Dag Solstad: l’insostenibile leggerezza dell’eroe cerebrale.

dag solstad, copyright MARIA GOSSÉ

Dag Solstad: l’insostenibile leggerezza dell’eroe cerebrale

di Renzo Favaron

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Il tempo è il protagonista delle ultime tre opere tradotte e pubblicate in Italia (da Iperborea, traduttori Maria Valeria D’avino e Massimo Ciaravolo) di Dag Solstad (si pronuncia “sulstà”), ovvero Romanzo 11, libro 18, Timidezza e dignità e La notte del professor Andersen. Tutti i personaggi centrali, se così si può dire, ne sono assorbiti, subordinati e dipendenti. E non solo i personaggi, ma anche le cose ordinarie, le idee e i prodotti artistici creati dall’essere umano. In ciascuno dei tre romanzi, ad esempio, l’autore è implacabile nell’indulgere e constatare il decadimento fisico a cui vanno incontro le compagne dei protagonisti (analisi riconducibile a quel “vedere dentro le cose” che è un’eredità letteraria di Gustave Flaubert). Tuttavia, Dag Solstad affonda i colpi delicatamente, quasi in punta di pennello, a parte in Romanzo 11, libro 18, dove la protagonista si macchia di un comportamento fuori luogo e inopportuno. La macchia non riguarda il tradimento del compagno, tanto per dire, ma il tradimento di un testo teatrale. Va detto che la donna tira le fila di una compagnia di teatro amatoriale e che ha un forte ascendente per via della sua bellezza. Bellezza a cui non sa rinunciare nonostante l’evidente azione del tempo e a cui attinge per rimediare alla cattiva piega che sta prendendo l’annuale rappresentazione portata in scena dalla compagnia di teatro. Il testo è L’anitra selvatica (di Ibsen) e a un certo punto il pubblico in sala rumoreggia, non risponde come ci si aspetta, così lei esce dal ruolo. Ed è questo che il compagno non le perdona, il fatto cioè di interpretare Gina Ekdel “con una gestualità e trucchi a buon mercato, e di agitare “perfino il posteriore e sedurre il pubblico locale”.

Anche in Timidezza e dignità Dag Solstad dedica più di qualche pagina allo sfiorire di ciò che è bello e lo fa lasciando intendere e trasparire l’importanza che la bellezza della donna ha nel tenere unita la coppia. Il personaggio maschile la subisce e comunque ne dipende fino a quando la “morbidezza” di chi gli sta accanto non viene meno. Come in Romanzo 11, libro 18, così in Timidezza e dignità il protagonista si dimostra incapace a sostenere gli urti della Storia e del tempo. Del resto, il decadimento fisico è sintomatico di un cambiamento che riguarda e corrompe non solo il corpo femminile, ma tutto l’edificio dell’esistenza umana. Seguendo il protagonista di Timidezza e dignità, ciò è fatto emergere nel corso di una lezione di norvegese, durante la quale si consuma una specie di frattura generazionale tra gli allievi e il loro insegnante. In particolare, la distanza è in diretta relazione al valore educativo riconosciuto e attribuito dagli uni e dall’altro a L’anitra selvatica di Ibsen. Naturalmente, per l’insegnante è qualcosa di essenziale e allo stesso modo lo è il compito “di fornire un’interpretazione de L’anitra selvatica brillante”. Cosa più facile a dirsi che a farsi e non per altro, ma perché gli allievi non attribuiscono la stessa importanza ai presupposti culturali sui quali “anche le loro vite si sarebbero fondate”. Anzi, prima della lettura de L’anitra selvatica, in aula risuona “un gemito viscerale e aggressivo”.

E non è solo questo il punto: oltre all’opera di teatro, agli occhi degli allievi è anche e soprattutto la figura dell’insegnante a essere scaduta di valore o  quello che essa rappresenta. Come si è già detto, gli urti della Storia non risparmiano niente e nessuno, così da corrompere il patrimonio culturale di una nazione e insieme  le certezze di chi ha il compito di interpretarlo e di trasmetterlo. Forse non è inutile evidenziare che in Timidezza e dignità si registra con una punta di amarezza che anche la Norvegia politicamente diffidente e comunque antieuropeista non è stata impermeabile a quel processo di americanizzazione, se così si può dire, che bene o male è penetrato ed è stato assecondato dalla totalità dei paesi ascrivibili al blocco occidentale. In questo senso, l’avvento di modelli alternativi a quelli tradizionali e locali, è dall’autore interpretato come qualcosa che ha diminuito non meno che oscurato il valore e la centralità dell’eroe cerebrale e dei sui prodotti. Di più: i suoi protagonisti, quelli di Romanzo 11, libro 18 e Timidezza e dignità, arrivano a conclusioni estreme, negando la sacralità e l’intangibilità di qualsiasi opera dell’ingegno umano.

Tutto, in altre parole, è soggetto a un usura più o meno precoce e in questo senso non si può dire di nessuna opera dell’ingegno umano che ha una qualità assoluta. Al contrario, mutando l’epoca dei suoi fruitori essa è destinata a non destare più lo stesso interesse di quando è stata concepita e proposta. In buona sostanza, anche l’opera artistica è soggetta agli stessi effetti a cui è esposta qualsiasi merce, per quanto se ne differenzi e si porti dietro un alone di sacralità. A questo riguardo è significativo ciò che dice il protagonista de la Notte del professor Andersen a un suo collega: “… non è l’opera di Ibsen che rappresentiamo, ma la sua fama”. E dicendo ciò, è automatico andare con la mente alle commedie e alle tragedie che vengono modernizzate per far sì che ci possano ancora riguardare e interessare. Personalmente, tanto per dire, da tempo non avverto più alcun filo che mi leghi al teatro d’opera, specialmente quello italiano. Può essere un mio limite, ma è pur vero che la librettistica del teatro d’opera risente di un’artificiosità che si fatica ad assecondare, al punto da suscitare in me la risata più che l’emozione.

Tornando a Dag Solstad, non risultano ingiustificati e anzi sono comprensibili alcuni momenti di abbandono e sconforto vissuti dai protagonisti. Va detto a loro merito che, per quanto siano “cerebrali”, tali cedimenti hanno più di qualche motivazione concreta, dal momento che nascono e sono la conseguenza di un’analisi anche troppo lucida della realtà. Si è detto “troppo lucida”, in quanto la critica si può spingere fino a riguardare la propria identità e il proprio ruolo sociale. A questo proposito è esemplificativa la percezione negativa che ha di sé il protagonista di Timidezza e dignità, cosa che lo induce a sconsigliare la figliastra di intraprendere la carriera dell’insegnamento, carriera che ai suoi occhi è ormai costellata di frustrazioni più che di gratificazioni e che si dovrebbe prendere in considerazione solo ed esclusivamente nel caso in cui non si dovesse essere “in grado di fare altro”. Anche se Dag Solstad non lo dice apertamente, tale scelta richiede a chi occupa un ruolo educativo di adattarsi all’esigenza di “scendere da cavallo” e ciò è esattamente il comportamento che Elias Rukla, il protagonista di Timidezza e dignità, non ha assolutamente intenzione di mettere in pratica, pur essendo consapevole che si tratta di una scelta obbligata. Più che al nuovo, però, Elias Rukla guarda al passato. Cosa che è sintomatica di uno scacco e per certi versi si può paragonare a una specie di resa. Non solo individuale, a dirla tutta, visto che i personaggi di Dag Solstad sono per lo più espressione di gruppi sociali che si erano spesi politicamente e che a un certo punto si sono ritrovati a essere prigionieri delle loro stesse idee progressiste, quelle all’origine di un dialogo che nel tempo presente è bloccato, così da lasciare ammutolite e prive di un qualsiasi interlocutore “le persone inclini alla riflessione e assetate di conoscenza”.

Concludendo la nota, si consiglia di leggere la trilogia dell’autore norvegese a partire da Romanzo 11, libro 18, senza saltare Timidezza e dignità (il romanzo più robusto, anche se non lo sono da meno gli altri).

© Renzo Favaron

 

 

 

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