Claudio Morandini, Le pietre

Claudio Morandini, Le pietre, Exòrma 2017, € 14,50

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Così come si muovono le pietre in questo romanzo, prima di nascosto, di soppiatto, di notte, di rimbalzo, di sponda, dall’acqua alla terra, dalla montagna a una stanza, allo stesso modo si muovono le parole di Claudio Morandini, si muovono piano. Sono prima pulviscolo, poi granello, poi sassolino, poi sasso, poi pietra, poi pietre, poi valanga, e dopo tornano indietro fino al pulviscolo, fino alla carezza. C’è poi dell’altro, c’è un particolare modo di raccontare, che è tipico delle persone che vengono dai luoghi in cui Morandini è cresciuto e quindi dalla montagna, ma che ricorda anche la maniera di ripetere una storia di chi vive vicino ai fiumi o nelle campagne. È la maniera di raccontare di chi vive (di chi sa vivere) nel luogo isolato, dirsi una storia, portarla avanti negli anni, nei bar, davanti ai bicchieri di vino o di grappa; farla montare di parola in parola, mischiarla di anno in anno tra realtà e finzione, e così una cosa accaduta si trasforma in leggenda, una leggenda assume contorni e dettagli reali, se ne ciba, dove sta la verità lo stabiliscono le generazioni. Un ragazzo ascolta, uno vive, comincia il racconto, la vita continua; il sasso, molti anni dopo, all’osteria mentre fuori nevica, diventa valanga nei ricordi dei vecchi. Questo è il modo di Morandini, poi c’è quello che scrive.

Si capiva che per Agnese la scuola era tutto, e si sarebbe ammazzata pur di non andare in pensione. Invece il marito, Ettore, professore di scuola media, alla pensione aveva preso gusto, restava alla finestra a guardar passare i paesani, li salutava, scambiava con loro qualche parola, ma si capiva che non avrebbe mai voluto essere davvero come i nostri vecchi, sudare nei campi sotto il sole a picco, correre con i cani dietro alle bestie, aiutarle a partorire, ammazzarle, macellarle, fare i fieni, spalare il letame. Lui salutava con la mano o con il mento, appoggiato con la pancia al davanzale del soggiorno, ed era finita lì.

 

Ho scelto questo passaggio che troviamo nelle prime pagine del romanzo perché non è soltanto la descrizione di due persone di una certa età che si sono trasferiti in montagna, ma è anche – e soprattutto – il primo movimento della nostra storia. È come se le pietre cominciassero a muoversi prendendo spunto dagli abitanti (o comportandosi come loro) di Sostigno che poi salgono a Testagno e poi scendono e poi risalgono, manifestando la stessa diffidenza, riconoscendo quell’origine che sta altrove che stabilisce il principio di integrazione. Chi vive in un piccolo posto forse è diffidente, chi vi arriva lo è allo stesso modo, la diffidenza la si supera con la curiosità e la conoscenza, la si sconfigge con l’accoglienza vera, che non è il bicchiere di vino, ma i molti bicchieri di vino scambiati come se niente fosse. Ettore non si sente uno di Sostigno, non vorrebbe esserlo, non lo sarà. I paesani che lo salutano, che sono cordiali, che accettano i “giri” che offre sanno che non sarà mai dei loro. E lo sanno le pietre che sanno sempre tutto. Le pietre una per volta in silenzio e silenziosamente prendono possesso e dominano il salotto di Agnese ed Ettore, e poi si muovono, cominciano a muoversi, tra Sostigno e Testagno, regolano il corso del fiume deviandolo a piacimento, decidono come devono muoversi le persone e quando devono farlo. Le pietre comandano. La storia di Agnese e Ettore un po’ è vera, un po’ è leggenda, un po’ è gioco di ragazzini, un po’ è una storia di paese come tante, un po’ è una maledizione, un po’ è un insegnamento.

(A volte, dall’alto delle montagne, ci colpiscono raggi intensi, che ci costringono a distogliere lo sguardo. È il sole che viene riflesso dall’anima metallica delle rocce e proiettato fin dentro alle nostre case. Se non stiamo attenti, ci lascia un segno di bruciato sul legno dei mobili, ci guasta gli alimenti, ci acceca i bambini, ci ammazza gli uccellini nelle gabbie. Allora chiudiamo gli stipiti e ci rassegniamo a vivere anche noi nella penombra come i Saponara, come fosse sempre sera).

Morandini costruisce un racconto corale, che si muove tra passato e presente e sul confine che, in queste pagine, diventa molto sottile tra geologia e superstizione; la natura, naturalmente, parla per suo conto e pare voler stabilire che a suo tempo, un tempo da lei stabilito e dominato, si riprenderà tutto e quello che per l’uomo può essere un disastro per lei è riprendersi ciò che le spetta, ma non è solo questo. Gli abitanti di Sostigno sono proprio come la natura che li circonda: aspettano, osservano, si ostinano, si stupiscono, brontolano, ma così come fanno le pietre si muovono e si muovono nello spazio nuovo che i minerali gli concedono. Lo fanno scuotendo la testa, aspettando che passino le stagioni. Lo fanno raccontando.

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© Gianni Montieri

 

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