cerco un punto dove potermi sedere abbastanza comodamente. Una lunga parte di dialogo silenzioso tra Livia e l’uomo della sicurezza di origine africana di una boutique di profumi costosi, dove la protagonista ama indugiare anche a costo di essere guardata con sospetto, lo leggo mentre un uomo della sicurezza di origine assolutamente napoletana allontana un accattone di origine africana, sulla base del sospetto3. Come obbedendo a una propria coreografia imparata a memoria, fa ampi gesti teatrali. Ciondola, scherza platealmente in dialetto napoletano, fa alcuni passi nella mia direzione. Alzo gli occhi e interrompo la lettura.
(Siamo ancora nell’aneddoto, dunque. Ed è un’altra immagine. Commercio col vuoto di immagini).

Fuori e dentro l’immagine: questa sincronia potrebbe definirsi un calco?

Gradiva di Wilhelm Jensen è un racconto che viene letto da Sigmund Freud come parabola del desiderio che attraversa e anima l’immagine. Un giovane archeologo, Norbert Hanold, si ossessiona per un rilievo antico che raffigura una giovane donna in cammino (la “Gradiva”, colei che avanza). Se ne innamora, inizia a fantasticare sulla sua esistenza reale e finirà a cercarla a Pompei, dove crede che sia morta secoli prima. Incredibilmente, la trova: o meglio, a Pompei incontra una ragazza reale che lui sovrappone completamente all’immagine del suo desiderio. Commercio col vuoto: quindi, col desiderio. Per Freud è la vittoria del desiderio che libera dal patologico.

 

Vanessa Beecroft


Nella performance di Beecroft i corpi si prestano ad essere investiti dall’immaginario, dal feticismo, dalla macchina spettacolare? Certo. È inevitabile, lo sanno anche le protagoniste. Ma Norbert Hanold si innamora dell’immagine vera, o del suo calco? Cosa sta rivestendo, riempiendo di vuoto?

E non sarà mica che le due amiche, così diverse eppure durante la performance ugualmente pietrificate, annerite, immobilizzate, finiscano per essere scambiate (per scambiarsi) una per il calco dell’altra? E chi sarebbe il calco di chi? Una delle scelte di Rovitto nel definire i suoi personaggi è quella di non definirli affatto – fisicamente. Che la seconda parte inizi proprio con un personaggio che si renda conto di non avere mai saputo che aspetto avesse Bruno, l’ex di Livia, sembra quasi un momento di meta-romanzo. Ciò che conosciamo dei protagonisti, e lo stesso vale per i personaggi secondari, non sono che aneddoti. Il flusso della narrazione è costantemente deviato, detournato dalla passione per l’aritmia. Non c’è personaggio che non sia circofuso dalla propria aura aneddotica: da Zoa, raminga inclassificabile, clochard rimbaudiana, graffitara e vittima di non richieste attenzioni sessuali, a Livia con i suoi intermezzi di ballerina classica (là dove si impara come si sta al mondo), e i suoi continui ricordi (della nonna, della madre, di Bruno), alla solitudine familiare della drag queen Patty; il mercante d’arte la cui esistenza sembra puro aneddoto, sessuale o no; fino alla geologia consunta di un padre tutto ricompreso nella propria leggenda privata. I personaggi così si definiscono da sé all’interno di un inesausto tessuto di cause ed effetto, rientranze e sollecitazioni, quinte e ribalte, abbandono e tregua. In qualche modo non si rendono mai tangibili, pure con tutto questo parlare di corpo. Leggendo mi sembra una scelta assolutamente coerente.

 

VB66 (2010) di Vanessa Beecroft

Mi sono ormai da alcuni minuti seduto sul gradone di marmo scuro vicino alle scale mobili che portano alla metropolitana. Sono abbastanza comodo, anche se il posto non è il massimo. A poca distanza ci sono i secchi dell’indifferenziata. A un certo punto alzo gli occhi: davanti a me c’è un clochard. Con gli occhi mi sorpassa. Si apre la patta con destrezza insospettabile e inizia a pisciare seminascosto dai colorati secchi. Alcune donne vanno e vengono parlando di Michelangelo, di diritto privato. Sono studentesse di giurisprudenza e si stanno scambiando degli appunti con cui sperano di risparmiarsi almeno “sette-dieci giorni”. Quella che si accorge per prima della minzione si allontana con circospezione. Un corriere nano che sembra uscito da una visione di Lynch scatta una foto al pacco che sta per consegnare al bar della stazione. All’improvviso so perfettamente cosa sia un calco. Mi viene in mente un passaggio splendido di Edgar Wind, non ricordo da dove – e sono quindi già nell’aneddotica – dove nelle donne fracassate dal dolore ai piedi della croce vengono riconosciute le iconografie tradizionali delle menadi danzanti che si strappano i capelli nell’orgia dionisiaca. Questo frammento abbastanza warburghiano mi riporta a una notte berlinese di alcuni anni fa, quando sulla metropolitana davanti a me era seduto un altro clochard, alto e snello, fard sul viso e ombretto turchese sugli occhi. Aveva un’espressione estatica, tipica della rivelazioni. Mi accorsi dopo qualche secondo del liquido che stava santamente spandendo sul vagone.

In un meraviglioso saggio del 1925, Walter Benjamin riesce a spiegare con chiarezza il suo concetto di permeabilità parlando della città di Napoli. Per il filosofo Napoli è “porosa”:
Si scansa il definitivo, il consolidato. Nessuna situazione, per come essa appare, è pensata una volta per sempre. Nessuna figura reclama il suo “così e non altrimenti”.
A Napoli più che mai il basso si mescola con l’alto, il dentro si confonde col fuori, la casa con la strada, il lusso con la miseria, il giorno feriale assorbe il festivo e il Cristo alla parete convive con la blasfemia. Colta in una infinita storia di improvvisazione, un elemento architettonico transita nell’altro senza soluzione di continuità, così come il sonno nella veglia.
La materia con cui è composta la vita reale sembra pure spugnosa, e continuamente impastata all’aneddoto. Forse dall’aneddoto è realmente impressa, e prende la sua forma. In quello che Benjamin definisce come uno spazio di improvvisazione senza fine, palco e platea si mescolano. Chi è guardato, e chi sta guardando?

Qual è il calco?

Intanto lo spettacolo continuava. Patty fu la prima drag a inarcare la schiena e, mentre le altre la imitavano eseguendo la coreografia, Livia pensò che l’indomani, dopo il lavoro, sarebbe finita a casa sua ad aiutarlo con gli elettrodi per alleviare il dolore provocato dalle ernie lombari 4..



Note

1 M.T.Rovitto, L’aneddoto dei calchi, p.85
2 Merleau-Ponty
3 Un bambino come tanti, cap.IV, Prima parte
4 M.T.Rovitto, L’aneddoto dei calchi, p.108


Maria Teresa Rovitto ha pubblicato testi su riviste, come Nazione Indiana e In allarmata radura, e nelle antologie L’ordine sostituito (déclic edizioni) e L’ora senza ombre (Pidgin Edizioni). Ha vinto il concorso Esordi di pordenonelegge con la silloge Beautiful feet – أقدام جميلة (La Gialla – Samuele Editore). L’aneddoto dei calchi è il suo primo romanzo.


In copertina: VB66 (2010) di Vanessa Beecroft

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