Il libro che avremmo voluto scrivere e che non abbiamo mai letto: Ricrescite di Sergio Nelli

 

Il nulla, ha scritto un mio alunno cicciottello in una mezz’ora che abbiamo dedicato alle metafore, il nulla è un panino vuoto. 

Sì è circa così.
Ricrescite era già uscito nel 2004 per Bollati Boringhieri e ritirato poco dopo dalla vendita. Ci ha pensato Tunuè a recuperarlo dal dimenticatoio e a riproporlo nella sua collana Romanzi curata da un personaggio attento alla buona scrittura come Vanni Santoni. La prefazione di Antonio Moresco risulta un po’ come l’infierire sulla nostra disattenzione, una sorta di monito per una seconda necessaria occasione. Meglio così; Ricrescite è davvero un bel libro anche perché è esattamente l’esempio del paradosso di cui sopra e di cui molti scrittori dovrebbero tener conto.  Non c’è trama, non c’è un finale da attendersi, così come in realtà non esiste un casus belli, un’occasione, un alibi da cui  possa nascere una storia. Ricrescite si presenta come lo stralcio annuale di un diario dove riflessioni apparentemente limpide, essenziali, aprono squarci profondi sulla quotidianità. Dodici capitoli, dodici mesi per raccontare solo un anno di vita dove elementi di una quotidianità mai banale, mai delimitata o stereotipata, si arricchiscono di spunti esterni a volte enciclopedici come le citazioni di vulcanologia, a volte “familiari” come gli improvvisi interventi “devianti” del figlio piccolo ma soprattutto la necessità di tenere memoria su audio cassette dei racconti del gruppo di alcolisti anonimi.

Appena svegli, dico a Federico, che ha da poco compiuto quattro anni: “Domani è l’ultimo giorno dell’anno. Si entra nel 2000”. “Quando si va da Cosimo?” mi chiede preoccupato, ancora sotto le coperte, ancora assonnato. Cosimo è un suo amico e dovrebbe, secondo lui, regalargli un babbuino.

Tutto ciò che appare come extra narrativo, che sembra piombare da un esterno incombente e deviante, arricchisce il percorso flebilmente tracciato verso una naturale ricrescita (mai annunciata o cercata).  È la lingua di Nelli a lanciare a noi lettori i sassolini per non perdere di vista il sentiero. Sarebbe facile tanto quanto inopportuno provare a tirarne fuori delle conseguenze e cercare nelle immagini metaforiche possibili chiavi di lettura, ma è proprio la lingua e la composizione di uno scrittore abile come Nelli a non permetterlo, Tutto è perfettamente inserito in un mosaico in cui ogni tessera dipende dalle altre, per prossimità, per differenza, per contrasto o dissolvenza. Ogni Parola (volutamente in maiuscolo) costruisce con cura e sapienza una realtà che a poco poco emerge senza la necessità di una fantasticazione o artifici particolari. Padre-figlio attraverso semplici monologhi si alternano, apparentemente senza logica di continuità, e sono fine e mezzo di una ricrescita reciproca, lenta e laboriosa di cui il lettore riesce comunque a intravedere i frutti, le gemme, pagina dopo pagina,


Che le bestie morissero uccise mi sembrava naturale come cavare con le dita e con le unghie una rapa bianca dalla terra. Che il maiale urlasse il suo strazio era un segno di festa, la cui sontuosità era accresciuta dal senso di un sacrificio. Mi faceva impressione invece il lamento delle mucche sulla strada per i macelli. Tutte le volte che le ho viste era d’estate e di mattina. Recalcitravano con occhi umidi di pianto, lanciavano lamenti immedicabili che riecheggiavano dalle colline, dalle buche, dal tufo scricchiolante. Era l’ultima resistenza prima che fosse lavato il sangue, mentre un sole senz’ombra frugava i denti cavi delle torri…

© Iacopo Ninni

Sergio Nelli, Ricrescite, Tunuè, 2018

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