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Su un racconto che non capisco – rileggendo ‘Lo sgabello’, di Pietro Grossi

Vorrei scrivere di un racconto che non capisco. Ma questo non è esatto. In realtà vorrei scrivere di una raccolta di racconti non passata inosservata e di un’altra raccolta di racconti passata purtroppo inosservata o quasi. I due libri si intitolano rispettivamente Pugni e L’uomo nell’armadio; l’autore è Pietro GrossiPugni è uscito nel 2006 per Sellerio, L’uomo nell’armadio nel 2015 per Mondadori. Entrambe le raccolte contengono ognuna tre racconti lunghi. Il sottotitolo de L’uomo nell’armadio è “e altri due racconti che non capisco”, e il racconto che sto cercando di capire si intitola Lo sgabello. È la storia che apre il libro.
C’è uno sgabello nella hall di un aeroporto che gira ininterrottamente su se stesso. La gente dapprima è incuriosita, quindi sorpresa e incantata. La rotazione dello sgabello sfida le leggi della termodinamica, del possibile; è il moto perpetuo. Presto l’aeroporto diventa un luogo di culto e lo sgabello – che ruota silenziosamente sul proprio perno senza mai fermarsi – una sorta di divinità. Accorrono politici, scienziati, religiosi, artisti, intellettuali, persino scolaresche in visita. Le trasmissioni televisive si interrogano sul misterioso sgabello aeroportuale, sulla sua inesplicabile forza motoria. È un miracolo. È un’insensatezza. La hall dell’aeroporto, un luogo di passaggio, diviene improvvisamente il centro del mondo. Lo sgabello di Pietro Grossi è un nuovo messia per il genere umano.
“La realtà è quella che noi riusciamo a far passare per tale” scriveva Ennio Flaiano nei suoi taccuini postumi, in Diario degli errori, e la frase si addice bene al racconto di Grossi. D’altra parte Flaiano avrebbe forse amato l’idea di uno sgabello messianico improvvisamente apparso sulla Terra, lui che ha scritto di un marziano improvvisamente atterrato a Roma e scambiato prima per una specie di messia e poi ignorato o deriso da tutti. La realtà di Grossi è surreale:
uno sgabello che non può esistere. Ma è anche l’unica realtà possibile per il lettore, cioè quella che lo scrittore – narrando – riesce a “far passare per tale”, come diceva Flaiano. La forza della parola scritta, della letteratura, è anche di potersi raffrontare all’impossibile o di metterlo in atto.
Il racconto procede e si conclude nel mistero. Un giorno lo sgabello smette di girare su se stesso e nell’aeroporto – nel mondo – ritorna la normalità.
L’impossibile è accaduto ed è passato. Il genere umano prosegue la sua esistenza nella cosiddetta vita di tutti i giorni, fra preoccupazioni economiche e malattie e preghiere ai santi, ossia a un’altra forma di irrealtà. Il finale della storia, che si presta a più interpretazioni filosofiche, non tenta di dare spiegazioni. Lo sgabello ridiventa il normale sgabello di un qualsiasi aeroporto e questo è quanto.
Rileggo il racconto, soprattutto il dialogo iniziale fra due amici seduti su due scomodi sgabelli dell’aeroporto. Forse uno dei significati è qui, in quello che si dicono, uno scambio sul mistero degli ingredienti della pizza. La mozzarella di bufala fa acqua e la pizza non deve essere bagnata, afferma uno dei due, dunque la mozzarella di bufala è un ingrediente inadatto alla pizza. L’altro sostiene invece che ciò che vale per uno – il proprio gusto, il proprio punto di vista – non vale necessariamente per chiunque, per tutti; non ci sono verità assolute e quindi non è detto che la mozzarella di bufala sia un ingrediente sbagliato per una buona pizza. Dopodiché lo sgabello del racconto comincia a ruotare su se stesso, o meglio i due amici si accorgono che uno degli sgabelli della hall sta ruotando su se stesso senza mai fermarsi né rallentare, e gli ingredienti della pizza sono dimenticati. Lo sguardo di Grossi si sposta sul moto perpetuo dello sgabello impossibile.
Diverse storie di Pietro Grossi non sono estranee alla fisica teorica. In un altro suo libro, Incanto, un romanzo edito da Mondadori nel 2011, uno dei protagonisti si raffronta anch’egli all’impossibile, mettendo in discussione la Teoria dell’Universo Inflazionario e ingiungendo che il Big Bang non sia il luogo in cui si sono formati il tempo e lo spazio bensì solo uno dei tempi e degli spazi. La teoria sarebbe rivoluzionaria, però è male accolta. Il personaggio di Grossi fallisce; i suoi studi sulle onde cicliche cosmiche, una teoria atta a “salvare l’elegante idea di un universo ciclico in continua espansione e contrazione”, viene giudicata troppo fantasiosa e di conseguenza debole. Però ne Lo sgabello l’impossibile, la rivoluzione, semplicemente avviene, è, e i personaggi devono in qualche modo raffrontarvici. In effetti si potrebbe tentare un’interpretazione scientifica del racconto, come se lo sgabello miracoloso equivalesse all’altrettanto miracoloso gatto di Schrödinger, che è contemporaneamente vivo e morto. Lo sgabello non smette di ruotare sul proprio perno: questo è il dato di fatto. Lo scienziato chiamato a studiare il fenomeno osserva: “Diciamo che questo oggetto deve trovare da qualche parte l’energia per ruotare, una specie di carburante. Di solito un carburante viene bruciato, produce calore e questo calore viene trasformato in energia cinetica, producendo a sua volta scorie. In questo caso pare che il sistema salti la fase intermedia dello sviluppo di calore e si trasformi direttamente in energia cinetica. Tra l’altro, come dicevo, abbiamo analizzato l’oggetto ai raggi X e per ora non abbiamo trovato traccia del combustile stesso.” Il fenomeno è quindi inspiegabile: magico. Tuttavia la scienza, come la religione e l’arte, come l’essere umano in ogni suo campo, deve farvi fronte. Al riguardo mi viene in mente un altro appunto postumo di Ennio Flaiano, da La valigia delle Indie: c’è un gatto nascosto in una stanza buia; lo Scienziato non lo trova, ma ne deduce che è nero; il Filosofo non lo trova, ma continua a cercare; il Teologo non lo trova, ma dice di averlo trovato. Il gatto nascosto di Flaiano potrebbe interessare Pietro Grossi.
Leggo il racconto per la terza volta, cercando delle tracce che mi aiutino a interpretarlo. Dimenticavo lo smalto. Uno dei personaggi della storia, una donna, si è messa uno smalto che non le piace, che a suo parere le ingrossa le mani. Il colore – midnight blue – è sbagliato, deve assolutamente toglierselo.
Dopo poche pagine però, e dopo la comparsa del misterioso sgabello, un uomo le dice di apprezzare molto il colore del suo smalto. È un chiaro rimando al dialogo iniziale del racconto, al gusto della mozzarella di bufala sulla pizza e cioè al punto di vista dell’osservatore. Lo sgabello continua a ruotare ininterrottamente su se stesso. È giusto o sbagliato? È possibile o impossibile? È la prova dell’esistenza di Dio o un sorprendente fenomeno che stravolgerà le nostre limitate conoscenze scientifiche? Tutto questo nel racconto rimane insoluto.
Lo sgabello gira ininterrottamente sul proprio perno e nega la realtà a cui pure appartiene. Avrei voluto scrivere di due raccolte di racconti che ho amato ma ho scritto soltanto di un racconto che non ho capito; però talvolta non capire, come amare, è necessario. Lo scrittore deve spingersi un passo più in là dello scienziato e del filosofo e perfino del religioso, mettendo in scena l’impossibile e l’assurdo: bisogna reinventare la realtà. Lo sgabello – i nostri infiniti sgabelli filosofici e religiosi e mentali – un giorno cesserà di ruotare e di incantarci, ma l’importante è che esso abbia ruotato, che qualcuno di noi lo abbia potuto vedere o immaginare e raccontare. Anche a questo serve la letteratura: a rendere reale, oltre che comprensibile, ciò che non può esserlo, ciò che non si può capire.

Di Edoardo Pisani

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