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Giovanni Comisso, Frammenti – terza parte (1953)

 

Tristezza d’un veliero immobile, nudo e deserto, nella penombra della sera sulla laguna.

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Primavera, l’aria innalza la terra. Le case sembrano più vicine. Gli uomini si guardano più attentamente. Muretto rosa nella mattina sobria dopo una notte di pioggia tiepida che ha fatto nascere l’erbetta. È tutto rosa in tutta la sua lunghezza, un rosa vivente e sopra sul fastigio vi sono fasci di spine che pungono questa rosa dolce e carnale.

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Mattina d’aprile, ore sette. Il cielo è gonfio di fumo che ogni tanto lascia gocciare leggermente come se un’arancia venga sbucciata accanto. Sembra che sulla terra, nella notte, abbia nevicato, tanto improvvisamente si è ricoperta di verde. Il silenzio che l’aria è già calda condensa, e questi bianchi petali sugli alberi lontani e altri alberelli Verdi contro il nero dei giardini delle ville, convincono ancora che tutto sia ricoperto ad una leggera neve che tra mezz’ora sparirà.

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Lo spirito in me è come una linfa, le stagioni calde lo sospingono verso l’alto e quelle fredde lo sotterrano dolorosamente. Ecco che la primavera s’avvicina. Sento nel risveglio un’immensa promessa di mie opere. Io tenterò qualcosa di nuovo, di mai espresso, sento attimi della mia vita impressi nella mia memoria indissolubilmente e sento che se avrò pazienza di iscriverli essi saranno cose prime.

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In «La Fiera Letteraria», anno VIII, n. 16, 19 aprile 1953