Giocare il tempo. È quello che sembra fare Milo De Angelis quando scrive poesia. Ed è un gioco elegante, da numero 10 d’altri tempi, tra le linee, sospeso. Si porta dietro le luci soffuse di una Milano romantica e inquieta, la sua Milano.
Affascinante nei movimenti quanto nella voce calda, ipnotica, con cui ha tenuto un toccante reading poetico tra il silenzio vibrante, a tratti commovente, del pubblico della Notte Bianca della Poesia nella città vecchia di Giovinazzo, in Puglia, il 9 luglio scorso. L’evento, organizzato dal Presidente dall’associazione Accademia delle Culture e dei Pensieri del Mediterraneo Nicola De Matteo, e dal Direttore Artistico Gianni Palumbo, giunto alla sua tredicesima edizione, ha visto come protagonisti anche i poeti Vittorino Curci, Valerio Magrelli, e Guido Oldani.
Spenti i microfoni, seduti al tavolo di un bar, con un’acqua tonica e una mezza minerale, ho passato il pomeriggio con De Angelis parlando di poesia, donne, relazioni, amore…
Da Somiglianze a Linea intera, linea spezzata quarantacinque anni di parole tra la sua prima e la sua ultima pubblicazione poetica. Chi è Milo De Angelis nei silenzi tra un libro ed un altro?
Credo di essere un poeta circolare: il primo e l’ultimo libro si raggiungono e in qualche modo si parlano e continuano a parlarsi. Ci sono poeti del fiume, poeti dello svolgimento e poeti invece del lago. Ecco mi sembra di essere un poeta del lago, un poeta ossessivo che torna – sia all’inizio sia alla fine della sua opera – su pochi temi ripetuti senza tregua. Tra un libro e l’altro mi immergo il più profondamente possibile in questi pochi temi.
Uno di questi temi ricorrenti è il cortile, luogo improsciugabile dove scoprire i propri limiti
ed i propri valori, una palestra, per misurarsi e prepararsi al mondo fuori. Qual è il corrispettivo del cortile per chi inizia a scrivere poesia?
La memoria, il ricordo, il continuo tornare su ciò che è accaduto costituisce una sorgente infinita. Più attingi acqua da questa sorgente, più ne ritrovi la volta dopo: un luogo improsciugabile, come dicevi.
Ha qualche fantasma che ritorna e incontra tra le righe, che sottintende e richiama, sottovoce, quando si siede a scrivere poesia?
Il fantasma delle persone che hanno lasciato un segno profondo, anche se non abbiamo avuto modo di vivere insieme, di approfondire questo segno. Questi incontri sfiorati, queste “rose che non colsi” come direbbe Gozzano, queste figure che hanno semplicemente toccato per un attimo la mia vita e sono andate altrove e ora, da questo altrove, continuano a parlarmi.
Soltanto, una delle sue poesie a cui più sono legato, sembra il baratro, sottile, tra il desiderio e l’impossibilità di vivere un rapporto. Può considerarsi la celebrazione rassegnata di un amore invivibile?
È una celebrazione in qualche modo polemica o comunque battagliera contro un certo tipo di creatura che tende a fondare il rapporto sul male di vivere, sulle foglie minacciose che in quel balcone ci assediano. È quindi il tentativo di dirle che c’è un’altra modalità di amare.
Scrivere può essere un modo per chiudere i conti con il passato?
Semmai per aprire i conti. I conti con il passato non si chiudono mai. Scrivere è ogni volta rinnovare la ferita. Però è una ferita vitale. È come il senso stesso della nostra vita, questa ferita, questa continua domanda a cui non troviamo risposta e che nello scrivere si precisa, si formula, si rende più esatta, più lucida. È come un “entretien infini” direbbe Blanchot, un colloquio infinito.

Non pensa quindi che mettere su carta un demone, come può essere un ricordo che fa male, possa esorcizzare questo demone?
Nessun ricordo fa male. Quando si giunge al ricordo si è già nella salvezza. Quello che fa male è la parola taciuta, è la parola che non riesce a dirsi. Quando si configura in un’immagine poetica, in un ricordo che diventa però sillaba, ritmo e figura, allora è salvifica.
Milano è casa sua, da sempre. Ha visto cambiare ed evolversi la città nel corso degli anni, con gli occhi di ieri, che città vede oggi quando guarda fuori dalla finestra?
Sono un uomo che non crede alla verità dei cambiamenti. Individuo sempre qualcosa che permane: in una persona, in una esperienza e anche in una città. Per me Milano è eternamente quella che ci hanno insegnato ad amare, che ho incontrato nella mia esperienza. La Milano di Verri, di Beccaria, del Manzoni, degli scapigliati, dei futuristi. C’è questa Milano civile, però in me risuona anche questa Milano dell’ombra, una Milano della notte che storicamente è rappresentata da Buzzati, da Franco Loi, Giovanni Testori, Maurizio Cucchi, Umberto Fiori. È un’anima divisa in due Milano, è una città sicuramente illuminista da una parte ma anche buia, potentemente dilaniata dall’altra. Appartiene alla razza delle città distrutte, come Varsavia o Francoforte, città che portano insieme l’idea di rinnovamento e il tentativo di mantenere viva una radice. Sono quindi città drammatiche.
Come un mescolare l’era antica, certamente lesionata, a quella moderna. Questo l’aveva intuito bene Stendhal nelle sue pagine milanesi, parlando di una bellezza che non ha la volontà o il coraggio di esporsi, una bellezza interamente segreta.
Nel suo libro Incontri e agguati racconta gli incontri, attraverso una Milano notturna, con le anime vaganti, “creature solitarie vulnerabili ai terremoti della loro mente, con una vocazione al tragico”. Questa descrizione sembra quasi evocare la figura dello scrittore Drieu La Rochelle. E lei? È stato un’anima persa?
Certo, anche lui era un’anima portata al disastro… Sicuramente, se sono riuscito a descriverla con tanto accanimento, è perché qualcosa del genere è successa anche a me. Il fatto di insegnare poi in carcere è stata una scelta decisiva. Lì ritrovavo queste anime ferite, qualcosa che aveva parentela con la mia, e avendo superato, almeno in parte, questa ferita profonda, sentivo di poter insegnare qualcosa a detenuti che spesso cercavano disciplina, cercavano conoscenza, cercavano di avvicinarsi alla poesia. Cercavano un tempo che non era quello pulviscolare delle rapine e delle attese dell’arresto. Ma era un tempo storico, un avvicinamento al testo con i metodi della critica. Quindi loro mi chiedevano di entrare nella dimensione “sana” di questo tempo lineare.
Allora esiste redenzione per queste anime…
Per poche anime, ma c’è redenzione. Ho incontrato migliaia di detenuti, spesso inguaribili e incalliti. Però per due o tre di loro, che non è poco, in tanti anni di carriera c’è stata una vera e magica salvezza attraverso la poesia.
Trovo interessante il concetto, che più volte ha espresso in questi anni, del tragico che riguarda l’incompiuto. Questo quasi successo, questo grande fallimento…
Il tragico è sempre il chiaroscuro, è sempre la freccia che non raggiunge il bersaglio ma lo sfiora e, sfiorandolo, ti dà la percezione che il bersaglio sia raggiungibile. Il tragico come puro e cupo disperarsi diventa depressione. Diventa, nel caso migliore, Emil Cioran. Ma non ha mai il lampeggiamento guizzante dei grandi tragici, quello di Marina Cvetaeva o di Cesare Pavese. Il tragico non c’entra con la coscienza infelice e nemmeno con il male di vivere. Il tragico avviene sempre su uno sfondo di canzoni felici.
E se questo grande fallimento lo vivessimo in una storia d’amore, se non ci fosse il compimento per l’impossibilità del quotidiano nel vivere quel rapporto?
Il compimento si realizza anche se il rapporto finisce, si realizza in un altro modo. Si realizza nel canto. Questo ci ha insegnato Pavese quando riscrive il mito di Orfeo ed Euridice. Certo, Orfeo avrebbe voluto riportare alla luce Euridice, secondo il mito di Virgilio e di Ovidio, però capisce che questo non è possibile, che c’è una donna nel profondo irraggiungibile, che la giovinezza non si replica. Allora decide lui stesso di interrompere il legame e di far risorgere Euridice nel canto: un’ Euridice infinitamente più vera di quella specie di macabro cadavere ringiovanito che sarebbe stata l’Euridice riportata alla luce.
Un libro che porterebbe con sé per un lungo viaggio in treno.
Dato che hai citato Drieu La Rochelle, porterei Fuoco Fatuo, il suo libro più terribile, questo atto d’amore e di contrasto con Jacques Rigaut, l’amico di tante avventure sentimentali nella Parigi degli anni ‘20. Bellissimo libro e, ancora più bella, è l’incredibile lettera finale che si intitola Addio a Gonzague.
Si può dire di essere poeti, ma meglio non dirlo…
Sì (sorride ndr) era la mia risposta a una domanda provocatoria di Davide Brullo. La poesia è un’esperienza segreta, delicata, pudica e personalmente detesto quelli che vanno in giro a raccontare la loro reincarnazione nella poesia.
Intervista a cura di Mauro Massari X Poetarum Silva
SOLTANTO
Soltanto questo crescere
indifferente allo sguardo e pieno
di ciò che ha visto
era possibile: se ci sono
due barche
non contava il loro punto d’incontro, ma la bellezza
del cammino dentro l’acqua: solo così,
solo adesso, non spiegare.
Ed è atroce
ma bisogna dire di no alla sua fronte che
piange e non capisce, e ama
come per millenni si è amato, promettendo
in una terrazza buia, accarezzandosi
tra le foglie minacciose.
(Da Tutte le poesie, Mondadori Lo Specchio)

