Bustine di zucchero #60: William Butler Yeats

In una poesia – in ogni poesia – si scopre sempre un verso capace di imprimersi nella mente del lettore con particolare singolarità e immediatezza. Pur amando una poesia nella sua totalità, il lettore troverà un verso cui si legherà la sua coscienza e che lo accompagnerà nella memoria; il verso sarà soggettivato e anche quando la percezione della poesia cambierà nel tempo, la memoria del verso ne resterà quasi immutata (o almeno si spera). Pertanto nel nostro contenitore mentale conserviamo tanti versi, estrapolati da poesie lette in precedenza, riportati, con un meccanismo proustiano, alla superficie attraverso un gesto, un profumo, un sapore, contribuendo in tal senso a far emergere il momento epifanico per eccellenza. Perché ispirarsi alle bustine di zucchero? Nei bar è ormai abitudine zuccherare un caffè con le bustine monodose che riportano spesso una citazione. Per un puro atto spontaneo, non si va a pescare la bustina con la citazione che faccia al proprio caso, è innaturale; si preferisce allora fare affidamento all’azzardo per scoprire la ‘frase del giorno’ a noi riservata. Alla stessa maniera, quando alcuni versi risalgono in un balenio alla nostra coscienza, non li prendiamo preventivamente dal cassettino della memoria. Sono loro a riaffiorare, da un punto remoto, nella loro imprevista e spontanea vividezza. (D.Z.)

Lo Yeats delle origini ebbe una formazione poetica legata al preraffaellismo e si distinse per uno stile crepuscolare. Nel tempo si aggiunsero molteplici influssi e svariate suggestioni nella sua scrittura: si va dal fascino per l’esoterismo e l’occultismo, dal simbolismo francese – anche qui determinante fu Arthur Symons, per lui come per Eliot – per giungere alla filosofia di Spengler, a Plotino, all’arte bizantina. Da tutto questo e altro materiale letterario, culturale ed esperienziale Yeats seppe trarre «grande poesia» (Giorgio Melchiori). Non gli mancava uno spiccato senso profetico: «the arts lie dreaming of the things to come» – le arti giacciono sognando le cose a venire. Tale affermazione, tratta dal saggio The Autumn of the Body presente nel libro Essays and introductions ci restituisce la dimensione della sua ricerca estetica tesa a definire una “poesia delle essenze”. L’arte in generale, secondo il poeta irlandese, deve conciliare l’azione e la contemplazione, sempre in virtù di quell’andare oltre che è dell’arte, e quindi della poesia stessa, per giungere all’universalità. Di fatti, sebbene in direzione stilistica diversa dal citato Eliot – egli non rientra, contrariamente all’autore di The Waste Land, fra i funamboli, i manieristi citati da Melchiori –; Yeats aspirava in egual modo all’impersonalità della bellezza, ragion per cui la soggettività andava stemperata a favore di un’ispirazione indirizzata il più possibile verso più ampie significazioni. Leggendo Yeats, si ha la certezza irrefutabile di questa ricerca condotta da sempre verso l’Unità e che, fra le varie analogie, tanto ci ricorda il Convivio dantesco quanto Il verbo degli uccelli del persiano Farīd ad-dīn ʻAṭṭār. Il suo simbolismo visionario, sviluppato attraverso un altrettanto visionario daimon  – quel daimon che ci invita a non soffocare la parte più profonda di se stessi, a dar voce alla «Musa di marmo» – è il risultato di una lotta per il raggiungimento dell’Unità dell’Essere (Franco Buffoni). Si lotta per far collimare il sé calato nel reale con il sé che aspira a un vertice, un’essenza. L’antithetical self svela una sofferta demarcazione fra ciò che è la nostra maschera, vivente e comunque reale, vera, e la nostra volontà ascetica, quindi un dissidio fra la realtà umana, spesso limitante, e la spinta metafisica per superarla; tale superamento avviene tramite le arti che ci consentono una conoscenza di noi stessi. Eppure ci si accorge che quanto troviamo, dietro questo attraversamento, non è un volto, bensì un flusso, consustanziale al proprio essere. Allora non sarebbe impopolare affermare che Yeats sembrò incarnare nelle sue poesie un’affermazione di Nietzsche in Zarathustra, ovverosia che l’uomo non è una meta o un fine, ma un ponte: egli rappresenta il continuo passaggio dall’alba al tramonto e viceversa. In altre parole: un flusso di rivelazione. Per questo, con Yeats, i temi grandi ed eterni della poesia bisogna trattarli con l’iniziale maiuscola.

 


Bibliografia in bustina
W.B. Yeats, Quaranta poesie, traduzione di G. Melchiori, Torino, Einaudi, 1965.
W.B. Yeats, La bellezza vivente e altre poesie, a cura di L. Traverso, pref. di F. Buffoni, Firenze, Passigli, 2001.
W.B. Yeats, Essays and introductions, New York, Palgrave Macmillan, 1961.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

Questo sito utilizza Akismet per ridurre lo spam. Scopri come vengono elaborati i dati derivati dai commenti.

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: