Tina Emiliani, La ballata di Ginevra (di Plinio Perilli)

Tina Emiliani, La ballata di Ginevra, Empiria Edizioni 2015

Colpisce con quanta sicurezza e quale eleganza stilistica una poetessa di ruolo e di percorso come Tina Emiliani, abbia insomma cercato e sùbito trovato il romanzo con scelta felice, equilibrio brioso e profondo assieme… Colpisce la facilità della resa narrativa, che invece snoda e rivela un ordito complesso, un’aura onirica continuamente rispecchiata in una ricapitolazione urgente e saggia della mera Realtà (dialogata con filosofica compostezza, o arresa viceversa a un intimo, smottante flusso di coscienza – non ne cambia la sorgente profonda, densa e introiettata!):

Gli anni non avevano riempito quel vuoto e quell’uomo lo aveva intuito subito e fu una bambola il suo primo regalo, ma il tempo era inesorabilmente scaduto e lei l’aveva distrutta in mille piccoli pezzi quella bambola perché ormai la malinconia si era insediata nei suoi occhi e non sarebbe mai più scomparsa e aveva da tempo capito quanto sua madre l’avesse amata comunque anche se a modo suo, ma ormai la malinconia era entrata nei suoi occhi e anche in quelli di sua madre, inesorabile, e tutto per una stupida bambola dai riccioli biondi.

C’è una pagina decisiva della lunga conversazione/intervista di Marguerite Yourcenar con Matthieu Galey, Ad occhi aperti, in cui la grande autrice delle Memorie di Adriano e de L’opera al nero parla del “romanzo” come evento fulcro non solo della nostra, ma di ogni epoca:

Lei ha scritto da qualche parte che in questa nostra epoca si ricade sempre, fatalmente, nel romanzo, nel “solco del romanzo”. Perché? Perché scrivere un romanzo, e non un trattato o un libro di storia?

Perché volevo esprimere un certo punto di vista, offrire una certa immagine del mondo, una certa descrizione della condizione umana che può passare solo attraverso un uomo, o degli uomini …

Il libro parte come un buffo, strano e suadente film hollywoodiano (Il paradiso può attendere? – o magari una vecchia commedia “surreale” di Frank Capra col miglior James Stewart, dinoccolato e angelico, probo cittadino sull’orlo della bancarotta e del suicidio: La vita è meravigliosa… Attenzione, edificante parabola del 1946, dopo la Guerra Mondiale, i genocidi e la Bomba Atomica).

La luce è bianca e assoluta, il luogo improbabile e fatato, fatale. Come in un falansterio avveniristico di matrice buzzatiana, si avvera un “hereafter” (aldiqua? aldilà?) che chiama a colloquio la nostra eroina come puro spirito con puri spiriti.

Lei osservò l’ambiente con attenta curiosità. Le pareti erano bianche e nude. Notò che i divani, rivestiti in una tonalità molto chiara di beige, sembravano appena usciti di fabbrica e che la luminosità di cui era invasa la stanza non proveniva da una fonte visibile.

Gli eventi sono solo narrati, o meglio ripercorsi, ripensati come nell’alveo neutrale, nella tregua feconda d’un retroscena teatrale. Ma tutta la vita di Ginevra scorre in rewind e forward sul piccolo schermo della pagina, come non soltanto la sintesi, ma molto di più l’essenza – il quid inesprimibile e finalmente romanzato – di un’intera vita, spinosa o efflorescente come ogni concreta storia o vicenda di realtà.

Una realtà che, come la stessa poesia che vive e scrive Tina Emiliani, ha bisogno dei corpi e dell’anima allo stesso modo. Ma guai a farne retorica! – ecco la più bella dote che qui agisce e s’intride:

Le loro anime ebbero un lieve sbandamento…

Si rese conto che il suo corpo stava rispondendo ad un richiamo esterno…

La fantasia – ecco la bella trovata di Tina Emiliani – si annulla perché sovrasta, accelera, allaga, ricopre e annette, ogni via o viottolo della propria esistenza, ogni radura felice o scoscendimento ostile, obbrobrioso del nostro esserci, ed esserci stati. Tutto è fantasioso, tutto è fantasticabile – dunque tutto è vero.

“Conosciuto e sconosciuto”, le aveva fatto venire in mente la sua doppia vita, quella reale e quella onirica. Si soffermò su alcuni stralci di scritti, lettere – forse poesie – che risaltavano sulle pareti. Parole di Chagall in bianco e nero che ben esprimevano la sua anima colorata. Parole scaturite da uno dei massimi poeti del colore. (…) Le sue tinte forti erano le grida di un’anima che, seppur sofferente, esaltava con lussuria il senso della vita. Urla viola, verdi, azzurre, rosse, di cui era possibile sentire il suono, attraverso il colore.

L’inferno è un limbo – ma anche il paradiso ora è un limbo, il paradiso può attendere: mentre Ginevra parla e dialoga, con Signori sconosciuti o redivivi in sogno, parla di sé e di loro, e finalmente capisce, diagnostica tutto ciò che allora sembrava magari solo un brillìo rapinoso – o la jattura del dolore, quando giunge inesplicabile, e inesplicato resta, ferisce, rivendica quel capitolo di romanzo come l’unica trama che ci riguardi:

La follia non esiste. Esistono i margini del dolore che possono cedere. Dimenticare tutto e andare oltre la montagna prima di schiantarcisi contro definitivamente. Eppure questa carica di violenza di desiderio ha una sua vita propria che è preponderante ad ogni ragione. Nessun argine regge. Provoca spasmi terribili di giorno e di notte per trovare un suo territorio, un suo spazio, una sua luce.

Prima parlavo en passant della luce: una luce bianca, abbacinante, come una amplissima precognizione spirituale… Una chiamata più dolce che ammonitoria, ma in ogni caso ineludibile, inarginabile – come una melodia salvifica, un lenimento totale:

Le sensazioni non sono convinzioni sono solo pensieri che vagano, partoriti da una mente senza pace. Musica. La musica sì placa respinge il dolore o meglio no lo penetra fino in fondo, ne assorbe lo spessore lo esalta e poi lo satura fuoriuscendone e per un breve attimo il dolore cede, abbandona le armi, è sconfitto. Finalmente brevi attimi di tregua. Quasi un orgasmo.

Una luce d’incanto che Tina dipinge parola dopo parola, con la sua prosa libera e netta, sinuosa e fulgida, contornata o sfumata d’eleganza:

Iniziò a chiamarlo, seduta sul terrazzo, di fronte alle piccole rose rosse che scendevano sul muro ricoperto di edera. Finalmente erano fiorite anche le rose e l’edera continuava imperterrita la sua invasione lungo il muretto, con tenacia e perseveranza. Quell’edera incredibile che da una minuscola piantina si era estesa nel tempo per metri e metri, scevra di cure particolari, le cui foglie cambiavano colore dall’atto della nascita allo sviluppo, trasformando il verde tenero striato di latte in un verde sempre più intenso e omogeneo.

Una luce che, paradossalmente, non ci giunge affatto mediterranea ma nordica – albare, immota, ancestrale come un film di Bergman, ma i primi, quelli rapinosi all’estate (Monica e il desiderio, 1953; Sorrisi di una notte d’estate, 1956), dannati in beltà come la giovinezza, prima che sia resa esperta da troppi Sussurri e grida (1972), troppe Scene da un matrimonio (1973).
La luce che Proust trovava in certi capolavori di Rembrandt – ma anche in quei quadri di Chardin dove anche una natura morta o una scena d’interno raggiunge il più alto grado d’intensità spirituale: «Da Chardin abbiamo imparato che una pera è altrettanto vivente di una donna, che un volgare recipiente è altrettanto bello di una pietra preziosa. Il pittore ha proclamato la divina eguaglianza di tutte le cose davanti allo spirito che le considera, davanti alla luce che le abbellisce…»
La ballata di Ginevra irride i generi e li scompagina, li ingolosisce, li assaggia tutti: è romanzo ma sua ipotesi, è racconto, certo – ma delle trame profonde del far poesia, ed esserle allievi, in lirica prosa ragionativa… È Vita nuova, dantesca reminiscenza ed explicatio dove la prosa spiega, instaura il regno della poesia, ma anche la poesia abdica luce e canto, li riporta coi piedi per terra, chiede alle ombre, giustamente, di parlarci della Luce e delle sue leggi, insiste che sia il cuore a romanzarci il sogno e bisogno dell’Amore: vero e in maiuscolo.

Quella notte si riconciliò con il ricordo del marito. Non più penombre offuscate di grigio, non più espressioni accigliate, non più sensazioni penose di allontanamento e di distacco. Il trauma aveva fino a quel momento impedito loro di ritrovare l’armonia della loro unione, per un malcelato senso di reciproco rimprovero, l’una di averlo visto morire nel giro di pochi giorni, l’altro di non averlo seguito, ma quella notte si ritrovarono sulla vetta del loro amoroso delirio.

Dunque anche e più ancora il bisogno di Dio, necessario e loquace anche quando sottaciuto, occultato, pudìco di Sé.

– Non lo so. Ovvero, sì, credo che qualcosa esista, ma non so se è un Dio, uno solo o più di uno, oppure un’energia, una luce. Può essere tutto. O niente. Solo il caso. Il Big Bang. È difficile credere che tutta la perfezione che abbiamo intorno sia stata creata dal caso, come è difficile credere che ci sia un Dio che permetta tante cose orribili. Io ho bisogno di credere in qualcosa di superiore e mi rivolgo al cielo ogni giorno. Ma non ho risposte, non ne avrò mai.

Tina Emiliani ha avuto il coraggio di rischiare, di arrischiarsi. Ma l’armonia l’ha ripagata, l’armonia sempre inseguita, fin da ragazza, studentessa, allieva del Dio Amore, svogliata o fervida… L’armonia che si fa scrittura, prosa, immagine – e giunge d’istinto alla poesia fors’anche solo per svelarsi i colori del vento, la malinconia impensabile di un grande arcobaleno.
L’armonia che le diventa amica e diffida di chi vorrebbe piegarla, costringerla a formule facili, stilemi abusati.
Meglio entrare, patire con eleganza il senso, il solco del romanzo, perché appunto come un vecchio film di Capra, convoca James Stewart quale angelo umanato (o uomo da angelicare) per dimostrarci – nonostante tutti i travagli, le guerre, ignominie, e altri gironi e malebolge – che La vita è meravigliosa, e che ogni cosa, da sempre e per sempre accade perché ogni Ginevra, di ieri e di sempre, torni oggi a vivere, a spiegarci l’amore, figurarci un bacio, le peripezie noiose o fulgide di ogni amplesso.

– E allora quanti anni avevi quando lo hai fatto?
– Ventitré, quasi ventitré.
– È stato bello?
– Non so se bello sia l’aggettivo giusto. È stato qualcosa che volevo fare e che ho fatto. La verità è che l’avrei voluto fare anche prima.

Alle scrittrici donne va riconosciuto questo coraggio, questo ruolo, questo piccolo eroismo quotidiano. Di salvare e incorniciare, ingloriare anche le ragioni del quotidiano, la sottomissione della prosa alle illusioni della poesia – ai zanzottiani automatismi o fosfeni della Fantasia… Denudante vestizione del semplice lessico, senza teorizzazioni o voli pindarici. Lessico di corpi, sintassi d’anima:

Nella realtà ascoltavano storditi i messaggi che arrivavano dai loro corpi […]

L’Amore è una luce – massima o minima: tramonta perché fu alba, ma sempre resta un lucore, una certezza radiosa irradiante. Resta in noi, e di noi anche quando torna il buio, e perfino nella Torre che a un tratto ci convoca, ci richiamerà al 4° livello. Lui, Loro, non sanno in realtà che farsene di quei plasticati altoparlanti d’anima, di quelle altisonanti e sterili voci metalliche, celestiali e procedurali, di quella suprema burocrazia dell’azzurro che forse ha perso l’Azzurro in maiuscolo, e resta come un bianco incupito, adombrato, un abbaglio lattiginoso che conquista tutto, e ci reclama e ci annulla-
La poesia che anela l’altissimo – come sempre fa e onora Tina – nella piccola scala e dimensione di un fiore. Un fiore come breve verso del mondo, della vita che canta, solfeggia la sua ballata:

Se si può essere felici
al solo ricordo
di un amore
io lo sono

© Plinio Perilli

One comment

  1. “Di cosa parliamo quando parliamo d’amore?” avrebbe detto Raymond Carver, perché in questo tutto che ci assedia c’è sempre la vertigine del niente. Plinio Perilli illumina questo percorso tortuoso presentando il romanzo di Tina Emiliani “La ballata di Ginevra” in cui la luce si fa bianca o nera, ma sempre luce è. I legami s’irradiano, attecchiscono pervicaci ed umili come l’edera che invade il muro su cui crescono anche le rose, ma con un altro ritmo, un respiro diverso. Riconciliarsi con ciò che è stato detto e non avremmo voluto dire o con quello che non abbiamo detto ed avremmo voluto dire, forse questa è la vera liberazione a cui anelare. Una bellissima presentazione per un libro che mi incuriosisce. Grazie.

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