Helena Janeczek, La ragazza con la Leica

Non provate a pensare di trovarvi davanti alla semplice biografia di una sfrontata e maliziosa fotografa. Qui ci troviamo in un libro di Helena Janeczek la cui narrazione volutamente soffusa e “distratta” è come quella di una belva che segue una o più tracce di una preda in un percorso solo apparentemente casuale. Questo tipo di narrazione prescinde dall’idea di una linea retta; qui le tracce della protagonista (sì, proprio quella “sfrontata ragazza” di copertina) non si appoggiano solo sul terreno fresco delle date, dei documenti, degli archivi. In questo lungo e affascinante percorso ogni risoluzione di un indizio o di una traccia ne genera altri e altri ancora nell’incrociarsi con le narrazioni di tre dei suoi compagni di viaggio “superstiti”; Willy Chardack, Georg Kuritzkes e Ruth Cerf, tre personaggi che, in maniera diversa, sono stati più vicini alla protagonista e ne hanno condiviso la storia, le storie fino al primo agosto del 1937, giorno dei funerali di Gerda Taro, nome d’arte di Gerta Pohorylle, morta alla fine di luglio del 1937 all’età di 27 anni a Brunete sul fronte della guerra di Spagna, schiacciata da un carro armato. Gerda Taro quindi è la nostra ragazza con la Leica; prima reporter morta su un campo di battaglia e compagna del leggendario Robert Capa con cui ha raccontato fotograficamente il conflitto in Spagna. Il titolo e la copertina sono il primo “non indizio” da cui partire; la genericità del termine “ragazza”, una Leica che in realtà non vediamo, ma soprattutto quello sguardo, e quella gestualità. La figura di Gerda Taro per tutto il libro appare come un fantasma a cui non vengono associate imprese, ma è come se tutti i suoi 27 anni si fossero congelati in quell’attimo fotografico e tutto ciò che ha rappresentato, nel suo breve passaggio in vita, potesse così essere narrato solo come assenza, pesante, sconvolgente che, alla vigilia della sconfitta dei repubblicani spagnoli e la conseguente ascesa di Franco, arriva a rappresentarsi come soglia, limite, trauma di un’intera generazione transnazionale di intellettuali entusiasti nel loro coinvolgimento politico, costretti però improvvisamente alla disillusione e ad arrendersi per dissolversi davanti alla realtà di una guerra oramai persa, al successivo immediato esplodere della seconda guerra mondiale e a tutto quello che ne conseguirà. Helena Janeczek è abile in questo suo veloce passaggio di voci a mantenere vivo nei “sopravvissuti” quel senso di nostalgia (pur se differenziato) nel suo miscelare ciò che è documento, memoria e finzione per “ricostruire” un percorso di poco più di mezzo secolo, in cui l’entusiasmo e quel disincantato modo di vivere un’idea libertaria di equità e condivisione, di tutti coloro che avevano partecipato alle Brigate Internazionali o tentavano una qualche forma di resistenza culturale in una Germania sempre più autoritaria e razzista, venga via via schiacciato o emarginato da una storia che è decisamente più forte e violentemente cinica. Una storia però a cui sono sopravvissuti attimi di “gioia” e la bellezza di questo libro − meritatamente scelto per il premio Strega 2018 − sta anche nel suo configurarsi come atto d’amore verso la fotografia, l’arte di congelare un momento di spensieratezza, di luce, di vitalità, per poter permettere alla nostalgia di trasformarsi in consapevolezza, se non in un’altra possibilità.

© Iacopo Ninni

Helena Janeczek, La ragazza con la Leica, Guanda, 2017, pp. 320, euro 18

 

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