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Metempsicosi (un racconto da leggere senza pause, di Marco Pianti)

 

Hands by Scott Radke

 

Mi chiamo Alì, credo nella reincarnazione. Ho solo una vaga idea di come avvenga la trasmigrazione delle anime. Quando un uomo muore, la sua anima viene risucchiata fuori dal corpo da una volontà divina, esce fuori dalle narici o dall’ano, come una flatulenza o uno starnuto silenzioso, e vaga alla ricerca di un corpo che la ospiti. La divinità lascia ampia libertà di scelta alle anime. In questo consiste il libero arbitrio.
Ho provato a spiegarlo ai miei genitori. Mio padre è cristiano, qualsiasi cosa significhi, e ha accettato la mia spiegazione, divertito. Continuava a sorridere, come se raccontassi una barzelletta. Mia madre è musulmana. Non ha voluto sentire ragioni. Ha fatto una smorfia inorridita e poi ha agitato una mano per aria per implorarmi di tacere o impedire alle mie parole di insozzare la sua anima. Ho ventitré anni, nessun titolo di studio, neanche il becco di un quattrino, ma sono determinato a dimostrare la validità delle mie teorie. Ecco perché ho deciso di assassinare un uomo. Perché un uomo? Perché l’assassinio di una donna potrebbe generare equivoci pericolosi per la mia teoria. I giornali, o peggio ancora i giudici, potrebbero pensare ad un movente passionale. Tutte cazzate. Ucciderò un vecchio, un uomo onesto, molto malato. Uno con i giorni contati. Così la sua anima avrà modo di trovarsi un nuovo corpo. Questo avverrà per volontà di Dio, è chiaro, io sarò il mezzo attraverso cui si esprimerà la sua misericordia. Lo so, sembrano le parole di un fanatico esaltato. Un delirio di onnipotenza. Ma, vedete, non intendo sostituirmi a Dio.
Ho un fratello a cui non interessano i miei discorsi. Ogni tanto usciamo in macchina e andiamo da una parte all’altra di questa città impolverata. Dalle periferie ai quartieri più ricchi. Mio fratello si chiama Karim. Ad intervalli irregolari scende dalla macchina e suona un campanello, sparisce dietro una porta e riappare dopo un po’. A volte passano ore prima che torni. Io, nel frattempo, leggo i miei appunti. Karim torna sempre con le tasche gonfie. Si infila in macchina e fa una specie di sorriso, così capisco di dover tornare ai miei appunti, mentre si svuota le tasche e mette i soldi nel cruscotto. Karim ha trent’anni, vive ancora con noi, ogni tanto cucina, aiuta nostra madre con le faccende, ma gran parte delle sue giornate la passa per strada con i suoi amici. A volte si incontrano da Ismael, il parrucchiere. Quel posto è pieno di gente, la sera si anima, gli amici di Karim ascoltano musica a tutto volume fino a tarda notte e nessuno osa dire niente. Karim e i suoi amici sono armati. Indossano tute da ginnastica con i loghi delle squadre di calcio, anche quando fa freddo vanno in giro in ciabatte, avvolti in pesanti giubbotti.
Un giorno, mentre ero ancora sotto le coperte, mezzo addormentato, ho sentito la mamma discutere animatamente con Karim. La mamma ha trovato una pistola e una bottiglia di Ricard. Credo che il contenuto della bottiglia la preoccupasse più della pistola. Karim ha provato a
tranquillizzarla, poi ha rinunciato ed è entrato in camera. Ha gettato la pistola sul comodino e si è attaccato alla bottiglia. Dopo un po’ gli sono venuti i sensi di colpa, così si è alzato, si è lavato i denti, ha fatto decine di gargarismi, poi è uscito dalla camera a preparare il pranzo. Nostro
padre non c’è mai. Non sospetta nulla, oppure non gliene frega un cazzo. Mi sono seduto con le spalle al muro, ho preso il mio quaderno e ho scritto “L’anima ha un’età. Certo, è eterna, difatti sopravvive alla decadenza dei corpi. Elude la morte, o meglio, la guarda dritto negli
occhi e le sorride. E pure ha un’età. La maggior parte delle anime smette di invecchiare già durante le prime fasi della pubertà. Si congela in una giovinezza eterna”.
Ho riposto il quaderno nello zaino. Prima di raggiungere la mamma e Karim a tavola ho afferrato la bottiglia e l’ho aperta per annusarla. La pistola era sul comodino. La canna, molto corta, luccicava nella penombra.
Dopo pranzo sono uscito con mio fratello. Mi piace osservare il suo sguardo nello specchietto retrovisore. Reclino il sedile più che posso per osservare meglio. I muscoli intorno agli occhi si contraggono ad ogni breve scatto. Mi ricorda un rettile e mi aspetto che da un momento all’altro tiri fuori una sottilissima lingua blu. Karim si ferma da Ismael, un suo amico gli consegna un pacco, poi torna in macchina, guida in una strada trafficata, poi svolta in una strada secondaria, meno trafficata, poi si inoltra in un quartiere periferico, dove la gente vive principalmente per strada, ci sono tavole imbandite sui marciapiedi, divani, stendini e barbecue. Alcuni si riscaldano intorno ad un fuoco acceso in una botte di ferro. Ogni tanto qualcuno alza la mano o fa un cenno con la testa per salutare Karim. La gente che saluta ha un aspetto terribile. Alcuni tremano, altri si trascinano, letteralmente aggrappati ad un carrello del supermercato. I più disperati se ne stanno accasciati sull’asfalto. Immagino di ammazzarli tutti, uno dopo l’altro. Immagino le loro anime che svolazzano a mezz’aria, si riconoscono, si salutano, alcune si abbracciano, poi ognuno va per la sua strada. Ci siamo fermati di fronte ad un palazzo. La facciata era carbonizzata, e alcune finestre avevano fori di proiettili. Ho sentito donne e bambine strillare come le vittime nei film quando incontrano il loro assassino e capiscono di essere fottute. Questa volta ho deciso di fare un giro nel quartiere, per sgranchirmi le ossa. Appoggiato a un corrimano c’era un vecchio con le gambe amputate. Aveva una lunga barba grigia, denti gialli e una bava che colava dalle gengive. Davanti a lui una pozza di quella merda viscida. Intorno al collo aveva appeso un cartello. Immagino fosse muto,
magari anche sordo. O forse si faceva pubblicità come meglio poteva. Sul cartello c’era scritto “Una moneta per mangiare”. I suoi occhi mi hanno osservato con un tono di supplica, mentre mi avvicinavo. L’ho salutato con un gesto. Dalla mia bocca non è uscita nessuna parola.
Solo un gemito strozzato. L’ho osservato per un po’ e mi sono frugato le tasche in cerca di qualche spicciolo, ma non avevo niente. Dopo pochi minuti è tornato Karim, ci siamo guardati brevemente. Ha lanciato una moneta al vecchio e siamo saliti in macchina.
La sera abbiamo mangiato tutti insieme. Mio padre ha comprato la pizza. Ci siamo seduti per terra con le gambe incrociate, tranne Karim che stava in piedi. Mia madre indossava un velo azzurro intorno alla testa. Era di sua madre. Questo genere di cose, che io considero idiote,
si tramandano di genitore in figlio. Come alcune malattie. Insomma, il peggio del peggio. Karim è sparito in camera nostra, poi è uscito a raggiungere i suoi amici. Quando sono entrato in camera ho visto la pistola. Era ancora lì. Karim deve averla dimenticata. L’ho infilata sotto il cuscino e sono tornato in salone dai miei. Quando sono andati a dormire ho preso il quaderno e ho scritto “Solo la volontà di Dio può uccidere un’anima”. A quale Dio mi riferissi, non so dirlo precisamente.
Poi ho infilato la mano sotto il cuscino e sono uscito di casa, senza fare rumore. C’era freddo. Sentivo di essere un soldato che esegue un ordine. Un apostolo a cui è stata affidata una missione. Così mi sono coperto con il cappuccio della felpa e sono salito su un autobus. A
bordo c’eravamo solo io e una donna seduta con la testa tra le gambe. Dalla sua bocca scendeva una sottile striscia di vomito. Ogni tanto l’autista mi guardava dallo specchietto. Ho creduto che cercasse di comunicarmi qualcosa. Sono sceso dopo una mezz’ora, nel quartiere
malfamato, oltre il quale non c’erano più case ma rotaie abbandonate, fabbriche, campi devastati, strade, autostrade, canali rancidi e branchi di cani e i loro tetri richiami notturni.
In un angolo della strada c’è un gruppo di persone. Sono riuniti intorno ad un falò e ascoltano musica rap. Alcuni colpiscono la botte di ferro con mazze di legno, come fosse uno strumento a percussione. Altri cantano, ogni tanto uno cede e precipita sul marciapiede. Io tengo la mano destra stretta intorno alla pistola. Ho i palmi grondanti di sudore. Se provassi ad estrarla come nei film Western, mi scivolerebbe via a qualche metro di distanza. I ragazzi intorno al falò fanno commenti. Mi chiedono cosa voglio, dove vado, se ho bisogno di una guida, se mi sono perso, emettono strani suoni rauchi, poi sputano e collassano. Mi avvicino al palazzo dove ho visto il vecchio mutilato. Non c’è più. La porta del palazzo è aperta, così mi infilo in un corridoio. Ai miei lati ci sono due pareti piene di scritte senza senso e disegni. Principalmente cazzi, simboli anarchici, qualche verso in rima e svastiche, feci incrostate, aloni di urine ancora calde. Gli appartamenti sono privi di arredamento, non c’è nemmeno la porta d’ingresso. Gli inquilini se ne stanno rannicchiati ai quattro angoli con le braccia intorno alle ginocchia. Dondolano la schiena, chiamano mamma o papà, bestemmiano, pronunciano nomi a cui non associano più nessun volto.
Avanzo lentamente, come se fossi appena entrato in una cattedrale e mi dirigessi verso il pulpito e durante il tragitto osservassi affreschi e sculture collocati nelle navate laterali. C’è puzza. Di vomito, di merda, di sperma, in alcune di queste stanze sono nati bambini già morti.
Qualcuno ha iniziato a stuprare una prostituta quando era ancora viva e ha finito quando era già morta e mezza decomposta. Finalmente, sotto la scala che conduceva al piano superiore, vicino al gancio a cui un tempo era stato appeso un estintore, ho intravisto la sagoma del
vecchio. Quando mi ha visto ha emesso un suono. Mi sono inginocchiato davanti a lui, l’ho osservato, ho accarezzato la sua barba.
Il vecchio sembrava felice di vedermi. Ammesso che mi vedesse e che avesse mai provato qualcosa di simile alla felicità. Ho strappato il cartello che portava intorno al collo, poi l’ho baciato sulla fronte. Mi ha fatto schifo, ma ho sorriso. Gli ho detto ciao, vecchio, fai buon viaggio. Poi ho premuto il grilletto. Sono rimasto ad osservarlo per qualche secondo. Gli abitanti del palazzo erano abituati agli spari, infatti nessuno si è avvicinato e sono uscito indisturbato. Fuori le vie erano deserte. Erano tutti addormentati, o morti. Si sentiva un treno in
lontananza. E gli uccelli cinguettavano. Era quasi l’alba. Ho preso un autobus e un’ora dopo ero a casa mia, sotto le coperte. Karim era ancora sveglio quando ho aperto la porta. L’armadio era aperto e i miei quaderni erano sparsi sul pavimento. Karim aveva letto tutto. Quando sono entrato se ne stava sdraiato con un quaderno tra le mani. Mi ha osservato, come se mi vedesse per la prima volta. Gli ho restituito la pistola. Prima di spegnere la luce ha bevuto un sorso. Ho sognato l’anima del vecchio, ballava un valzer spettrale sopra i palazzi, credo che piangesse, era felice e mi salutava. Ho dormito a lungo e mi sono svegliato in un’ottima disposizione d’animo. Mamma ha cucinato le frittelle. Eravamo tutti di buon umore, anche mio padre; e Karim, che all’inizio sembrava titubante e mi ha lanciato degli sguardi diffidenti, si è disteso e mi ha dato una pacca sulla spalla, poi ha raccontato che Ismael aveva scoperto di avere un tumore al cervello e sarebbe stato costretto a chiudere il salone. Mamma e papà si sono fatti seri, ma solo per un momento. Ho interrotto il silenzio con un sorriso, poi ho guardato Karim, e ho detto “Dovremmo passare al salone di Ismael, lo voglio salutare. Povero vecchio…”

 

Di Marco Pianti

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