Giuseppe Ceddia Bestiario n. 10: Rapaci notturni

 

Pablo Picasso, Gufo su sedia e tre ricci di mare

BESTIARIO #10 – RAPACI NOTTURNI

Uccelli predatori detti anche strigiformi, si dividono in due famiglie: quella degli Strigidi (che comprende la civetta, il gufo, l’allocco, l’assiolo) e quella dei Titonidi (riferita alle molteplici tipologie di barbagianni).
Le famiglie comprendono varie sottofamiglie che, a loro volta, si dividono in svariate tribù; le tipologie di civette e gufi sono davvero moltissime.
Animali notturni e gotici per eccellenza, come non immaginarne l’ombra che si staglia immobile su un muro mentre l’animale su un ramo, immobile come certe volte il tempo, attende di attaccare la preda che ad esso sfugge! O meglio, tenta di sfuggire. Occhi che sono finestre sulla notte, ali che accarezzano il vento facendogli capire la loro dignità, becchi che squarciano e artigli che acciuffano, teste fisse di statue di un tempo ma lucide come i sicari con molta esperienza.
Simpatia catartica dello spessore umoristico, quelle teste ferme o scattanti sono come i bambini curiosi e dinamici, come la notte stessa, che ama chi l’ama e non la teme, detesta e schiaffeggia dolorosamente i nemici moralisti, coloro che non comprendono l’oscurità senza luna e senza stelle.
Vista e udito assai sviluppati, spesso i cimiteri sono la loro casa, non per confermare l’aspetto sepolcrale che portano a spasso come un mantello di dignità, ma per la tranquillità notturna dei luoghi in questione (i morti son da essi sorvegliati e dormono il sonno giusto della ragione) che rende favorevole la caccia a piccoli roditori, purtroppo senza scampo.
Dell’assiolo si occupò foneticamente il Pascoli nella raccolta Myricae («veniva una voce dai campi: chiù…»); sempre Pascoli scrisse della civetta («E sopra tanta vita addormentata dentro i cipressi, in mezzo alla brughiera sonare, ecco, una stridula risata di fattucchiera»); del gufo ne rammentò il carattere Thoreau in Walden («Il gufo mi faceva la sua serenata. Da vicino poteva sembrare il più triste suono della Natura, come se intendesse, a quel modo, stereotipare e rendere permanenti nel suo coro i rantoli di un essere umano»); i poveri allocchi nel Medioevo venivano inchiodati fuori dalla porta; si pensava infatti che tenessero lontani gli spiriti maligni. I suoi occhi fissi han fatto sì che il suo nome divenisse sinonimo di sciocco per alcuni umani che restano pietrificati di fronte a certe evenienze. E poi c’è il barbagianni, questo clown della notte dalla risata bambina, che desta i morenti e appisola i viventi.
Quante storie segrete contengono i cuori dei rapaci notturni, quante nenie dolci o mortali hanno in mente questi animali, amici con gli amici, nemici con gli stolti, poetici con tutti, saggi con la luna.

©Giuseppe Ceddìa

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