‘Gli scomparsi’: Matinée, di Alberto Arbasino

Gli scomparsi sono i libri che non abbiamo mai saputo di voler ritrovare: libri dimenticati, libri fuori edizione, libri introvabili, libri mai tradottilibri trascuratiOgni settimana qualche brano da un libro“scomparso”, nella speranza che questo piccolo spazio nascosto possa contribuire a riesumarne qualcuno.

Edoardo Pisani

Le Muse, Jan Toorop

Il libro di oggi è Matinée, di Alberto Arbasino, una delle sue poche raccolte poetiche, introvabile da anni ma inclusa nel secondo Meridiano di Arbasino. Proponiamo la poesia Poveri fior, molto poco conosciuta.


Poveri fior

Un po’ di crisantemi
Per i morti. Fa abbastanza
Freddo, oggi, quel pallido
Accenno di sole
Se ne è già andato, e subito,
Non sembra, eppure, fa abbastanza
Freddo – chiuditi bene
Il mantello – e più si ricopre d’ombre
Questa luce abbastanza diffusa
Ma anche abbastanza livida.

I soliti
Crisantemi per i soliti
Morti – che cosa vuoi
Dire, o fare, ora andiamo così,
Sempre
Calpestando le nostre foglie gialle
E sempre questa nostra
Fanghiglia fina. Andiamo,
Andiamo lungo i viali,
Già quasi tutti spogli, camminiamo,
Si cammina, si va, si va,
Dove si va, poi? Non so; lo scopo
È di fare una passeggiatina.

Camminiamo, ma sì, andiamo, andiamo;
Non è incominciata ancora, poi,
La vera stagione
Delle piogge invernali. Per fortuna.
E allora andiamo, andiamo,
Muoviamoci, su, andiamo,
Fra questi rami secchi, fra questi alberi
Spogli, tutto sommato – ma per fortuna
Non ha incominciato ancora
A gravare la loro malinconica
Morte di tutti gli anni sopra questa
Grama anima stagionale. Però, vedo,
Non può tardare, qui. Stavolta
Mi par d’accorgermi
Forse più disperato
Questo senso
Di una vita
Futile ma rimpianta
Dopo tutto, che se ne va, di una fine
Anche troppo ‘scontata’…
Ma non per questo meno sconsolata.

… E si finisce per passare
In questi viali secchi, fra
Questi ippocastani
Che non hanno proprio più niente da dare
A nessuno (e meno che meno…)
Camminando
In mantelli di loden
Lungo i tigli, lungo i platani,
Lungo tutti questi muri
Fin troppo desolati, e là dietro
Si indugiano, si appostano ogni tanto
Le fioraie – e come si spingono avanti
A offrire sempre questi soliti
Crisantemi
Per i morti
Ma sì, per i poveri morti.

Fine stagione – ci siamo –
Non ardirei più rispondere
All’invito di un viaggio,
Certamente; dov’è lo spirito
Dov’è il coraggio
Dove l’animo di un tempo
Dove, dove è finito?

Fine stagione – fallimento
Liquidazione
E vestiti di lana
Pessimi
Per questo inverno
Che molto probabilmente non vedremo
Figli esauriti

Di una razza esaurita
Senza neanche mezza parola
(O: senza farla tanto lunga).
Piove?… Ma cosa importa?
Cosa deve importare?… A chi?
Andare? Non andare?
Dal momento che tutto è indifferente
Perché no?… Andiamo,
Andiamo pure… Vengo
Con voi… Sempre identico è il cielo…
E il compianto? Ciascuno fa il proprio?
Ma se è un’orgia, sia Grande Orgia Triste!

Le stanze sono fredde
Non si riesce davvero a scaldarle
E naturalmente
Sarà là
Dove si sta meglio
Là – cioè poi sotto…
Sotto la terra smossa
Che si fa compatta ogni giorno di più.
(E intanto, i fiori
Sono tutti appassiti,
Guardate qui.
Che schifo).
… Là dove indifferente
Cade tanta pioggia.
Poi non si assorbe, e ristagna tutta. Beh…

Oggi tiro le somme, oggi è la resa
Dei conti, il due del mese, oggi riappare
Il mementomo seminato al vento
Quanto vento è passato
– Tempo cattolico –
Su quella croce di cenere.
Oggi il cielo è più scuro, e il vento
Soffia
Anche troppo forte
Per la stagione, e il cielo
Si fa sempre più scuro. Luce.
Ma non c’è luce, non c’è
Proprio niente da fare – lo so già –
Se non sdraiarsi
E aspettare che passi, come sempre.
La polvere si accumula sui libri
Come non pare ingiusto
Infine,
Entra dalle finestre
– Anche tanti rumori – tutto il giorno,
Eppure credo
D’aver bene sfiorato
Una vita serena come un cielo
Puro, una fronte sgombra di pensieri.
Come dovevo fare
Io, a rendermene conto? E adesso
Far proprio quello
Che si aspettano tutti, soltanto
Per non dover più camminare
Mai più
Fra due pareti che non cambiano
Mai, facile
Né più né meno come spegnere la luce
E sdraiarsi aspettando che passi.
Purchè passi
Oh, pare cosa da nulla
Vero? Cari?

Se vedete che i fiori
Sono proprio appassiti
Gettateli via tutti
Non c’è niente da fare.
Sdraiarsi qui e pensare
Gettateli via,
Irrimediabile,
“Cosa volete tenerli lì a fare”.
Visto che mi è andata male
Con lei
Che era tutto per me, principio e fine
Di tutte le mie cose, la vita,
La mia vita
– Sì, sì, era la mia –
“Come si deve fare ancora a sperare, qui?”
Basta.

 

(Arbasino scrive, in Matinée: “Anche Poveri fior, come Dialoghi dell’amore e altre composizioni dei tardi Anni Quaranta, uscì poi sul Caffè di G.B. Vicari, fra il ’58 e il ’59, in ampie e ariose pagine con tanti spazi e tanta luce fra i pieni e i vuoti, dove tutto sembrava più bello e che non si sono ritrovate mai più”).

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