Sandro Abruzzese, Dalla fine della Sinistra al Salvinismo

Foto di © Andrea Semplici

Dalla fine della Sinistra al Salvinismo

È difficile rimanere ottimisti di questi tempi rispetto alla situazione politica. Sembra che l’Italia sia immersa in una febbre antica. Si risponde al problema delle migrazioni puntando il dito contro i neri. Sono i neri il problema, diciamocelo, anzi i negri. È difficile dimenticare i fatti di Macerata, Firenze, di San Calogero, l’Aquarius.
La disorganizzazione dello stato italiano produce, oltre alle mafie e ad altre forme di acceso squilibrio, anche questa deriva ignobile. Si vive di capri espiatori come in epoche tutte da dimenticare, utilizzando slogan degni dei periodi più bui della storia.
La regressione del livello politico dei partiti, dell’informazione, e di conseguenza dei cittadini, è il termometro delle condizioni attuali: si ragiona per municipi, interessi di ceto, addirittura emerge un nuovo, fantomatico, interesse nazionale.
Se solo il fascismo mascherato è più odioso dei fascismi, tuttavia i Salvini o i Berlusconi non possono essere considerati la causa, bensì il prodotto della condizione odierna. Per arrivare a questo punto è occorso abituare le persone a narrazioni illogiche, emotive, irrazionali. Occorrono decenni di complicità trasversali per cancellare la ragione, boicottare i nessi logici, ignorare costantemente le cause prime degli eventi e puntare tutto sullo sfruttamento del rancore e della paura. Solo così lo sradicamento, l’emarginazione, la solitudine, le frustrazioni, diventano il bacino d’odio a cui attingono le destre dei vari Salvini. Ma prima di ciò bisogna privare i cittadini di comunità, spaesarli, togliergli assistenza e voce, privarli di senso, per domiciliarli nell’estraniamento, farli sentire insignificanti e inutili. Per arrivare a Macerata, San Calogero e all’Europa odierna bisogna spogliare le persone della loro dignità e abituarle a un certo grado di servilismo, occorre atomizzare la gente per renderla così fragile e debole. È la messa al bando della ragione e della politica a generare la viltà di oggi. Quello che vediamo è solo il prodotto di una lontana e ignominiosa resa.
Tanto più che qualsiasi analisi seria e argomentata, anche se razionale, documentata, veritiera, ormai è destinata a essere zittita dagli schiamazzi di ringalluzziti leader politici e seguaci. Hanno la maggioranza e gli italiani sono con loro, dicono. Allora qualcuno dovrebbe ricordare che tuttavia democrazia non è sempre decidere a maggioranza, poiché non vi è democrazia se non sono assicurate le condizioni democratiche, che vengono prima della maggioranza.
E invece per il problema dei migranti la soluzione proposta da decenni è spostarli, evitarli. Si cerca solo di farli sparire alla vista. Non conta altro.
Qualcuno obietterà che i migranti non fanno parte della famiglia, non sono italiani e per di più sono neri. Ma il fatto è che una patria realmente democratica si costruisce nel rispetto del genere umano, non della famiglia. Una patria democratica, mi riferisco anche all’Europa, è reciprocità, la sua base è la giustizia. E ogni volta che il privilegio soppianta la giustizia, muore un po’ di patria, come sta morendo la nostra, verrebbe da dire.
Prendiamo l’indignazione per le spese dovute ai migranti: stranamente questa indignazione non compare per l’endemica corruzione, per lo strapotere mafioso, per l’inefficienza della giustizia, della sanità, stiamo parlando di cifre ben più cospicue che però hanno un filo in comune: queste, sì, sarebbero responsabilità della nostra classe politica e dirigente.
Dunque, si potrebbe abbozzare una risposta al fenomeno migratorio, tutti sanno che è generato dalla forza centripeta del capitalismo. È il capitalismo, la nostra forma finto-opulenta di esistenza globalizzata, invasiva e distruttiva, a metterci in rapporto di reciprocità con chiunque, una forma economica basata sull’energia e il lavoro a basso costo, per cui il tema dell’egoismo nazionale è non solo anacronistico ma anche un ulteriore svilimento del discorso. Se c’è un debito è dei paesi ricchi verso il resto del mondo, ricordava Langer, poiché sappiamo bene che questa ricchezza è fondata sull’oppressione, la distruzione e l’inquinamento di interi altri mondi possibili. La nostra è una storia di una violenza e di una vigliaccheria inaudita, ma far finta di non averne memoria è davvero il colmo.
Stiamo parlando del sistema politico-economico delle grandi potenze in cui, tra l’altro, da tempo si registra la gravissima subalternità della politica all’economia, per non parlare della dittatura della crescita: un ossimoro che ignora l’ecologia, la sostenibilità, i diritti umani. Ancora una volta siamo vittime di una realtà autodistruttiva e, anzi, tutto il mondo risulta basato sui suoi astuti feticci: quello della potenza, quello del benessere: è una colossale follia globale. La stessa follia proposta sulla pelle dei profughi che fuggono dalle nostre guerre, sulla pelle dei migranti che fuggono dai nostri dittatori. È la politica dello struzzo che pur di non ridistribuire la ricchezza farebbe di tutto.
Ma come è stata possibile tale regressione? Tornando all’Italia, quel che è mancato negli ultimi trent’anni è una vera sinistra internazionalista, pacifista, che rinvigorisse l’imprescindibile critica della società di stampo marxista e con essa rinnovasse l’attenzione alla vita delle persone. E invece la distanza tra società e politica si è fatta siderale e esiziale. Non ultima, è venuta meno quella tensione culturale, il dovere morale della continua ricerca di equità e giustizia propria della sinistra. La critica politico-economica è diventata ricetta stantìa, come le forme di protesta, gli slogan, l’apporto si è fatto talmente narcisistico, egocentrico, da risultare aperto personalismo.
Ciò che rimane nell’immaginario collettivo di trent’anni di politica di sinistra italiana sono i salotti televisivi e i cashmere di Bertinotti, la barca a vela di D’Alema, i romanzi improponibili di Veltroni, l’umiliante deriva verticistica renziana.
Mentre tutti i leader politici occupavano più i talk-show che gli scranni parlamentari, veniva completamente abbandonata la rete capillare delle strutture partitiche della penisola, essenziali luoghi di condivisione, coinvolgimento e partecipazione: vera ossatura della penisola.
Nel frattempo, i luoghi, i territori periferici, abbandonati dai partiti, hanno subito i cambiamenti senza comprenderli e senza potervi partecipare, la vita privata ha preso il sopravvento un po’ ovunque. E il risultato è che i luoghi oggi non esprimono più alcuna identità, non creano cultura, ma la importano dai mass media. Si vive di un riflesso artificiale, regredendo così da comunità a mere località di spaesati. Così i residenti vivono in delle riserve, spettatori delle vite vere, urbane (sempre più artificiali), cioè quelle rappresentate mediaticamente. Nelle riserve la politica oggi arriva solo per le elezioni, a chiedere il voto. È prima di tutto uno sradicamento spirituale, quello di cui parlo, poi materiale, certo, su cui è stato facile soffiare il fuoco della paura, della frustrazione, della rabbia. I risultati sono sotto gli occhi di tutti: e allora è il caso di citare Gramsci per dire: Istruitevi perché avremo bisogno di tutta la nostra intelligenza.

© Sandro Abruzzese

 

Articolo originariamente pubblicato sul blog dell’autore “raccontiviandanti”, qui

 

foto di © Sandro Abruzzese

 

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