Il valore del fischio in letteratura (di C. Trombetta)

Il valore del fischio in letteratura: una riflessione sul “fare letterario”

 

Che genere di azioni si aspetta un lettore dai personaggi di un romanzo? Facile: che pensino, parlino, si muovano, amino, gioiscano, lavorino, piangano, odino, partano e soffrano. Nessuno direbbe facilmente di aspettarsi un bel fischio sonoro, forte ed eloquente. Quante opere letterarie i cui protagonisti si abbandonano al fischio come atto significativo si potrebbero elencare? Poche, anzi, davvero pochissime. In letteratura sono i treni a fischiare (si pensi all’avvio di un celebre mottetto montaliano: «Addii, fischi nel buio, cenni, tosse/ e sportelli abbassati…»), al massimo il vento o gli uccelli, le persone invece piuttosto raramente. Infatti, parlando di fischi dal valore importante o simbolico, viene di certo in mente la novella pirandelliana Il treno ha fischiato. L’impiegatuccio Belluca, il personaggio principale, prende coscienza dell’esistenza di altre dimensioni al di fuori della sua, oppressiva e ansiogena, proprio grazie al fischio di un treno, avvenimento banale che riesce però a scuoterlo dalla grigia quotidianità in cui era seppellito. Come volevasi dimostrare, non è Belluca a esibirsi nel fischio, bensì il treno. Guardando invece alla poesia, gli esempi restano comunque pochi. Potremmo citare la poesia Fischi di Trilussa:

L’Imperatore disse ar Ciambellano:
– Quanno monto in berlina e vado a spasso
sento come un fischietto, piano piano,
che m’accompagna sempre indove passo.
Io nun so s’è la rota o s’è un cristiano…
Ma in ogni modo daje un po’ de grasso.

Anche in questo caso l’Imperatore si limita a percepire il fischio, probabile sinonimo di malessere popolare, ma non ne è la fonte. Restando in ambito poetico, Giorgio Caproni ha composto Il fischio – parla il Guardiacaccia, in cui il suono di un fischio avvertito durante una partita di carte è in grado di richiamare al dovere il Guardiacaccia che, fedele al suo compito e alla divisa, spiega ai compagni le ragioni del suo allontanamento dalla tavola e conclude così:

Lasciatemi perciò uscire
Questo Io vi volevo dire.
Per quanto siano bui gli alberi,
non corre un rischio più grande di chi resta,
colui che va a rispondere
al fischio della foresta.

Lo stesso anche stavolta, è la foresta a fischiare, non un uomo dal volto o dal nome definito.
Pare proprio non esserci spazio per il fischio nel panorama letterario occidentale, dunque. Eppure, la questione ha suscitato l’attenzione di uno scrittore del calibro di Julio Cortázar. Sarà perché Rayuela è, come è stata definita dai lettori, un «controromanzo» e una «bomba atomica» dallo stesso scrittore, ma nelle sue pagine non solo Cortázar denuncia espressamente e con ironia il ruolo marginale a cui l’atto del fischiare è stato relegato, ma mette in bocca al protagonista Oliveira un fischio potentissimo:

Oliveira era felice dell’ammirazione e rivalità che il suo fischio poteva suscitare; non ne faceva un abuso, riservandolo per le grandi occasioni. Durante le sue ore di lettura, che avvenivano tra l’una e le cinque del mattino, ma non tutte le notti, era giunto alla conclusione che il fischio non era un tema importante in letteratura. Pochi scrittori facevano fischiare i loro personaggi. Praticamente nessuno. Li condannavano a un repertorio abbastanza monotono di locuzioni (dire, rispondere, cantare, gridare, balbettate, bisbigliare, profferire, sussurrare, esclamare, declamare) però nessun eroe o eroina coronava mai il momento delle proprie gesta con un reale fischio, di quelli che spaccano i vetri.

Più volte Oliveira si cimenta nel suo vigoroso fischio, soprattutto nel capitolo 41, che a detta dell’autore è il primo frammento della trama che si ritrovò per caso a scrivere, quando il pensiero di farne un romanzo completo non l’aveva ancora sfiorato. D’altronde, la scelta di un gesto così “poco letterario” non è affatto fuori luogo se si considera il valore che l’elemento linguistico, che diventa fiume metafisico, mistificazione del vivere, ha in Rayuela. Il fatto che nessun grande autore abbia mai descritto i propri personaggi come assi del fischio non implica che non lo si possa fare, e Cortázar si è concesso questo piccolo atto di ribellione.
Forse non è del tutto falso affermare che nel corso di secoli e secoli di letteratura noi lettori siamo stati abituati male e che abbiamo finito per cedere alle lusinghe rassicuranti dell’abitudine, che ormai non ci aspettiamo nulla di diverso da una routine di azioni piuttosto stereotipate e universalmente riconosciute come “narrative”. Magari in futuro ci troveremo di fronte a eroi romanzeschi più originali, capaci non solo di dire, replicare o esclamare, ma di fischiare impunemente o di fare qualsiasi altra cosa “controletteraria” senza che ciò ci appaia poi tanto strano.

© Chiara Trombetta

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