proSabato: Anna Seghers, La gita delle ragazze morte

«No, da molto più lontano. Dall’Europa». L’uomo mi guardò sorridendo, come se gli avessi risposto: «Dalla luna». Era il padrone della pulqueria all’uscita del villaggio. Si allontanò dal tavolo e, poggiato immobile alla parete, cominciò a studiarmi con lo sguardo come se cercasse tracce della mia fantastica provenienza. Di colpo anche a me parve una cosa fantastica che dall’Europa fossi andata a finire in Messico. Il villaggio, cinto come da palizzate di cactus a canne d’organo, sembrava una fortezza. Attraverso una breccia potevo spingere lo sguardo sui pendii bruno-grigiastri dei monti che, brulli e selvaggi come una montagna lunare, alla sola vista allontanavano qualunque sospetto di aver avuto mai a che fare con la vita. Due alberi del pepe ardevano sull’orlo di una forra completamente deserta. Anche questi alberi sembravano più in fiamme che in fiore. L’oste si era rannicchiato per terra sotto l’ombra enorme del suo cappello. Aveva smesso di osservarmi, non lo attiravano né il villaggio, né le montagne, fissava immoto l’unica cosa che gli presentava enigmi immensi e insolubili: il nulla assoluto.
Mi appoggiai alla parete nella sottile linea d’ombra. Era troppo precario e incerto il rifugio che avevo trovato in questo paese per essere chiamato salvezza. Avevo alle spalle mesi di malattia che mi aveva raggiunto qui, anche se i diversi pericoli della guerra non avevano potuto niente contro di me. Come succede talvolta, i tentativi di salvataggio degli amici avevano scongiurato i pericoli evidenti e provocato quelli nascosti. Anche se gli occhi mi bruciavano per il caldo e la stanchezza riuscivo a seguire il tratto della strada che dal villaggio portava nella natura selvaggia. La strada era così bianca che non appena chiudevo gli occhi sembrava incisa all’interno delle palpebre. Vedevo anche sull’orlo del precipizio l’angolo del muro bianco, che già mi si era impresso negli occhi dal tetto del mio alloggio nel grande villaggio situato più in alto, da cui ero discesa. Avevo chiesto subito del muro e del rancho o cos’altro mai fosse, con la sua unica luce calata giù dal cielo notturno, ma nessuno aveva saputo darmi ragguagli. Mi ero messa in cammino. Nonostante la debolezza e la stanchezza che mi costrinsero a prendere fiato già qui, dovevo scoprire da me cos’era quella casa. La curiosità oziosa era l’ultimo residuo rimasto della mia antica voglia di viaggiare, la spinta di una smania incessante. Non appena soddisfatta, sarei risalita subito al ricovero che mi era stato assegnato. La panca su cui mi riposavo era finora l’ultimo punto del mio viaggio, addirittura l’estremo punto occidentale in cui fossi mai giunta in terra. La voglia di imprese avventurose e fuori dal comune che una volta mi rendeva inquieta si era da tempo placata fino alla nausea. C’era solo un’unica impresa che ancora potesse spronarmi: tornare a casa.
Il rancho, come pure le montagne, era avvolto da una foschia luccicante, che non sapevo se fosse dovuta a pulviscolo di sole o alla mia stanchezza che annebbiava tutto, cosicché le cose vicine sembravano svanire e quelle lontane si facevano nitide come una fatamorgana. Mi alzai in piedi poiché la stanchezza mi era già diventata insopportabile e allora la caligine si diradò leggermente dinanzi ai miei occhi.
Attraversai il varco della palizzata di canne e poi girai intorno al cane che dormiva sulla strada, completamente immobile come un cadavere, le zampe distese, coperto di polvere. Si avvicinava la stagione delle piogge. Le radici scoperte di alberi brulli e contorti si abbarbicavano al pendio, sul punto di pietrificarsi. Il muro bianco si avvicinava sempre più. […]
Dietro il lungo muro bianco si coglieva un riflesso verde. Forse c’era una fontana o un ruscello che era stato deviato e irrigava più il rancho che non il villaggio. Eppure sembrava disabitato, con la casa bassa, priva di finestre dal lato della strada. Se non si trattava di un abbaglio, l’unica luce di ieri sera era stata probabilmente quella del custode. Il cancello, da tempo inutile e fradicio, era divelto dal portale d’ingresso. Eppure, nell’arco della porta rimanevano ancora visibile i resti di uno stemma dilavato da innumerevoli stagioni della pioggia. Mi sembrò di riconoscere i resti del blasone, così come le due conchiglie in pietra che lo racchiudevano. Varcai il portale vuoto. Con mio stupore adesso avvertivo dall’interno un cigolio leggero e regolare. Avanzai ancora di un passo. Ora potevo sentire l’odore della vegetazione nel giardino che si faceva sempre più fresca e viva man mano che posavo lo sguardo. Il cigolio divenne presto più netto e vidi tra i cespugli diventavano sempre più folti e rigogliosi il regolare andar su e giù di un dondolo o di un’altalena. A questo punto la mia curiosità si era destata e così attraversai di corsa la porta e mi diressi verso l’altalena. Nello stesso momento qualcuno chiamò: «Netty!»
Nessuno mi aveva più chiamato così dal tempo della scuola. Avevo imparato a rispondere a tutti i nomi buoni e cattivi con cui mi chiamavano amici e nemici, i nomi che in molti anni mi erano stati attribuiti per strada, in riunioni, feste, sistemazioni notturne, interrogatori di polizia, titoli di libri, articoli di giornali, verbali e passaporti. Mentre ero malata e priva di coscienza talvolta avevo sperato di sentire l’antico nome dei miei primi anni, ma era perduto il nome che mi ero illusa potesse rendermi di nuovo sana, giovane, felice, pronta a riprendere la vecchia vita, ormai irrimediabilmente svanita, con gli antichi compagni. A sentire il mio nome di allora afferrai sbigottita le trecce con tutte e due le mani, anche se in classe mi avevano sempre preso in giro per questo gesto. Mi meravigliai di potere afferrare le mie due grosse trecce: allora non me le avevano tagliate in ospedale!

Da: Anna Seghers, La gita delle ragazze morte, a cura di Rita Calabrese. Con testo a fronte, pp. 44-51.

“Nein, von viel weiter her. Aus Europa.” Der Mann sah mich lächelnd an, als ob ich erwidert hätte: “Vom Mond.” Er war der Wirt der Pulqueria am Ausgang des Dorfes. Er trat vom Tisch zurück und fing an, reglos an die Hauswand gelehnt, mich zu betrachten, als suche er Spuren meiner phantastischen Herkunft. Mir kam es plötzlich genauso phantastisch wie ihm vor, daß ich aus Europa nach Mexiko verschlagen war. – Das Dorf war festungsartig von Orgelkakteen umgeben wie von Palisaden. Ich konnte durch eine Ritze in die graubraunen Bergabfälle hineinsehen, die, kahl und wild wie ein Mondgebirge, durch ihren bloßen Anblick jeden Verdacht abwiesen, je etwas mit Leben zu tun gehabt zu haben. Zwei Pfefferbäume glühten am Rand einer völlig öden Schlucht. Auch diese Bäume schienen eher zu brennen als zu blühen. Der Wirt hatte sich auf den Boden gehockt, unter den riesigen Schatten seines Hutes. Er hatte aufgehört, mich zu betrachten, ihn lockten weder das Dorf noch die Berge, er starrte bewegungslos das einzige an, was ihm unermeßliche, unlösbare Rätsel aufgab: das vollkommene Nichts.
Ich lehnte mich gegen die Wand in den schmalen Schatten. Um Rettung genannt zu werden, dafür war die Zuflucht in diesem Land zu fragwürdig und zu ungewiß. Ich hatte Monate Krankheit gerade hinter mir, die mich hier erreicht hatte, obwohl mir die mannigfachen Gefahren des Krieges nichts hatten anhaben können. Wie es bisweilen zu gehen pflegt, die Rettungsversuche der Freunde hatten die offensichtlichen Unglücke von mir gebannt und versteckte Unglücke beschworen. – Ich konnte, obwohl mir die Augen vor Hitze und Müdigkeit brannten, den Teil des Weges verfolgen, der aus dem Dorf in die Wildnis führte. Der Weg war so weiß, daß er in die Innenseiten der Augenlider geritzt schien, sobald ich die Augen schloß. Die Bank, auf der ich ausruhte, war bis jetzt der letzte Punkt meiner Reise, sogar der äußerste westliche Punkt, an den ich jemals auf Erden geraten war.
Die Lust auf absonderliche, ausschweifende Unternehmungen, die mich früher einmal beunruhigt hatte, war längst gestillt, bis zum Überdruß. Es gab nur noch eine einzige Unternehmung, die mich anspornen konnte: die Heimfahrt.
Das Rancho lag, wie die Berge selbst, in flimmrigem Dunst, von dem ich nicht wußte, ob er aus Sonnenstaub bestand oder aus eigener Müdigkeit, die alles vernebelte, so daß die Nähe entwich und die Ferne sich klärte wie eine Fata Morgana.
Ich ging durch den Einschnitt in der Palisade aus Kakteen und dann um den Hund herum, der, wie ein Kadaver völlig reglos, mit Staub bedeckt, auf dem Weg schlief, mit abgestreckten Beinen. Es war kurz vor der Regenzeit. Die offenen Wurzeln kahler, verschlungener Bäume klammerten sich an den Abhang, im Begriff zu versteinern. Die weiße Mauer rückte näher. […]
Es schimmerte grün hinter der langen weißen Mauer. Wahrscheinlich gab es dort einen Brunnen oder einen abgeleiteten Bach, der das Rancho mehr bewässerte als das Dorf. Dabei sah es unbewohnt aus mit dem niedrigen Haus, das auf der Wegseite fensterlos war. Ich trat in das leere Tor. Ich hörte jetzt inwendig zu meinem Erstaunen ein leichtes, regelmäßiges Knarren. Ich ging noch einen Schritt weiter. Ich konnte das Grün im Garten jetzt riechen, das immer frischer und üppiger wurde, je länger ich hineinsah. Das Knarren wurde bald deutlicher, und ich sah in dem Gebüsch, das immer dichter und saftiger wurde, ein gleichmäßiges Auf und Ab von einer Schaukel oder von einem Wippbrett. Jetzt war meine Neugier wach, so daß ich durch das Tor lief, auf die Schaukel zu. Im selben Augenblick rief jemand: “Netty!”
Mit diesem Namen hatte mich seit der Schulzeit niemand mehr gerufen. Ich hatte gelernt, auf alle die guten und bösen Namen zu hören, mit denen mich Freunde und Feinde zu rufen pflegten, die Namen, die man mir in vielen Jahren in Straßen, Versammlungen, Festen, nächtlichen Zimmern, Polizeiverhören, Büchertiteln, Zeitungsberichten, Protokollen und Pässen beigelegt hatte. Ich hatte sogar, als ich krank und besinnungslos lag, manchmal auf jenen alten, frühen Namen gehofft, doch der Name blieb verloren, von dem ich in Selbsttäuschung glaubte, er könnte mich wieder gesund machen, jung, lustig, bereit zu dem alten Leben mit den alten Gefährten, das unwiederbringlich verloren war. Beim Klang meines alten Namens packte ich vor Bestürzung, obwohl man mich immer in der Klasse wegen dieser Bewegung verspottet hatte, mit beiden Fäusten nach meinen Zöpfen. Ich wunderte mich, daß ich die zwei dicken Zöpfe anpacken konnte: man hatte sie also doch nicht im Krankenhaus abgeschnitten.

Aus: Anna Seghers, Der Ausflug der toten Mädchen, Aufbau Verlag, Berlin 1948

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