Sabino Caronia, In campo lungo

Sabino Caronia, In campo lungo, Schena editore 2019

 

 

«Rimemorare non è per me aver vissuto né rivivere; ma è vivere nel vivere».
Dalle ultime pagine del romanzo di Sabino Caronia In campo lungo (Schena editore, 2019) questa citazione tratta dall’opera di Gabriele D’Annunzio Le faville del maglio illumina “à rebours”, a ritroso, o, per essere più fedeli al vero, ribadisce con l’evidenza di un’asserzione che è insieme Erlebnis e Weltanschauung, esperienza vissuta e visione del mondo, il filo conduttore e la sostanza di questo libro.
Il vagabondaggio spirituale, infatti, che plasma lo stile e ispira la scrittura di Caronia, come l’abbiamo conosciuta nelle opere precedenti, almeno da L’ultima estate di Moro del 1996 a La consolazione della sera del 2017, torna qui, rinvigorito proprio dalla consapevolezza che rammentarsi, ricordare, rimembrare, volare, ancora, librandosi in alto o scendendo a pelo d’acqua, nei territori della memoria, non è soltanto nostalgia e neanche esclusivamente quella “malattia dell’anelare” che in tedesco prende il nome di Sehnsucht, ma è vita, è autentico «vivere nel vivere».
La cornice dei numerosi – innumerevoli, perfino, a partire dai grappoli di richiami suscitati da ciascuno di essi – sentieri aperti e percorsi nei dodici capitoli di In campo lungo, è proprio un volo, un volo a Gerusalemme, dalla figlia che, dopo la conversione all’ebraismo, si è stabilita in Israele.
Che cosa ha dettato questo viaggio? C’è, senz’altro, un motore affettivo, un nutrito movente privato che si nutre di quella sollecitudine, di quell’assillo del padre di famiglia, che Franz Kafka ha riunito nella parola Sorge, cura e cruccio. C’è, inoltre, l’ininterrotta tenzone con il tempo, con le sue dimensioni e con le sue fughe, con le sue illusioni, soprattutto.
Come “rimemora” e dunque “vive nel vivere” Sabino Caronia? Procedendo e dilatando direzioni e dimensioni, per “salti nel ragionamento” e, come precedentemente sottolineato, per voli. Procede e rimembra, dunque si ferma, sosta, divaga, ritorna. Il movimento incessante è scandito, di prevalenza all’inizio del paragrafo, dai verbi di cammino: percorro, procedo, si camminava, ci si spingeva, e dai verbi che segnalano il riportare al cuore e alla mente: penso, rivedo, ripenso, ricordo, ripeto.
Ogni volta che si ritorna ai luoghi cari alla memoria, ai punti fermi e alle svolte, è chiaro, tuttavia, che non si tratta di un mero rimpianto, né di un semplice, per quanto consolatorio, rituale. Risuona, sì, l’augurio che si scambia chi festeggia la Pasqua ebraica: «Hashanà haba’a b’Yrushalayim», vale a dire «L’anno prossimo a Gerusalemme», ma non si tratta soltanto di una frase ripetuta per abitudine. È la voce di chi si riconosce perpetuamente errante – e che del vagare ha fatto anche, come ben sapevano gli scrittori del tardo-romanticismo tedesco, una poliedrica vocazione -, è la voce di chi, strada facendo, si protende, assumendone il rischio, nei territori dell’altrove.
L’esule, il disperso (questo era, ricorda Sabino Caronia, il titolo originario di America, il romanzo incompiuto di Kafka), lo spaesato, sa guidare tuttavia con piglio sicuro il suo lettore e, “in campo lungo”, scosta la cortina offrendo la possibilità di intravedere o anche soltanto di intuire l’oltre.
È un oltre che si prospetta negli scenari familiari sia all’autore sia ai suoi lettori – Terracina, l’abbazia di Fossanova, Parigi, Praga, il Vittoriale, la Maddalena e la Gallura – così come attraverso associazioni inaspettate. Ciascuno di questi luoghi ha, nell’universo della scrittura di Caronia, un suo nume tutelare, ma – e qui sta lo sporgersi verso l’altrove.
Succede così che il libro si apra con un itinerario incantevole ed enigmatico attraverso la poesia dialettale di Gigi Nofi, nella lingua di Terracina, poesia incastonata negli angoli di un luogo che si conosce fin negli anfratti più reconditi e che pure si  apre al mistero, Terracina e Circeo, Terracina-Circe.
Succede, ancora, di apprendere degli ultimi momenti di Tommaso d’Aquino, del Doctor Angelicus, a Fossanova, della sua serenità che conviveva con il suo terrore nei confronti dei temporali, delle sue visioni potentissime, al cui cospetto la scrittura antecedente altro non era che paglia.
Capita, poi, di vedere la figura di Jim Morrison incorniciata da una finestra a Parigi, che sembra, allo stesso tempo, rievocare quel Golem, che, nell’omonimo romanzo di Gustav Meyrink, riappare ogni trentatré anni da una finestra del ghetto di Praga alla quale nessuna porta pare condurre.
Dal limitare verso l’oltre, dagli ultimi fuochi e dagli ultimi giorni fanno cenno anche Henry James, Gabriele D’Annunzio, Francis Scott Fitzgerald, Diana Spencer, il papa Pio VI e, soprattutto, quei familiari che serbano con sé un mestiere antico, che schiude le porte al passato e rivela, porgendola a chi vorrà coglierla, una mescolanza di cura e di meraviglia. Il mestiere è il mestiere dell’apparatore, di colui che si ingegnava di allestire gli addobbi per le feste patronali, partendo dagli interni della chiesa e poi, ancora una volta, spingendosi verso l’oltre. Tra i familiari, oltre al nonno e al padre, lo zio Mincuccio, Domenico Caronia, disperso anche lui, come il protagonista del romanzo di Kafka, ma nella Grande Guerra, sul fronte dove, dalla nativa Atripalda, era arrivato a morire, senza che il corpo fosse mai trovato. Sabino Caronia si mette in cammino anche per ritrovare le sue tracce, le sue testimonianze. Parte da Roma, da via Lepanto, al numero 5 e da lì, dall’Archivio Storico, dal Diario di Guerra del 239° Reggimento Fanteria, segue il viaggio del giovane fante da Asolo al Campo delle Doghe, alla zona di confine che sarà la sua soglia per il non ritorno. Ma davvero è non ritorno? Forse no, suggerisce Sabino Caronia, perché «Nell’assenza del tempo e dello spazio, tutto è memoria: l’evento presente, quello che è già accaduto e quello che deve ancora accadere.»; allora si torna a casa, si torna a casa per ripartire ancora, per esplorare il sé e collegarsi agli altri. Ancora.

© Anna Maria Curci

 

In viaggio!
Asolo.
Le strade strette, ripide e tortuose, le logge e i portici, la rocca con la torre da cui si può ammirare lo spettacolo delle Alpi con il Monte Grappa coperto di neve fino a primavera.
I reggimenti sono accantonati in città e nei dintorni. I comandi sono sparsi nelle vecchie eppur comode ville patrizie.
Il 239° fanteria, agli ordini del colonnello Aldo Della Noce, è un reggimento di nuova formazione destinato a far parte della brigata Pesaro.[…]
Si susseguono gli arrivi.
Il 5 febbraio giunge dalla stazione di Castelfranco il Comando di Reggimento costituito dall’aiutante maggiore in prima, dal personale del Comando e dalle Salmerie.
L’8, dopo aver viaggiato in una notte di luna piena, giungono i furieri di alloggiamento del 4° battaglione dell’81° fanteria destinato a formare il secondo battaglione del reggimento.
Il 9, con i furieri dell’82°, il battaglione giunge a Montebelluna e, per via ordinaria, ad Asolo, dove le truppe accantonano con paglia a terra in stabili di privati in paese.
Il tempo è sereno, il freddo intenso.
Il 10 giunge il battaglione dell’82° destinato a formare il terzo battaglione del reggimento.
Il tempo è sereno, il freddo forte.
Finalmente l’11 il comandante del reggimento visita gli accantonamenti.
Tutto procede tranquillamente.
Solo la notte tra il 13 e il 14 accade che le compagnie 8°, 9° e 10° si debbano adoperare ad estinguere un grave incendio in paese riscuotendo il plauso della cittadinanza.
Il tempo è sereno e la temperatura diviene sempre più mite.
È il 18 quando nei prati a sud est di villa Giacomelli il reggimento è passato in rassegna e riceve la bandiera dal Comandante della 52° Divisione mobilitata.
È una bella domenica di sole, il cielo è sereno, la temperatura mite.
Le compagnie sono schierate e tutti stanno sull’attenti, immobili come soldatini di piombo. Le voci dei sottufficiali sono particolarmente dure e metalliche. Gli ordini vengono urlati con rabbia. Si dice che da un momento all’altro debba arrivare il generale. I soldati allineati guardano diritto davanti a sé. Finalmente il generale arriva, la cerimonia si svolge e, dopo gli encomi di rito, si ritorna ad Asolo dove in serata giunge il comando del 1° battaglione con la 1° compagnia.
Dal 21 il tempo si fa freddo e il pomeriggio del primo marzo inizia a nevicare.
Il 3 giungono la 2°, 3° e 4° compagnia del 1° battaglione.
La temperatura è freddissima e nel pomeriggio cadono alcuni centimetri di neve.
Il 4 è una bella giornata, il cielo è sereno e la temperatura mite.
Il 5 il tempo si fa di nuovo freddo con neve.
Il 6 ancora freddo con nevischio, pioggia, vento e nebbia, specialmente a valle.
Il 7 freddissimo con pioggia e vento.
L’8 freddo ma sereno e la consolazione della luna piena che splende grande nel cielo.
Poi un rosario di giornate uguali, grigie e monotone: il 9 cielo coperto, temperatura fredda; il 10 cielo ad intervalli sereno e coperto, temperatura mite; l’11 tempo piovoso, temperatura rigida; il 12 tempo piovoso con raffiche di neve, temperatura rigida…
Finalmente il 27 il comandante del reggimento si reca a riconoscere il territorio del corpo d’armata.
Il cielo è sereno, la temperatura fredda.
Il 28, con personale tratto a sorte, si costituisce un 7° battaglione della brigata, formato da due compagnie del 239° e due del 240°, che passa alle dipendenze del comando del 239° con la denominazione di 4°.
Il cielo è coperto, piovoso, la temperatura fredda.
Il 30 rientra in sede il comandante.
Il tempo è piovoso, la temperatura fredda.
Da allora, con il crescere della preoccupazione negli uomini, anche il tempo si fa sempre più brutto.
Il 2 con la pioggia cade anche la grandine.
Il 7 temperatura fredda e luna piena, anche se non si vede perché il cielo è coperto e piovoso.
Il 10 il reggimento si reca nella valle dell’Astico per esperimenti con gas asfissianti.
Il cielo è coperto e piovoso, la temperatura è fredda.
Qualcuno parla e il racconto orribile passa per la bocca di tutti.
I gas, dicono, ti vengono addosso furtivi, come una nebbia. Non pare neanche che ci sia da preoccuparsi, là per là. Poi di colpo si comincia a sentire che non si sta più sulle gambe. Uno sbarra gli occhi, fa bava alla bocca, grida che muore, e dopo due minuti è lì, bell’e stecchito. Allora attacca un altro, e un altro e un altro ancora e così, ad uno ad uno, si vedono morire i compagni e si comincia a sentire gli stessi sintomi e si capisce che si finirà come loro.
Il 21 si va a Possagno per una esercitazione di marcia.
Il cielo è sereno, la temperatura abbastanza mite.
Con lo zaino affardellato si cammina per nove chilometri fino ai piedi del Monte Grappa, in quel paesaggio educato dove l’arte, finalmente ricongiunta con la natura, sembra dover resistere anche agli sconvolgimenti della guerra.
Il 28 giunge il preavviso di partenza.
Il cielo è coperto, la temperatura mite.
Il 29 si svolgono i preparativi.
Il cielo è sereno, la temperatura mite.
Il 30 alle cinque si parte, al comando della 29° Divisione, per sostituire il 3° reggimento fanteria a Campo delle Doghe, sull’Altipiano dei Sette Comuni.
Il cielo è sereno, la temperatura è mite.
In marcia!
Il peso dello zaino sega le spalle e rende i piedi così pesanti che sembrano di piombo mentre il fucile è una trave di ferro. Negli occhi solo le suole delle scarpe, le fasce gambiere e la cintura inferiore dello zaino del compagno che cammina davanti, nelle orecchie solo il ritmo monotono dei piedi sul selciato e di altri piedi davanti, di dietro, di fianco. Bastano pochi giorni di questa vita e già sembra che ormai non esista altro che il suono cadenzato delle marce e l’odore delle tende e delle baracche troppo affollate.
Alle dodici il reggimento si accampa a Solagna. (pp. 72-76)

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