Mese: febbraio 2018

Tre inediti di Andrea Astolfi

Dalla raccolta inedita Abbiamo visto un film

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Ti ho tenuto la mano stretta
ti ho passato la bocca sulla faccia
come i cani col gelato del padrone.
Desideravo aprirti presto le gambe
ficcarci potente
dentro e tutto
tutto me.
Poi siamo usciti.
Bevevamo in un posto
che ti piace tanto.
Ti ho scattato una foto quella sera.
Sorridi piano, ti copri la bocca
con la mano bianca
come quando
con la mano prossima venivi alle labbra belle.
Ma che tempo infame a dividerci
che voracità a sbranarci caldi, vivi.
Ora guardo la foto
e scrivo una poesia. Verrà la peste
come con il tempo,
moriremo
saremo sepolti.

*

.

Ti ho baciato
nel vento ti ho preso
in un abbraccio siamo stati, un bacio
senza nome. Ci attendeva
una mattina in un bar
la lunghezza di un’autostrada
che porta lontano, il cuore
di una città vuota e sola,
le porte di una stazione sporca
nel sole di agosto.

*

.

La stanza bianca, la finestra
sul mare, i versi dei gabbiani.

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© Andrea Astolfi

 

Andrea Astolfi è nato nel 1990. Sue poesie sono presenti nella Raccolta Pubblica di Poesia (Tempi Diversi 2015; 2017), in Charlas (Tapirulan, 2017) e in Arcipelago Itaca blo-mag (Arcipelago Itaca, 2018). Voce e cofondatore del progetto musicale Personne, con all’attivo l’album Inverso (Autoprodotto, 2016).

Caregiver Whisper 14

Mio padre Sebastiano è morto l’11 novembre 2016 per le conseguenze di un adenocarcinoma. A Lucia, mia madre, è stato diagnosticato nel 2014 il morbo di Alzheimer. Quando si è ammalato, mio padre ha iniziato a raccontarmi la sua vita mettendo, così, ordine anche tra le testimonianze confuse di mia madre. Lei ha disimparato cose elementari come vestirsi in modo corretto, lavarsi e mettere le cose in ordine. Io sono il suo caregiver. Come molti altri malati nelle sue condizioni, è spesso irascibile e aggressiva perché non ha più gli strumenti per decifrare cosa le succede intorno. In Caregiver Whisper racconto piccole storie di vita nella malattia, tra le mille difficoltà con cui mi sono dovuto misurare, il più delle volte da solo, e l’ironia che ci ha aiutato a non impazzire nei momenti più difficili. Questa rubrica è dedicata ai miei genitori, alle persone che mi sono state accanto in questo percorso e a chi si trova, come me, a guardare in faccia la realtà, cercando di elaborare un lutto che lutto ancora non è. (altro…)

[Rinviato al 22 aprile 2018] ‘Donne e critica letteraria’. Il 3 marzo a Sasso Marconi – Le Voci della Luna

EVENTO RINVIATO A DOMENICA 22 APRILE 2018

Donne e critica letteraria in Italia oggi 
Un punto sulla critica letteraria di poesia prodotta da donne o su opere di donne in Italia oggi.
 
Dialogheranno con noi:
Liana Borghi, Giusi Montali, Renata Morresi, Alessandra Trevisan
 
Letture e riflessioni sulla poesia delle donne, anche a partire dagli interventi del pubblico.
 
L’incontro si svolgerà sabato 3 marzo alle ore 16.00 presso la Sala Giorgi in via del mercato 13 a Sasso Marconi. 
 

Non si dovrebbe ricorrere a questi espedienti, se ci fosse parità e intesa cristallina tra i sessi, se gli esseri umani non vivessero anche di scontri, conflitti e soprusi legati proprio a quella differenza, se il potere non avesse preso e prendesse quasi sempre dimora presso una delle due parti. Ma così è, e allora eccoci a un altro 8 marzo, a un altro numero della nostra rivista dedicato esclusivamente alle donne: quelle che si occupano di poesia, scrivendola; quelle che la studiano dal punto di vista critico; quelle che sperimentano la scrittura a trecentosessanta gradi; quelle che, con uguale passione, fanno arte.


Michela Turra dall’editoriale del numero 70 de “Le Voci della Luna”, numero della rivista che sarà presentato proprio in occasione di quest’evento

Qui l’evento Facebook

Inediti di Alessandra Racca

Penelope a modo mio

Cosa ne pensi
se ti scelgo e ti tengo
in palmo di mano
fra le linee che si intrecciano
intessendomi al mondo

Dipende se sulla mia pelle
vedi strade o graticolo di prigione
se fra trama e ordito cerchi la fuga
o l’arte di tessere
costruzione e passione

Dipende, Ulisse, se nella conca della mano
puoi sentire il canto,
la trama del viaggiare
nell’ordinario, l’ardire.

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Con cosa sto bene?

Come l’arancione con l’azzurro
l’accostamento del tono di verde sul verde più chiaro
io sto bene con lo sbriciolare del biscotto
al tavolino del luogo illuminato
lungo lo stelo che cresce e nel racconto dell’esistere delle cose
fra occhio e occhio
nel meccanismo di gioco
fra emissione e ascolto, nel farsi della parola
con il movimento dei raggi della ruota
e poi qui.

Vestire i miei panni
non chiedo molto altro
poterli poi di tanto in tanto mutare
svestirmi del fuori
a costato aperto
rimanerti di fronte, sottopelle
rossa e blu.

 

(altro…)

La figlia del vento: nota su Alejandra Pizarnik (di Jennifer Poli)

 

Dall’introduzione di Enrique Molina all’edizione italiana di Crocetti (La figlia dell’insonnia, 2004) delle poesie di Alejandra Pizarnik (Buenos Aires, 1936-1972) si legge:

Quando penso ad Alejandra Pizarnik la vedo passare, solitaria, in una di quelle enormi sfere di Bosch dove giacciono coppie nude, entro un mondo tanto tenue che solo per miracolo non esplode ad ogni secondo. Ma la sua è una sfera notturna, iridata come una perla nera. Creatura affascinata e affascinante, vittima e maga, ardeva al suo rogo e, nello stesso tempo, con quella crudeltà propria della poesia, appiccava a fuoco il mondo circostante, lo faceva ardere con una fosforescenza tenera e cupa, che illuminava con un sorriso da fantasma il suo volto di bambina. (op. cit., p. 7)

In questo passaggio emerge ciò che a mio avviso è il carattere peculiare della poesia di Pizarnik: la sua capacità di sintesi e trascendenza degli opposti. Questo processo porta il lettore a fare un balzo oltre il pensiero ordinario per abbracciare una dimensione in cui si apre il linguaggio dell’analogia:

Anche se l’amato
brilla nel mio sangue
come una stella collerica,
mi alzo dal mio cadavere
e attenta a non calpestare il mio sorriso morto
vado incontro al sole.

Da questa sponda di nostalgia
tutto è angelo.
La musica è amica del vento
amico dei fiori
amici della pioggia
amici della morte

(op. cit., p. 21).

Qui è chiaramente visibile la catena analogica vento-fiori-pioggia-morte, tutti elementi legati da un sentimento di unione. Dalla vita alla morte e ritorno. Questa è la grande metafora della poesia di Pizarnik. L’orizzonte di questi versi è quello di un’unità antica e profonda del mondo, una visione olistica (da “olòs”, intero) fortemente presentita ed esperita nella poesia. Quello dell’analogia è un vero e proprio metodo per trascendere tutte le opposizioni e le separazioni della mente razionale (bianco/nero; buono, cattivo, giorno/notte). Nello sguardo visionario della poetessa queste categorie non hanno ragion d’essere. (altro…)

Paola Casulli, Sartie, lune e altri bastimenti

Paola Casulli, Sartie, lune e altri bastimenti, La Vita Felice 2017

Il titolo della raccolta più recente di Paola Casulli, Sartie, lune e altri bastimenti, introduce in maniera accattivante a temi, sfondi e contesti che hanno il pregio di assumere ruoli diversi con il  procedere delle liriche che la compongono.
Mare, vento, pioggia e isola – l’isola nativa, Ischia peraltro mai nominata, e poi una «Capri imprecisata», «l’isola perduta oltre ogni dire», «l’idea di un’isola» o, ancor più nettamente, l’isola tout court – sono infatti personaggi insieme agli amanti e al loro dialogo antico e pur sempre rinnovato, con continui mutamenti di prospettive. L’io lirico, in questo dinamico scambio di ruoli, sembra a tratti attribuire proprio a sé e agli altri umani il ruolo di imbarcazioni in un fluire che a volte trascina, a volte ristagna.
D’altro canto, come gli umani (e il tempo in cui vivono, «scafo mobile dei giorni») si fanno natanti, così gli elementi marittimi del titolo, sartie e bastimenti, prendono le forme di sentimenti umani. Le sartie vanno allora lette anche come legami e segnali di partenze e ritorni, pegni di attese e spie di quella nostalgia che qui abbraccia tutto l’etimo del termine italiano: desiderio acuto, anche doloroso, di tornare. I bastimenti, con la fantastica stiva del gioco di nomi e lettere iniziali che si faceva da bambini (“è arrivato un bastimento carico carico di…”), da un lato rimandano all’interrogazione permanente intorno alla parola, pertinente, “vera”, acuta, dall’altro, con il loro “arrivare”, espresso non a caso in francese, lingua nella quale il verbo ‘arriver’ significa sia arrivare sia accadere («Il arrive – Il est déjà arrivé»), alludono all’arduo incontro, non di rado scontro, tra parola e accadimento.
In un paesaggio nel quale l’elemento marino è dominante, l’azzurro si manifesta, così come all’occhio umano la distesa delle acque, in molteplici variazioni. Chi legge si imbatte spesso nella versione plurale dell’aggettivo cromatico, così come nel blu, ancora più profondo. Attenzione, tuttavia: azzurre e blu non sono solo le acque marine, ma caviglie umane, rocce e fiori, iris e genziane innanzitutto. E c’è un altro colore che prende la scena, con il suo carico di connotati e simbologie: il rosso, qui rappresentato nella complessità di indossare capi di questa tinta; il rosso, che al ristagno, alla bonaccia, oppone il carattere di decisione difficile.
Dinamiche e caratteristiche fin qui additate sostanziano, rendono felicemente complessi e arricchiscono i testi che in questa raccolta prediligo, i testi, vale a dire, che hanno nella incisività della formulazione la forza di sollevarsi a comprendere piani universali, i testi che condensano, con tocchi rapidi e sapidi, nodi dell’esistenza umana nella storia (il riferimento al passato ha, anche se solo per lievi tocchi allusivi, per la menzione di una stagione o di un mese, una collocazione storica alla quale è possibile risalire) e nella natura, nelle sue multiformi manifestazioni sul pianeta che abitiamo.

© Anna Maria Curci

E mi prende
la privazione di quel mare lontano
fatto di isole e pesci, pochi uomini.
Striate d’azzurro le notti stormiscono di melograni.
Meridiane vicende, che sanno
di balzi e di lucertole sull’urto del sole,
le nostre pietrose incomprensioni vanno
snodandosi tra genesi e naufragi
e ci tolgono all’amore, alla tensione del corpo nel corpo.
Mi prende la voglia di te,
dei rimorsi di maggio e l’acre intelligenza degli ideali.
Socchiudo gli occhi
e di quel mare che odora di luce non scordo
neppure la mia stessa voce che dice

————-addorméntati addorméntati

che dal vicolo spira il maestrale,
porta le voci e le ossa degli alberi chiari
porta cent’anni di sole e un’ora per

————————la rêverie nostalgica
—————————dei nostri passati.
(altro…)

Lettera a Corrado. Per “Tempo riflesso”, di C. Benigni

 

Corrado Benigni, Tempo riflesso, Interlinea, 2018 – € 12

Carissimo Corrado,

vedo un tuo maggiore abbandono (parola bellissima, e difficile) in questo nuovo libro. Un abbandono, dico, che in primis mostri te a a te stesso, e di riflesso a chi legge.
Ecco, tempo riflesso. Mi convince, mi piace questa traccia di ambiguità nel titolo, intorno al riflettere. Corre in tutta l’opera. Dunque, abbiamo a che fare con un tempo specchiato e pensato, un tempo che sei tu stesso (o io, o un altro, un singolo, un individuo) e di cui – mi sembra – occorre farsi filtro. Questo vuoi dirci. È un tempo, questo che viviamo (e poi tu alludi certamente al Tempo, in generale) del quale vuoi dare indizio. Sì, direi che in questo libro metti alla prova essenzialmente l’indizio, detto con un voluto gioco di parole.
Come lo fai? Come lo fornisci l’indizio? Presentando il piccolo, il piccolissimo anche, riflesso nel grande (o viceversa, non cambia). Così che tutto possa vivere nel più vasto possibile. Lo fai sentire mediante la costante “esaltazione” dell’infinitesimo nell’infinito. È una grande aspirazione questa, del vedere e del sentire. E perché no, io credo, del pensare.
Dicevo, l’abbandono. Ma appunto, oltre al pensiero (che ti è proprio), è un abbandono il tuo al sentimento. Perlomeno parzialmente. Colpiscono in questo senso le dediche, in particolare Solstizio, dedicata a Chiara; colpisce il riferimento a tuo padre, così toccante in Superfici e così significativo in Pixel; colpisce per intero una poesia come Vita mia, non mia, dove non a caso sono i bambini (i piccoli) a sorprenderti perché sanno offrire indizi di verità.
Ma vado per ordine dentro le tre sezioni.
In Pietre vive sono tanto presenti la pietra, la corteccia e le radici quanto lo sono gli interrogativi. Il che non è nuovo in te, ma qui mi pare si fletta in nuove formulazioni, nello spirito diverso, direi più aperto, del libro, come ho avuto modo di sottolineare prima. Per propria natura direi, più aperto rispetto a Tribunale della mente, eppure con esso in continuità, di pronuncia, di voce. Quattro endecasillabi rapiscono il fuoco dell’attenzione, per la loro bellezza: «Ma la strada è una lingua che ci vede»; «istanti nell’enigma dello spazio»; «alla legge non scritta del ritorno»; «Il movimento fisso delle stelle». Dobbiamo imparare, è vero, «il linguaggio delle pietre, / non abbiamo che parole e una conta di sassi, qui». O imparare la resistenza muta degli alberi.
Dobbiamo imparare a imparare, mi vien da dire. Anche, anzi soprattutto, Dall’invisibile, o meglio: si tratta di quello che spesso non sappiamo più vedere, comprendere. Siano alberi, insetti, impronte, segni, rumori, tutto ciò che è minuscolo e apparentemente insignificante (e invece significa) indica una strada a noi «pellegrini della materia», noi stessi «verbi che si coniugano all’infinito», noi orbitanti nel tutto orbitante (“orbita” è tra le parole-chiave del libro). Si sente netta una vocazione alta e antica tra le prose di questa seconda sezione: la poesia come domanda, come appello. Prose di invidiabile misura, compatte, “precise”, per quanto possa essere questo un termine valido (e lo è, chissà, io penso di sì) in poesia. Indizi su indizi, ed esperienze, che nutrono la scrittura: avverto come i viaggi a Gerusalemme e in Islanda siano stati per te importantissimi.
Sono dunque indizi di/per una verità, per giungere alla prova (cioè all’evidenza) di ciò che siamo. Non manca certo, in questo divenire, il “gioco” delle Apparenze (ancora, giustamente, una parola che dà luogo ad ambiguità. Apparire: svelamento; apparire: falsificazione). Il saluto di Benjamin all’inizio della terza e ultima sezione è illuminante. Di nuovo, qui nella figura dell’osservatore, c’è «il bisogno di cercare il luogo invisibile». Eccoci così subito proiettati verso un primo titolo che già tutto contiene: Immagini di immagini. Meccanismo affascinante, e a pensarci anche terribile. La strada maestra è quella della fotografia, una strada tracciatasi con forza nella tua esperienza. Il suo insegnamento porta a evidenziare, con percepibile stupore, il piccolo nel grande, come nella prima sezione: «C’è una trascendenza tangibile / nell’infinita interiorità di un filo d’erba».
Tempo rappreso quindi, «il tempo ci riflette come uno specchio concavo»; tempo che ci chiede la parola, che pretende da noi l’indicazione di un nome (indizio e indicazione); che ci vuole, vuole noi in quanto noi stessi nome. Siamo qui, in vita, col nostro segreto, fissi nel corpo e fissati in una fotografia. Istanti universali ed enormi, mentre tutto il visibile e l’invisibile (tra realtà e rappresentazione, tra aldiquà e aldilà, tra l’uno e il doppio) passa per i dettagli. Fai necessariamente il nome degli artisti, li indichi: anche questa è una forma di abbandono, una dichiarazione.
E chiudi con un interrogativo accanto alla parola “destino”. Ribadisco: c’è una vocazione alta e antica in te, domandare alla poesia che sia la verità a rispondere. È un luminoso destino quello che ti fa compagnia, e corre nel libro.

Cristiano Poletti

I poeti della domenica #240: Vittoria Colonna, Non senza alta cagion la prima antica

Vittoria Colonna (aprile 1490 – 25 febbraio 1547)

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Non senza alta cagion la prima antica
legge il suo paradiso a noi figura
di latte e mel perché candida pura
fede e soave amor l’alma nudrica,

e ‘n guisa d’ape, natural nimica
d’ogni amaro sapor, con bella cura
da ciascun fior d’intorno il dolce fura
per dare in frutto altrui la sua fatica,

e, quasi agnello, il latte umil riceve
perch’altri l’abbia in maggior copia quando
l’avezza a forte cibo il buon pastore;

onde, poi, sazia e grande in tempo breve,
le sue dolcezze e se stessa sdegnando,
fermi in Dio l’occhio al suo divino onore.

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© Vittoria Colonna, Rime spirituali disperse in Rime, a c. di Alan Bullock, Scrittori d’Italia degli Editori Laterza, 1982

I poeti della domenica #239: Vittoria Colonna, Fuor di me tutto in quello entra il mio core

Vittoria Colonna di Jules Joseph Lefebvre, 1861, collezione privata

Vittoria Colonna (aprile 1490 – 25 febbraio 1547)

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Fuor di me tutto in quello entra il mio core
dove questi occhi miei li aprir la via,
e quando dal mio seno egli già uscia
alto gridai: «Dove il conduci, Amore?».

Egli, con volo audace: «Al proprio errore»,
rispose; «quel ch’io custodir solia
con tanta forza e tanta gelosia
che non ha più di ritornar valore».

Niun soccorso a me vien da mia ragione;
ella contra d’Amor si trova imbelle,
e a’ suoi consigli il mio furor s’oppone.

Quinci non spero più d’uscir di quelle
torte e dubbiose vie ch’Amor compone,
e so che l’error mio forza è di stelle.

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© Vittoria Colonna, Rime amorose disperse in Rime, a c. di Alan Bullock, Scrittori d’Italia degli Editori Laterza, 1982

proSabato: Giuseppe Pontiggia, La grande sera

proSabato: Giuseppe Pontiggia, La grande sera

XXI
Colloqui e sostituzioni

Quale poteva essere “la solita ora” di un appuntamento alla sera? Un’ora compresa tra le venti e trenta e le ventidue, secondo il calcolo delle probabilità: ma nelle abitudini di una coppia clandestina – quale era, secondo il calcolo delle probabilità, quella formata da suo fratello e dalla sconosciuta – l’appuntamento poteva arretrare, in molti mesi dell’anno, alle diciannove o addirittura alle diciotto e trenta. Era però improbabile associare la parola sera ai tramonti tardivi di giugno, resi ancora più lunghi dall’ora legale. E altrettanto improbabile era che si incontrassero dopo le ventidue, quando la notte aveva già trasformato in buio le prime ombre.
Probabile era piuttosto che l’incontro, avvenendo nella cornice di un pied-à-terre, avesse un significato intenzionalmente, anche se non inevitabilmente, amoroso. Nel corso di molteplici relazioni clandestine, che dovevano ogni volta conciliare anche gli orari di lavoro dei coniugi assenti. Mario aveva conosciuto lui stesso i riti degli incontri settimanali a ore fisse, la loro auspicata, ma non sempre realizzata metamorfosi in sedute erotiche, l’estasi delle diciannove e quindici, la cerimonia degli addii: prima che lei invariabilmente si ribellasse a quegli orari innaturali, che a lui invece apparivano naturalissimi, e chiedesse di costruire insieme la vita. Sempre quelle immagini di edificazione laboriosa, di accumulazione paziente, e quei verbi, come cementare e rafforzare, che gli richiamavano irresistibilmente un materiale che si sfalda tra le dita. Finché si arrivava alla interruzione di un gioco che per lei non era più serio e per lui lo era troppo; antitesi di desideri sulla quale si fonda, per poi dissolversi, la possibilità dell’unione.
L’epilogo lasciava sempre l’amarezza, più che di avere infranto le regole, di non averle fissate. Ognuno dei due si proponeva di farlo in un rapporto nuovo, ma proprio le regole del gioco erano di non fissarle, altrimenti nessuno dei due le avrebbe accettate.

La finalità, occulta e chiara, dell’incontro finiva per circoscriverne ulteriormente l’orario. Erano infatti escluse, senza ripensamenti, le venti, ora troppo contigua a una cena che la precedesse e troppo tarda per differirla ancora. L’ora più probabile era dunque compresa tra le venti e quarantacinque e le ventuno e trenta.
Alle venti e trentadue Mario entrò nell’appartamento.

Giuseppe Pontiggia, La grande sera, Mondadori, 1989

proSabato: Giuseppe Pontiggia, La grande sera

proSabato: Giuseppe Pontiggia, La grande sera

Staccare i poster dalle pareti era stato il primo gesto di un distacco progressivo. Presagiva un processo di conversione, ma non sapeva a che cosa.
Ricordava, di un libro che aveva letto molti anni prima, un capitolo dedicato ai sacerdoti che avevano perso la fede, ma non l’abito. Preti già anziani, incapaci di ricominciare una vita, anche se impreparati a finirla. Custodi di una catastrofe silenziosa, avevano continuato ad amministrare i sacramenti, a predicare ai fedeli. Mai si sarebbe scoperta la loro crisi, se non l’avessero rivelata, dopo la morte, diari angosciati. Alcuni l’avevano confessata a un parente o a un amico, che ne aveva poi parlato a distanza di anni. E lui li immaginava nella loro stanza, tra i libri di una religione morta, tra le reliquie di una fede che era diventata una finzione.
Quanti tormenti dovevano avere preceduto la decisione di non credere; quante lacrime, per rassegnarsi non solo al futuro, ma al passato, a una vita dedicata a un dio che non esiste, a un aldilà che non oltrepassa l’esistenza.
Lui rammentava, con la precisione che hanno i sogni, immagini che aveva visto leggendo il libro, colloqui al tramonto sulla terrazza di un convento oppure parole gravi nella penombra di uno studio. Queste immagini si sovrapponevano a quelle della sua vita e non sapeva quali fossero più reali. E in quei segreti che non aveva mai ascoltato ritrovava il suo, in quei destini di disperazione muta il suo destino.

Giuseppe Pontiggia, La grande sera, Mondadori, 1989

Inediti di Sara Fattoretto

Apparenze

Vestito di apparenze
te ne vai sicuro
all’ombra del muro scalcinato
sul ciglio del rivo oscuro.

Presenze di vita attorno
ombra fedele del giorno
nascente che abbracci
illuso…splendente leggerezza
di stracci d’Oriente.

Sorridi e prosegui distinto
passo di struzzo in recinto
convinto dal fondo le grezze pianure
vinto del mondo e delle sue arsure.

Rovente consumi il respiro
dei venti, sanguigno papavero
bruno fermaglio dai contorti
denti.

Astemio di vino e di miele
lido lontano rigetti le vele
frementi di terra.

È la guerra dei ciechi
vittorie di Pirro echi
ronzanti di luci abbaglianti.

Viandante di nebbia
in note locande ti assordi
bagordi di rabbia stonata
assorbi i sapori acri
noia insensata.

Né gioia o dolore
oh Amore sfuggente
ti riempie.

La mente distratta
tra frotte di gente
dalla divisa d’ un solo colore.

Ricchezza per gli occhi
il nulla nel cuore.

 

(altro…)