proSabato: Mark Twain, da “In cerca di guai”

I

Mio fratello era appena stato nominato Segretario del Territorio del Nevada – una carica tanto superba da concentrare in sé gli alti uffici di Tesoriere, Ispettore generale, Segretario di Stato e, in assenza del Governatore, sostituto del medesimo. Lo stipendio di milleottocento dollari all’anno e il titolo di «Signor Segretario» conferivano a quel solenne mandato un’aura di inaudita magnificenza. Io ero giovane e ignorante, e lo invidiavo. Ciò che suscitava la mia bramosia non erano tanto la sua posizione e la sua opulenza, quanto il lungo viaggio nell’ignoto che lo aspettava, e il mondo fantastico che si accingeva ad esplorare. Avrebbe fatto un viaggio! Per me, che non mi ero mai allontanato da casa, la parola «viaggio» era quanto di più allettante si potesse immaginare. Presto si sarebbe trovato a centinaia di miglia da me, in mezzo a praterie e deserti sconfinati, e sulle montagne del Far West! Avrebbe visto i bisonti e gli indiani, e i cani della prateria, e le antilopi, e chissà quante avventure gli sarebbero capitate: lo avrebbero impiccato, magari, o scotennato, si sarebbe divertito un mondo e ce lo avrebbe scritto e sarebbe diventato un eroe. E avrebbe visto le miniere d’oro e quelle d’argento, e al pomeriggio, dopo il lavoro, chissà quanti secchi di pepite avrebbe riempito sulle colline. Così, ricco sfondato, dopo un sontuoso ritorno via mare ci avrebbe raccontato come se niente fosse di San Francisco e dell’oceano e dell’«istmo» e di tutte quelle meraviglie là. È impossibile descrivere la sofferenza che provavo di fronte alla sua esultanza; e così, quand’egli mi offrì sui due piedi il mirabolante incarico di suo segretario privato, fu come se i cieli e la terra sprofondassero, e il firmamento si arrotolasse tutto sopra di me! Non mi pareva vero, e fui pronto in meno di due ore: non avevo dovuto fare molte valigie, perché sulla diligenza che portava dalla frontiera del Missouri fino al Nevada ciascun passeggero aveva diritto a un bagaglio molto limitato. A quei bei tempi, dieci o dodici anni fa, la ferrovia del Pacifico non esisteva ancora – nemmeno una traversina.
Avevo intenzione di restare nel Nevada per tre mesi, non di più. Volevo vedere tutto quel che c’era laggiù di sconosciuto e di insolito, dopodiché me ne sarei tornato alle mie faccende. Chi avrebbe detto che quella gita di tre mesi sarebbe durata sei o sette anni straordinariamente lunghi?
Per tutta la notte sognai di indiani, deserti e lingotti d’argento, e il giorno dopo ci imbarcammo puntualmente nel porto di St. Louis sul battello a vapore che risaliva il fiume.
Per raggiungere «St. Jo.» ci mettemmo sei giorni, e il viaggio fu così monotono e soporifero che nella mia memoria ne sono rimasti impressi non più di sei minuti. Ricordo soltanto un guazzabuglio di tronchi galleggianti dall’aspetto piuttosto minaccioso, che calpestavamo caparbiamente con l’una o l’altra ruota, e una miriade di scogli contro cui andavamo continuamente a sbattere, per poi ritirarci con la coda tra le gambe finché non trovavamo un varco più cedevole; e secche sulle quali ci arenavamo di tanto in tanto per tirare il fiato, cavandocene poi con gran furor di remi. Tanto valeva che la nave andasse a St. Jo. via terra, visto che procedeva comunque a passo d’uomo – tutto il giorno a scavalcare ostacoli, una bella faticaccia! Il comandante diceva che era un battello «un po’ testardo»; aveva poco «pescaggio» e il timone troppo piccolo. Per me gli ci sarebbero voluti dei trampoli, ma ebbi l’accortezza di starmene zitto.

II

Per prima cosa, la sera in cui finalmente sbarcammo a St. Joseph, andammo in cerca degli uffici della diligenza e comprammo i biglietti per Carson City, nel Nevada; costavano centocinquanta dollari l’uno.
Il mattino dopo ci alzammo presto, facemmo colazione in fretta e furia e ci precipitammo alla stazione di posta. Là ci si presentò un inconveniente che non avevamo valutato appieno, ovvero: non c’è modo di spacciare un baule pesantissimo per un bagaglio di venticinque libbre, e poiché venticinque dovevano essere, e non un’oncia di più, dovemmo aprirli entrambi e fare una fulminea cernita. Ficcammo le nostre regolamentari cinquanta libbre in un’unica valigia e rispedimmo i bauli a St. Louis. Fu una separazione dolorosa, perché eravamo rimasti senza frac e senza i guanti di capretto bianco da mettere ai ricevimenti dei Pawnee sulle Montagne Rocciose, e senza cilindro, senza scarpe di vernice, insomma senza tutte le cose indispensabili a una vita serena. Abbandonato forzatamente ogni lusso, ci infilammo un vestito tra i più ruvidi, con tanto di camicia militare di flanella e scarponi, e in valigia pigiammo qualche camicia bianca, maglie di lana e simili. Mio fratello il Segretario si portò dietro quattro libbre di Leggi degli Stati Uniti e sei di Vocabolario, perché nella nostra beata innocenza ignoravamo che tutte quelle cose si potevano ordinare da San Francisco, e ricevere a Carson City entro ventiquattr’ore. Io ero armato fino ai denti: possedevo una patetica Smith & Wesson a sette colpi con dentro dei proiettili grandi come pillole omeopatiche (tutti insieme facevano la dose per un adulto). A me, però, sembrava un’arma magnifica e micidiale; il suo unico difetto, in fondo, era che non centrava mai il bersaglio. Uno dei nostri «conduttori» ci si era allenato un po’ con una mucca, che non aveva corso alcun pericolo sinché era rimasta immobile; ma appena aveva deciso di fare un giretto, lui aveva mirato a qualcos’altro e per la poveretta non c’era stato più niente da fare. Il Segretario si era legato in vita una piccola Colt per difendersi dagli indiani, e a scanso di guai la teneva scarica. Ma il più terrificante tra noi tutti era Mr. George Bemis, il nostro compagno di viaggio, che avevamo conosciuto sulla diligenza: lui portava alla cintura una vecchia Allen modello originale, proprio quella che certe anime irriverenti chiamano «peperina». Bastava premere il grilletto, e il cane cominciava ad alzarsi, le canne a girare, e dopo un po’ il cane tornava giù e la pallottola partiva ch’era una meraviglia. Prendere la mira mentre le canne giravano era un’impresa che probabilmente nessun proprietario di Allen aveva mai realizzato con successo, ma quella di George era un’arma fidata, perché com’ebbe poi a dire uno dei postiglioni, «se non riusciva a prendere quello che voleva, lei si consolava con qualcos’altro». Ed era la pura verità: una volta aveva cercato di prendere un due di picche inchiodato a un albero, e si era consolata con un mulo che pascolava sessanta passi più in là. Bemis non sapeva proprio che farsene di quel mulo, ma il suo padrone arrivò con una doppietta e lo convinse a comprarlo lo stesso. Gran bella pistola, la Allen; certe volte dalle sei canne partivano contemporaneamente tutti i colpi, e allora non c’era un posto sicuro in tutta la regione se non dall’altra parte del mirino.
Ci portammo due o tre coperte per proteggerci dal freddo gelido delle montagne, e quanto a generi voluttuari fummo assai parchi: solo qualche pipa e cinque libbre di tabacco. Avevamo due capienti borracce per ristorarci tra una stazione e l’altra, e nel borsellino qualche soldo d’argento per i pasti.
Alle otto eravamo pronti, e ci trasferimmo sull’altra sponda del fiume. Saltammo sulla diligenza, il postiglione fece schioccare la sua frusta e partimmo a tutta velocità lasciandoci gli «States» alle spalle. Era un magnifico mattino d’estate, e un sole smagliante illuminava tutto il panorama intorno a noi. Soffiava una bella arietta frizzante e leggera, e provavamo l’inebriante sensazione di esserci affrancati da ogni cura e responsabilità; tutti gli anni trascorsi a lavorare come cani in quella città angusta e soffocante ci parvero sprecati. Stavamo traversando il Kansas di gran carriera, e dopo un’ora e mezzo ci eravamo inoltrati nelle praterie. Il paesaggio era tutto ondulato, maestoso come l’oceano dopo la tempesta, e i campi di grano, che lo costellavano a perdita d’occhio dei loro quadrati di verde più intenso, mettevano ancor più in risalto quell’infinita distesa erbosa. Presto, però, le onde di quel mare terrestre si sarebbero placate, per cedere il posto a settecento miglia di suolo piatto come un pavimento!
La nostra sfarzosa diligenza dondolava che era un piacere, come un’imponente culla a rotelle. La tiravano sei aitanti cavalli, e seduto accanto al postiglione c’era il «conduttore», il legittimo comandante della spedizione, cui erano affidati la posta, i bagagli, gli espressi e i passeggeri. Noi tre stavamo al coperto, sul sedile posteriore, e tutto il resto della vettura era stipato di sacchi postali, perché viaggiavamo con tre giorni di corrispondenza arretrata. Un muro di carta si ergeva a perpendicolo vicinissimo alle nostre ginocchia, e saliva fino al soffitto; anche sul tetto c’era un gran cumulo di posta, ed entrambi i bagagliai, davanti e didietro, ne straripavano. Avevamo un carico di duecentosettanta libbre, disse il postiglione «un po’ per Brigham, Carson City e Frisco, ma il grosso è per gli indiani, che se non hanno niente da leggere si mettono subito a piantar grane». Subito la sua faccia si deformò in una smorfia strabiliante, e dall’occhiolino ben presto ingoiato da quel cataclisma arguimmo che voleva fare lo spiritoso: in verità avremmo scaricato buona parte della posta nel bel mezzo delle praterie, a beneficio degli indiani o di chiunque volesse raccoglierla.
Ogni dieci miglia ci fermavamo a cambiare i cavalli, e poi continuavamo di volata sulla strada dura e liscia. Quando la diligenza si fermava scendevamo a sgranchirci le gambe, e così la sera ci sorprese ancora garruli e arzilli.
Dopo cena salì una donna che abitava cinquanta miglia più avanti, e uno di noi tre, a turno, dovette sedersi fuori con il postiglione e il conduttore. Non sembrava una gran chiacchierona: fissava nella penombra ogni zanzara che le si posava sul braccio, alzava lentamente la mano finché non l’aveva a tiro e le mollava uno schiaffone che avrebbe fatto secco un bue; dopodiché restava a contemplare il cadavere con placida soddisfazione – perché non mancava mai il bersaglio: a breve distanza aveva una mira infallibile. Le carcasse non le asportava, ma le teneva come esca. Io le sedevo accanto, e rimasi a guardarla mentre ne faceva fuori una quarantina; speravo che dicesse qualcosa, la torva sfinge, ma lei non aprì bocca. Alla fine fui io ad attaccar discorso:
«Ci sono parecchie zanzare qua intorno, non trova, signorina?».
«Sì, porca vacca!».
«Prego?».
«Sì, porca vacca!».
Dopodiché si animò tutta, si girò a guardarmi e disse:
«Ah, meno male, non siete mica sordomuti! Ma lo sa che era un’ora che pensavo, mentre schiacciavo le zanzare, sa, pensavo: “Ma che ci avranno questi qua?”. Prima credevo che eravate sordomuti, poi ho detto, vedrai che sono picchiati nella testa, oppure talmente scimuniti che neanche due parole sanno dire, questi qua! Di dove siete, eh?».
La sfinge aveva perduto il suo mistero. Aprì le cataratte e per quaranta giorni e quaranta notti, metaforicamente parlando, ci annegò sotto un disperante diluvio di ciance; in quella marea di sgrammaticature e pronunce storpiate non trovammo neanche un appiglio per dire la nostra.
Quanto mi pentii di quella mia domanda! La nostra compagna di viaggio continuò a blaterare fino all’alba, quando arrivò a destinazione; allora ci diede uno scrollone – perché ci eravamo appisolati – e disse:
«Perché non scendete a Cottonwood e vi fermate un paio di giorni? Io posso venirci stasera, sapete, a far quattro chiacchiere. Se chiedete in giro vi diranno che io non do corda a nessuno, che anche se sono cresciuta nei boschi faccio la sdegnosa, ma per forza, sapete, sennò con certa gentaccia dove andrebbe a finire una ragazza come me? Ma quando arriva qualcuno che ci posso parlare assieme non faccio mica tanti complimenti!».
Ci parve più saggio non scendere a Cottonwood.

Edizione di riferimento: Mark Twain, In cerca di guai. Traduzione di Giulia Arborio Mella, Adelphi eBook  2016

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