Attilio Carpi, Noi vivi e noi morti

Attilio Carpi, Noi vivi e noi morti, Pan editrice, 1972

[Grazie ad Anna Maria Carpi per aver concesso l’uso di questi testi]

 

Sconosciuto

Studenti dello stesso liceo,
io diciotto anni, molto serio,
lei sedici, svogliata, sorriso prodigo,
bella anche, così bionda e ben fatta,
l’andatura già di donna esperta.
Mi amava? N’ero certo,
tanti baci ci davamo,
scambiandoci lettere ogni giorno
e giuramenti d’amore
inestinguibile.
A un tratto amò un altro,
non riuscivo a capire perché.
Pensavo ai loro baci
e mi nascondevo per piangere
e ricordarla invece tra le mie braccia
con le parole d’amore sulle labbra.
Non m’iscrissi all’università,
vagabondai, fui impiegato, commerciante,
nulla di bello insomma.
Lei, al contrario era finita attrice,
acquistando fama e ricchezza,
ma divenuta molto bizzarra,
tutti dicevano,
con matrimoni e figli dietro di sé.
Un giorno lessi che si era avvelenata.
Fu come se fosse tornata a me.
affannato, ingoiando lacrime,
corsi per vederla un’ultima volta.
Seppi subito invece ch’era fuori pericolo,
e l’infermiera venne a rendermi il biglietto
con la sua risposta: non mi conosceva
e aveva bisogno di riposo.

 

L’ereditiera

Non era bella, dicevano,
e molte furono nella mia giovinezza
le ore di lutto.
Venivano a me
gli squattrinati di moda:
e Lévy-Strauss e Beethoven…
e non so che altro spacciassero
insieme con le loro profferte
mentr’io spiavo
sullo sfondo inerte dei visi
lo sfilare delle menzogne maldestre
come povere indossatrici di borgo.
I funebri canestri di fiori
gettati poi all’alba in pasto
ai gai netturbini mattinieri!
Ma come d’altronde vendicarmi?
Sposai per stanchezza un uomo d’affari.
Distesa al suo fianco per dovere di moglie,
quante volte la notte
piansi a lungo in silenzio
l’amore invano implorato
le sue tenere parole mai udite
i baci che non c’eravamo mai dati.
E, grigia e sfiorita,
mentre la ragione m’irride
il pensiero brancola ancora laggiù
indietro nel tempo.

 

L’ho sentita chiamare

L’ho sentita chiamare per nome;
è il nome di molte.
Mi sono voltato. Non c’era.
Né io c’ero dunque per lei
quando l’ho a lungo fissata
cercando il suo viso:
il suo viso di allora:
non bello, dicevano.
Mai una parola era stata detta fra noi;
quel suo ultimo sguardo però
quando ci incontrammo di nuovo per caso
nella grande libreria musicale.
Sono ritornato laggiù,
dov’è ormai così buio,
ho palpato la coltre del tempo,
l’ho strappata chiamandola.
Docile si è levata
e mi ha porto la mano.
aveva intatta negli occhi
la tristezza di allora
e sulle labbra il silenzio
della sua ultima parola d’amore.
Ormai lontani noi due,
sconosciuti l’un all’altro;
distrutti;
ma loro ancora vicini laggiù
dove un giorno li abbiamo lasciati.

 

© Attilio Carpi

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