proSabato: Sigmund Freud, Determinismo e superstizione

Chi ha avuto occasione di studiare con i mezzi della psicoanalisi i moti riposti dell’animo umano, sa dire qualcosa di nuovo anche sulla qualità dei motivi inconsci che si esprimono nella superstizione. Si riconosce con la massima chiarezza nelle persone nervose affette da pensieri ossessivi e da stati ossessivi, persone spesso intelligentissime, che la superstizione nasce da moti repressi ostile e crudeli. La superstizione è in gran parte attesa di disgrazie, e chi spesso ha augurato del male agli altri, ma ha rimosso nell’inconscio questi desideri perché educato alla bontà, facilmente si aspetterà la punizione per tale malvagità inconscia, come disgrazia che lo minacci dall’esterno. Ammettendo di non aver affatto esaurito con queste osservazioni la psicologia della superstizione, dovremo d’altra parte almeno sfiorare il problema se sia da negare assolutamente che la superstizione abbia radici nella realtà, se sia certo che non esistono presagi, sogni profetici, esperienze telepatiche, manifestazioni di forze sovrasensibili e simili. Sono lungi dal voler rigettare in blocco questi fenomeni, sui quali si hanno molte osservazioni accurate anche da parte di intellettuali eminenti e che molto opportunamente dovrebbero formare oggetto di ricerche ulteriori. Anzi è da sperare che una parte di queste osservazioni trovi chiarimento in base alla nostra incipiente conoscenza dei processi psichici inconsci, senza imporci radicali alterazioni delle nostre concezioni odierne. Se dovessero risultare dimostrabili anche altri fenomeni, come per esempio quelli affermati dagli spiritisti, ebbene, procederemo a quelle modifiche delle nostre “leggi” che saranno volute dal nuovo apprendimento, senza per ciò incorrere in perplessità sulla connessione delle cose nell’universo. Ora, nell’ambito di queste discussioni, io non posso rispondere alle questioni sollevate altro che soggettivamente, vale a dire in base alla mia esperienza personale. Devo purtroppo confessare di appartenere a quella categoria di individui indegni al cui cospetto gli spiriti rinunciano alla loro attività e il soprannaturale si disperde, cosicché non fui mai in condizione di provare cose che m’incitassero a credere nei miracoli. Come tutti gli uomini, ho avuto presagi e ho subito disgrazie, ma le due cose si sono sempre evitate tra di loro, cosicché i presagi rimasero senza seguito e le disgrazie mi colpirono senza essere presagite.

da Psicopatologia della vita quotidiana (1901), traduzione di Carlo Federico Piazza, Michele Ranchetti ed Ermanno Sagittario, Bollati Boringhieri 2006, pp. 273-274

Il nostro era molto superstizioso e questo nonostante egli fosse un uomo di elevata istruzione, illuminato e di notevole acume, e nonostante fosse in grado di assicurarmi qualche volta di non credere nemmeno una parola di tutte quelle panzane. Dunque era nello stesso tempo superstizioso e non superstizioso, ma c’era una netta distinzione tra il suo atteggiamento e la superstizione degli incolti, che si sentono in accordo con le loro credenze. Egli sembrava comprendere che la proprio superstizione era legata ai suoi pensieri ossessivi, sebbene talora vi si abbandonasse totalmente. Si può afferrare meglio il senso di questo comportamento vacillante e inconsistente se lo si considera alla luce di un’ipotesi che adesso enuncerò. Non esitai a supporre che in realtà il paziente non possedesse ancora una cognizione chiara al riguardo, ma che invece avesse due opinioni distinte e contraddittorie. Le sue oscillazioni tra queste due vedute dipendevano senz’altro dal suo momentaneo atteggiamento verso i propri disturbi ossessivi; non appena era riuscito ad avere la meglio su una di queste ossessioni, egli era solito sorridere con aria superiore della propria credulità, e non c’era avvenimento che potesse scuotere la sua fermezza. Però, nell’istante in cui cadeva in balia di un’altra ossessione, non spiegata -o, ciò che è lo stesso, di una resistenza- trovava le più strane coincidenze a sostegno della sua credulità. In ogni modo la sua superstizione era quella di un uomo colto ed egli evitava pregiudizi volgari come aver paura del venerdì o del numero tredici, ecc. Però credeva nelle premonizioni e nei sogni profetici. Incontrava sempre proprio quella persona cui, per qualche inesplicabile ragione, stava pensando in quel momento, oppure riceveva una lettera da una persona dimenticata da anni ma che gli era ricorsa d’improvviso alla memoria. Nel contempo, era, tuttavia, abbastanza onesto -piuttosto, abbastanza leale verso il suo convincimento ufficiale- da non dimenticare i casi in cui le più strane previsioni si erano risolte in un niente. Per esempio, una volta, partendo per le vacanze estive, aveva sentito la certezza morale che non sarebbe tornato vivo da Vienna. Ammetteva anche che la grande maggioranza dei suoi presentimenti riguardava cose che non avevano particolare interesse personale per lui e che, quando gli capitava di incontrare un conoscente, cui non aveva pensato da molto tempo fino a un istante prima, tra lui e questa miracolosa apparizione non accadeva nient’altro. E naturalmente non poteva negare che tutti i più importanti avvenimenti della sua esistenza erano accaduti senza che egli ne avesse alcun presentimento e che, per esempio, la morte del padre lo aveva colto assolutamente di sorpresa. Però argomenti di questo genere non avevano alcun effetto sul disaccordo fra le sue convinzioni. Essi servivano soltanto allo scopo di comprovare la natura ossessiva delle sue superstizioni, ciò che poteva essere già dedotto dal modo con cui andavano e venivano col crescere e il calare della sua resistenza.

da Caso clinico dell’uomo dei topi (1909), in Ossessioni, fobie e paranoia, traduzione di Celso Balducci, Grandi Tascabili Economici Newton 1995, pp. 119-120

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