Giordano Tedoldi, Tabù

Giordano Tedoldi, Tabù, Tunué 2017, € 14,90

*

C’è un primo e più importante tabù che Giordano Tedoldi affronta con questo romanzo, quello del linguaggio: abbatte, cioè, quello che ormai è diventato una sorta di divieto di transito in narrativa, il cartello con la scritta “Divieto di scrivere in lingua italiana”. Non sto scherzando! Colpisce di questo romanzo la costruzione delle frasi, e sarebbe sbagliato dire che si tratta di una costruzione classica, mentre è corretto dire che si tratta di una costruzione secondo grammatica, che bello. Niente periodi brevi quando non occorrono. Il ricorso al periodo breve è molto spesso una scorciatoia, un modo per cavarsi d’impiccio, è un’abitudine che viene dallo scopiazzamento della narrativa americana (narrativa che amo molto), che quando diventa abuso rende i libri italiani un po’ sciatti, mi permetto. Un personaggio italiano si comporta diversamente da un personaggio americano, comprimerlo dentro una frase smozzicata, una descrizione vagamente brillante, rischia di renderlo ridicolo. Qui, invece, ci accorgiamo della sintassi corretta, dell’accuratezza delle scelte lessicali, della bravura nella costruzione dei dialoghi (una delle cose più difficili da rendere in scrittura), dei rimandi tra azione presente e passata senza che la lettura inceppi. Queste poche righe, per quel che mi riguarda, dovrebbero già bastare per convincervi a comprare il libro, ma voglio dirvi qualcosa di più.

«Mi dispiace» esclamai ad alta voce, che è una frase incredibilmente più efficace di quanto certa idiozia virilistica non autorizzi a pensare. Certo, dipende anche da chi la pronuncia. A me è sempre venuta discretamente.

Tabù parte da un assunto molto semplice, un uomo decide di sedurre la moglie del suo migliore amico, questa è la partenza, da qui comincia il racconto con Piero (colui che seduce), Domenico (il migliore amico), Emilia (la sedotta), tutto sembra molto chiaro e definito, ma si intuirà quasi da subito che non è così, il lettore capirà che questi tre attori non sono capaci di scelte comuni e non possono essere racchiusi in un triangolo amoroso, sono altro, il romanzo è altro, è questo ed è molto altro. Il vero protagonista è Piero, destinato ad essere indimenticabile, ho la sensazione che un personaggio così complesso ce lo ricorderemo a lungo. Piero affascinante e colto, Piero ossessionato, Piero padrone di un modo non comune di ragionare, capace di vedere oltre, capace di stare nelle cose e di fuggirle. Piero capace di distruzione, capace della noia totale e dell’inventiva sublime. Piero tormentato e tormentatore. Piero che non si accontenta, Piero che domanda e che si domanda. E dietro lui gli altri, Emilia e Domenico naturalmente, sposati in un senso e in un modo che va oltre la consuetudine che conosciamo, sposati nel senso che forse è vero rituale. La morale, quella che gli usi e costumi ci raccomandano, è qualcosa da sovvertire con un’altra morale. La vita non può procedere lungo un solo binario, Tedoldi lascia che deragli, lascia che scambi più che può, che passi da una linea morta all’alta velocità.

Il libro è composto da cinque parti e da quello che accade tra una parte e l’altra. Tedoldi fa accadere anche quello che non leggiamo, lo vediamo nel tempo trascorso, nell’andirivieni dei personaggi, dalle loro solitudini, dalla vita in comune. Ognuna delle parti è un salto nel vuoto, e qui – perdonatemi – non voglio dirvi molto di più di quello che accade. Ci si muove tra baratro e momenti di conforto, si viaggia di sospensione in sospensione. Qualcosa accade, qualcosa è accaduto, qualcosa  accadrà. Ci sono alcuni momenti in cui si fa un po’ di fatica, ma è una fatica preziosa che allena il pensiero e la curiosità, che prepara al salto successivo, tra luoghi senza nome e altri personaggi straordinari come Messabianca, Eusebio, Dolly, Marco, Barbara e gli altri. Legami che si creano, si protraggono, sembrano distruggersi e che non lo fanno praticamente mai.

«[…]Perché io non penso che il tempo passi. Noi cambiamo, ma solo apparentemente. Perdiamo i capelli, i nostri occhi si sprofondano in orbite sempre più rosse, subiamo deformazioni per niente piacevoli. Ma se abbiamo il dono della memoria, vuol dire che è nella nostra natura guardare a tutta la nostra esistenza come una simultaneità. Siamo strutturati per considerare il passato non meno dell’attimo presente.»

I tabù che Giordano Tedoldi infrange non sono pochi: quello del linguaggio, della morale, della voce narrante (che non è una sola), quello della famiglia, quello della religione, quello della vita sotto un solo tetto, quello della promiscuità, quello della solitudine, quello della ricchezza e della povertà e quello – attenzione – dell’amore. Per quest’ultimo ci accorgiamo di una cosa molto semplice, che dovremmo sapere ma che dimentichiamo quasi sempre, che ci si muove in un campo da gioco senza regole, e ogni volta che proviamo ad assoggettarci a una di queste perdiamo, infrangendola, non riconoscendola. Il mondo di Tedoldi è un mondo dove vita e morte offrono la stessa prova, la stessa consistenza. Emilia tradisce Domenico, ma non è di tradimento che dobbiamo parlare.

L’arte del gelato sta migliorando sensibilmente direi da trent’anni a questa parte, è già più importante della poesia, ma presto diventerà più indispensabile dell’acqua.

Quest’ultima citazione è una battuta o sono altri due tabù infranti in un colpo solo? Dopo aver letto di Io odio John Updike  (minimum fax, 2016) scrissi che Tedoldi non somigliava a nessuno, non ho cambiato idea.

*

© Gianni Montieri

One comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...