Daniela Scuncia, Etichette

Daniela Scuncia, Etichette

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Le etichette. Ecco quello che adoro leggere. E non ne sono mai sazia. Mi spiegano nel dettaglio composizioni, percentuali, la famosa RDA giornaliera, e poi mi piace rintracciare tra le righe, particolari insidiosi che mi diverto a diffondere. E così tra le amiche dirò: ”Ma lo sai che quei biscotti contengono il 3% di amido geneticamente modificato?” o ancora meglio “I grassi saturi di quella merendina sono di tipo indigeribile, si depositano sul fegato e non te li togli più per tutta la vita!”.  Amenità salutistiche  o pseudo, ricercatissime come tartufi e più preziose dell’oro. E le etichette dei vestiti? Viscosa- elastam- poliammide, o cotone-alpaca, alpaca dico io? E poi lana, ma non pura lana vergine quella è un’altra cosa. Questo è un mondo a parte. Tutto da scoprire con la lente d’ingrandimento da Sherlock  Holmes.  Così mi aggiro in un mondo qualificato, certificato nel minimo dettaglio, pronta a scoprire la magagna sotto gli occhi di tutti, proposta in modo che ognuno possa leggerla, ma forse non tutti capirla.

Tuttavia, l’altro giorno mentre mi aggiravo tra i banchi del supermercato, ho cominciato a vedere le etichette attaccate alle persone: avvocato, insegnante, maestra, elettricista, disoccupato. È stata la mattina dei mestieri. Tutti andavano con la loro targhetta scritta sulla spalla, sulla fronte o sulla schiena e la propria qualifica. Mi bastava girare attorno a qualcuno per scoprire: idraulico, ladro, marchettaro. Studente, bancario, assistente, commesso, sarta, operaio, impiegato, segretario, dattilografo, imbianchino, badante, tutti proprio tutti mi sono passati davanti agli occhi: medico, chirurgo, infermiera, ammalato, pensionato. Con i loro cartellini multicolori mi si presentavano muti nel loro essere nella società. Tutti segnalati, chiari, semplici, nella qualità di: dallo spacciatore al professore.

Questa cosa veniva notata esclusivamente da me. Provavo a coinvolgere qualcuno in una specie di gioco per provare di non avere allucinazioni solitarie ma invano.

A – gli altri erano immuni da quelle visioni;

B – chiedendo con discrezione e circospezione, effettivamente le etichette corrispondevano a verità.

Quindi:

-ero impazzita: sì;

– la cosa aveva un fondo di autenticità sociale;

-sulle prime mi era parsa divertente (per esempio spesso il volto e il corpo corrispondevano al mestiere o invece risultavano assolutamente incompatibili, così il chirurgo sembrava un macellaio e il professore, un muratore).

Tuttavia,  le cose presero una piega inaspettata, scomparvero le etichette con arti e mestieri e cominciarono ad apparire delle scritte a caratteri viola: marito, moglie, bastardo, ingenuo, fesso, furbo, puttana, stronzo e così via.

Tutti possedevano la propria scritta viola che indicava più delle caratteristiche di condotta e in questo caso soggette ad una certa mutevolezza e sindacabilità. Anche questo uno stato, ma non certo permanente e mi sono chiesta subito a chi spettasse l’oggettiva valutazione della qualifica. Per essere moglie o marito certo bastava essere sposati, ma per essere cornuto era necessario che la moglie si fosse accoppiata con un signore amico o era sufficiente tagliare la strada a un incrocio. Anche la definizione di amante mi dava da pensare: bastava un singolo accoppiamento per ottenerne il titolo o forse era necessario dimostrare capacità amatorie di una certa qualità e/o quantità?

Queste altre etichette erano un vero rompicapo. Le mie certezze crollavano miseramente come un mucchio di panni sporchi. Non capivo più niente.

Leggevo a perdita d’occhio una profusione di insulti di piccola e grande gravità da stolto a annientatore (credo fosse un professore universitario). Restavo sempre più confusa. Dare un’etichetta così definitiva dà la sicurezza di sapere chi ti trovi davanti? Davvero mettere una qualifica a tutte quelle persone definisce come veramente siano? Sono certa che molti ne sarebbero orgogliosi, se sapessero; altri si sentirebbero più tranquilli trattando con il prossimo; qualcuno sicuramente si vergognerebbe e lo vorrebbe nascondere.

Io ne sono terrorizzata.

Marchiare qualcuno con un titolo, qualunque esso sia, buono o cattivo, non fa per me. Non capisco come si possa essere così ottusi da generare una simile distinzione.

Mi avvicino così nuda davanti allo specchio del bagno, uno specchio grande, a figura intera e con lo sguardo da folle, mi fisso a caccia del talloncino viola e proprio lì  sulla spalla destra, faceva la sua bella figura con la scritta: Bugiarda. Possibile? Io che non sopporto di mentire neanche per scherzo? Io che in vita mia avrò detto sì e no dieci stupide bugie?  Io, che la mia vita è un baluardo di onestà e correttezza? Cosa significa questo? Allora, anche tutte le altre etichette saranno sbagliate. Questo mi riempie di speranza, si tratta di uno scherzo della mia immaginazione ormai allucinata, ma non ne traggo un grande conforto. Mi accorgo di avere pensato a banalità, a frasi fatte, “una vita baluardo di correttezza”, ma che cazzata. Mi sento una dichiarazione d’intenti mai realizzata, mille parole vuote e altisonanti che non ne contengono una vera. Io che non ho mai raccontato bugie sono perciò colei che mente a se stessa, una bottiglia di shampoo vuota con un’etichetta piena di promesse che non può mantenere. Non mi ero mai accorta di questo. Non si può dare del bugiardo a chi non sa di dire bugie. Questo è troppo! Sconvolta dalla scoperta di essere una specie di vuoto a rendere e fasulla come una moneta falsa: l’ira (quella dei sette peccati capitali)  si impossessa di me e con gli occhi iniettati di sangue attanaglio spasmodicamente J’Adore, il mio profumo preferito (solo essenze naturali, naturalmente) e lo scaravento contro lo specchio.

Al rallenti vedo aprirsi una gigantesca ragnatela che ha per centro il mio seno e da lì si diffonde. Cominciano a cadere microscopiche scaglie , mi allontano e cerco di ripararmi, ma la violenza e la velocità del gesto sono tali che sono coperta da minutissimi pezzi di vetro misti a profumo che si diffonde nell’aria. Mi ritrovo, dopo la tempesta, in posizione fetale in un angolo del bagno. Ancora tremante mi metto sotto la doccia cercando di non sanguinare troppo.

È tutto un disastro. Non riesco nemmeno a piangere. Mi dirigo verso il guardaroba per asciugarmi, rimettermi in ordine e uscire. Mi vesto. Mi guardo allo specchio. Adesso sono libera.

*

© Daniela Scuncia

 

 

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