Anteprima: Giorgio Galli, L’inventore di vite

 

Giorgio Galli, L’inventore di vite, Il Seme Bianco, 2018 – Collana Gelsomino – racconti

Siamo felici di presentare in anteprima uno dei racconti della raccolta L’inventore di vite di Giorgio GalliL’inventore di vite è una raccolta di racconti aventi per protagonisti personaggi reali e inventati, illustri o sconosciuti. Tutti sono ritratti in un momento culminante delle loro esistenze -a volte il momento della morte- o in brevi biografie che non mirano alla verità storica, ma alla realtà poetica. Scritti in prima o in terza persona, in forma di racconto classico, di monologo, di apocrifo o di saggio breve, esplorano individualità ben marcate per trasmettere, alla fine, un senso di solitudine collettiva di fronte alla condizione e al destino umani. (la redazione)

 

Marcel Schwob, l’inventore di vite

Veniva da una famiglia importante, ma il suo primo amore era stata una ragazza del popolo. Nulla si sa di Louise, tranne ch’era malata. Stettero insieme di nascosto, l’aristocratico e la donna del popolo, finché lei morì. Gli amici dicono che fu devastato. Ma già un anno più tardi era legato a un’altra donna, questa volta un’attrice famosa. Non stavano quasi mai insieme: lui viaggiava perché era malato, lei per le sue tournée. Era in tournée anche quando lui morì. Ma sarebbe sbagliato dire che non si volevano bene. Erano quello che oggi si dice una coppia libera. Lui era amico di tutti, da Oscar Wilde a Paul Verlaine. Ed era anche nemico di André Gide. Era un uomo ammirato e rispettato. Era quel che si dice una figura autorevole. Ed era, come si dice, inserito nel bel mondo o nel mondo che conta. Ma era anche un solitario. La misteriosa malattia che lo corrodeva – nevrastenia, fragilità polmonare, intestino guasto- non la poteva condividere con nessuno, e nemmeno il mondo impossibile che aveva dentro. Era un patito di libri d’avventura, scriveva avventure, ma erano avventure vissute sulla carta, basandosi sulle innumerevoli carte che aveva consultato. Anche la sua erudizione non poteva condividerla con nessuno. L’aveva coltivata con furia certosina, fin da bambino. Era poliglotta, erudito, poligrafo, scriveva d’avventure. Era amico di penna di Stevenson, ma non l’aveva mai incontrato. Condivise il mal d’Europa di Stevenson, ma fuori dell’Europa non stava bene. Criticava il colonialismo e il razzismo, ma stava meglio coi colonizzatori che coi colonizzati. Volle andare sulla tomba di Stevenson, non la trovò e la sua malattia mise fine al suo viaggio. Il senso del viaggio era tornare. Stava tra marinai, trafficanti, venditori di tabacco e di hashish, servi mulatti, ma non legava con loro come legava con Stevenson, Mallarmé e Paul Valéry. Considerava i contrabbandieri e i pirati la sua gente, ma per le conversazioni preferiva Jules Renard. Con sua moglie non s’incontravano quasi mai, ma si scrivevano. Era un uomo di passione. Era anche un uomo troppo cerebrale. La sua passione era scrivere vite. Ma non era come quelli che, nello scrivere vite, ne sanno poco e allora s’aggrappano ad ogni dettaglio e gli restano fedeli. Lui di quelle vite sapeva quasi tutto, sapeva tutto ciò che agli uomini era dato di sapere, e allora, quando si sedeva a scrivere, le inventava. Non raccontava le vite, raccontava quello che lui aveva ricevuto dalle vite. I fatti potevano non essere veri, la sostanza umana dei fatti era vera. Aveva vissuto numerose vite, tutte sfiorandole. Sapeva quasi tutto delle vite. Sapeva anche che la vita viene a noia. E morì giovane, nel pieno della sua insoddisfazione, prima che la noia lo prendesse.

 

Giorgio Galli è nato a Pescara nel 1980 e si è laureato laureato in Scienze della Comunicazione a Siena. Scrive sul blog Perìgeion. Vive a Roma, dove esercita la professione di libraio. Ha pubblicato La parte muta del canto  (Joker, 2016) e Le morti felici (Il Canneto, 2018). È fra gli autori del Repertorio dei matti della città di Roma a cura di Paolo Nori (Marcos y Marcos, 2015) e dell’antologia critica Perturbamento a cura di Marco Ercolani (Joker, 2016).

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