Recensioni ibride #1: #StelleOssee #OrazioLabbate

Recensione ibrida di Stelle ossee di Orazio Labbate (Edizioni LiberAria)

di Ilaria Grasso

Sarà forse la presenza dell’Etna (in siciliano ‘a Muntagna) ma trovo negli scrittori siciliani una follia, spesso incomprensibile al resto del mondo, che mi ha sempre incuriosito. Per questo motivo, e affascinata dal titolo, mi ritrovo in una libreria di Roma per la presentazione della raccolta di racconti dal titolo Stelle Ossee di Orazio Labbate. Arrivo tre quarti d’ora prima alla libreria Assaggi a causa di una inaspettata puntualità di un autobus. Roma talvolta ti fa dono di un po’ di tempo che questa volta decido di utilizzare acquistando il libro e iniziare a leggere. La copertina mi colpisce subito. Quel teschio disegnato da stelle sullo sfondo nero della copertina mi promette l’apocalisse e infatti il libro è composto da diciassette racconti apocalittici.

Aldilà delle tematiche e dello stile di scrittura l’inchiostro utilizzato dai siciliani si riversa sulla carta, irruento come lava che brucia, lasciando una cenere utile a rendere fertile il paesaggio archetipico e l’immaginario di chi legge. Anche con la lettura dei racconti Orazio Labbate non c’è stata smentita. L’esordio letterario di Labbate ha inizio con il romanzo Lo scuru (Tunuè) dove troviamo un vecchio siciliano alla fine dei suoi giorni in West Virginia che racconta la Sicilia da cui è partito molti anni prima. Il personaggio Razziddu Buscemi rievoca la sua infanzia utilizzando una memoria ricca di esorcismi subiti e di passi difficili da fare perché pieni di violenza e dolore ma anche utili e necessari all’evoluzione. Le visioni che appaiono, un mix potente di pensiero metafisico e immaginario gotico, sono espresse attraverso un linguaggio barocco poetico e misterioso. Labbate, durante la presentazione, attribuisce la paternità della sua scrittura a Bufalino, D’Arrigo, Faulkner e McCarthy individuando similitudini tra il paesaggio americano e quello siciliano. Porta ad esempio la città Galveston, in Texas, raccontando dell’enorme quantità di immigrati siciliani presenti lì. Scopro tra l’altro, indagando sull’autore che il suo blog personale si chiama Sicilia Texana.
Il fatto che ci sia un petrolchimico, sia a Gela che a Galveston, crea un altro forte punto in comune. Concordo appieno nella somiglianza di certe parti d’Italia all’America. Penso alle simili caratteristiche organolettiche del terreno che hanno consentito ad esempio al vitigno Syrah che è nato nel siracusano, di giungere in Puglia, mia terra d’origine arrivando fino alla California. Mi viene in mente questa qualità di vite come immagine perché è con essa che viene prodotto il Nero d’Avola. Nero come oscuro, nero come scuru. Inoltre durante la lettura della raccolta mi imbatto nell’espressione “grappoli di fumo” che mi rimanda immediata l’immagine di un vitigno (in Case incendiate). L’ho trovata così suggestiva, ispirata ed ispirante che ha dato vita ad una mia poesia “labbatiana”.

Quando Labbate scrive Stelle Ossee le spoglie di Razziddu sono esplose, si sono frammentate e si sono trasformate come farebbe una brava supernova, in diciassette nuovi astri rappresentati qui in forma di racconti.
L’autore per le sue narrazioni sceglie la prima persona. È dunque un narratore coinvolto in ciò che ci descrive rappresentando un paesaggio letterario coraggioso che non arretra neppure di una riga di fronte a ciò che vede. Le immagini narrate sono legate ad archetipi ancestrali connessi al mistero e al sacro. La Sicilia, terra d’origine di Labbate, è una regione nota per essere protagonista di alcune delle processioni più oscuramente suggestive. Queste rievocazioni dei momenti centrali della fede, di anno in anno, di narrazione in narrazione si stratificano nella cultura popolare e in chi partecipa a questa peregrinazione tra devozione e profano. A Terrasini (PA) durante la “Festa di li Schietti” gli scapoli del paese si esibiscono nell’alzata di un albero di arancio amaro e lo fanno roteare con destrezza come simbolo della propria forza ed eros. Sfumature di credenza pagana troviamo pure nel Ballo dei diavoli che si tiene a Prizzi nel giorno di Pasqua. La tradizione vuole che due diavoli mascherati (vestiti di rosso) e la morte (vestita di giallo) si aggirino indisturbati per le strade del paese, facendo scherzi e intrattenendosi coi passanti, che vengono rilasciati solo in cambio di un obolo (soldi o dolci). Vicino Butera, città dove è nato Labbate, a Caltanissetta, durante la Via Crucis sfilano sedici statue che rappresentano le varie stazioni della processione. Una in meno del numero dei racconti. Quasi a mo’ di esergo, ho pensato. Sarà voluto o casuale?

Il ritratto dei sentimenti descritti è profondamente sofferto e autentico. Labbate fa una cronaca, a tratti onirica, di un dolore personale e collettivo attraverso una originalissima voce narrante viscerale dotata di forte tensione vitale:

Il materasso accetta le mie ossa stanche. Guardo al soffitto ed è illuminato dal sole. Non è brutto il sole. La mia pelle sta perdendo lucentezza, si spezzerà come gessetto per bambini. Va bene. Va bene… così. Il sole non è brutto. Voglio morire, più avanti, e spero di farlo con lo stesso sorriso di mio padre quando l’ho visto poco fa, morto per davvero.

Per me particolarmente significativo il passaggio del dialogo con il nonno (andando più nel profondo con le stratificazioni):

[…] lo spavento di un nipote, nascesse a causa di fantasmi immaginifici.

  • Dove dormiamo, nonno?
  • Dove accenderò il fuoco. Vicino a esso. Non dormiremo dentro la casa.
  • Perché?
  • Perché ne hai paura e perché ho paura anche io.
  • Non me lo hai mai detto nonno, per quale ragione?
  • perché adesso ho paura che non ci vedremo mai più, dopo questa notte.

Dicevo allora.

  • Ti sbagli, noi abbiamo il sangue del fuoco nonno, non ci spegneremo mai. Siamo potenti.

Lui non mi rispondeva. Da quella notte, in verità non mi rispose più. Non potevo sapere che il giorno dopo sarebbe morto, vicino al fuoco spento, mentre io insieme all’asino piangevamo davanti alla casa di campagna, come se fossimo rinchiusi, disperati, io e la bestia, in una camera di specchi senza uscita.

L’autore ripetiamo non affronta solo il dolore individuale (la morte di un’amata, di un figlio, di un nonno, di un genitore) ma anche il dolore collettivo inflitto dalle visione e dalle ombre del polo petrolchimico di Gela:

Il cancello cimiteriale mi invita. È verde. Sono un vampiro della tristezza. Tra le carte di ombra passeggio, il cancello si spalanca mentre il vento destabilizza le foglie proiettando atomi di foglie. Vorrei domandare lì dentro della soddisfazione della luna ai morti durante l’accensione delle lampadine del camposanto. Sono un vampiro e non ho i canini appuntiti, non bevo sangue eppure bevo buio. Non è denso, è fluido come un fiume di petrolio. Gli occhi rimbalzano sotto le luci delle galassie, mi allungo le maniche per pulirmi il viso nero.

Trovo, inoltre, un forte elemento di collegamento tra La notte della pianura (Labbate) e Città della pianura (McCarthy). In entrambi le riflessioni si concentrano sui temi dell’esistenza, del destino, della vita e della morte (anche quella di un territorio violato irreversibilmente come nel caso di La notte della pianura):

Strappa gli occhi dei campagnoli per incassare nella loro faccia le pietre della verità. Mi muovo simile a una serpe parlante qualche lingua, per sussurrare in direzione delle finestre, a quella gente, quale terribile notte arriverà. Fiuto le braci ancora una volta accese dal buio. Esso mi perseguita. Vedo Gela in fiamme. La città scavalca l’orizzonte e il mio cuore non può rispondere allo scirocco. E il mio petto vocìa e dalla tasca raccolgo le spine scippate alla mattina dall’albero carbonizzato. Prendo le spine e le ficco nella mia fronte. Il sangue cola e il petrolchimico di Gela mi appare insanguinato. Sarò, dunque, solo? Sono un corpo accudito dal sangue e dalle fiaccole che discendono dal buio su di me? Sì, avrò tutte le notti la faccia di un demone siciliano.

Sono racconti con una forte capacità evocativa e ispirante. Infatti, hanno dato vita a queste mie poesie che considero parte integrante di questa lettura perché credo che il vero lavoro intellettuale sia una valorizzazione continua con e tramite le parole.

*

da Dentro la bara

Stare al buio
.         immobili
.         Sai, a volte rasserena
Nessuno spigolo
.         colpisce la tua fronte
Sei all’angolo
Non te ne accorgi neanche
Sei morto, forse
.         Ti domandi
E non ci sono risposte
Perché nulla senti
Nulla vuoi più sentire
Sei solo stanco
Il tuo pensiero
.         è inquieto

Chiudi gli occhi
.    e speri soltanto
.         di dormire.

*

da Case incendiate

Dopo il collasso
della centrale nucleare
grappoli di fumo
s’aggrappano e copiosi
slargano il cielo
All’interno del reattore
molecole su molecole
si muovono
si schiantano
producono energia
Più luce dovrebbe esserci
forse anche più voce
Ma stanotte nessuna stella
nel silenzio scuro della notte
si illumina o risorge.

.

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