L’astrofisico del Sistema periodico che accolse Primo Levi

L’astrofisico del Sistema periodico che accolse Primo Levi

Ne Il sistema periodico, e precisamente in Potassio, Primo Levi narra come nel gennaio del ’41, da studente di chimica, alla costante ricerca di verità e concretezza, avesse scelto di frequentare un corso di esercitazioni di fisica all’università di Torino. Fu così che incontrò l’assistente che dirigeva il corso: “un giovane assistente, magro, alto, un po’ curvo, gentile e straordinariamente timido, che si comportava in un modo a cui non eravamo abituati”, ricorda nel racconto.

Lo scrittore si riferisce all’insolito atteggiamento scettico e al contempo umile di un uomo che, al contrario dei suoi colleghi, sembra consapevole di trovarsi di fronte a piccole conoscenze, e non certo dinanzi alla vera sapienza inconoscibile. Fu questo giovane studioso, spiega Levi proseguendo, questo trentenne – “sposato da poco, veniva da Trieste ma era di origine greca, conosceva quattro lingue, amava la musica, Huxley, Ibsen, Conrad, ed il Thomas Mann a me caro” – , ebbene, in spregio alle leggi razziali vigenti lo accolse e gli consentì di esercitarsi e portare avanti gli studi.

In Potassio, l’assistente finirà per assurgere al ruolo di magnifico contemplatore meditabondo, a cui lo scrittore opporrà la ferma volontà, molto più terrena e concreta, di rimanere immerso nella brutale realtà politica del tempo.

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A proseguire il racconto di Levi, Potassio, ci pensa Stefano Dallaporta. Oggi avrà pressappoco l’età del giovane assistente di Primo Levi. Stefano è un musicista. Ha i capelli lunghi biondi annodati alla nuca. Indossa una giacca di pelle, una maglietta nera, la barba lievemente incolta, gli occhiali da vista. È laureato in Scienza dei materiali, e diplomato al conservatorio. Tra le due strade però ha scelto la seconda, conferma. È lui a proseguire il racconto, e per farlo mescola elementi autobiografici e memoria:

All’inizio, per via del cognome, non è stato facile frequentare l’università di Padova. Il cognome Dallaporta, al dipartimento di Fisica, è sempre stato duro da portare. Il fatto è che a Padova mio nonno, per ben trent’anni, ha tenuto la cattedra di Fisica teorica, per poi passare a quella di Astrofisica teorica.

È morto nel 2003, ricorda Stefano, si chiamava Nicolò Dallaporta Xydias ed era nato a Trieste nel 1910, da genitori greci appartenenti a famiglie originarie dell’isola di Cefalonia. Fino a 16 anni è cresciuto a Marsiglia dove il padre lavorava in una compagnia di navigazione di proprietà. Si era laureato a Bologna, aveva proseguito la carriera a Torino e Padova. Negli anni ’80 fu chiamato a Trieste, sua città natale, dove istituì il settore di Astrofisica e Cosmologia dell’istituto SISSA.

Insomma, Nicolò Dallaporta Xydias, l’uomo di cui parla Stefano, suo nipote, è proprio “l’assistente”, ovvero l’indimenticabile personaggio descritto in Potassio, quell’idealista coerente che ebbe il coraggio di accogliere lo studente ebreo Primo Levi quando tanti altri professori avevano opposto leggi razziali o ragioni di opportunità. Nella sua lunga vita Dallaporta Xydias riceverà premi, onorificenze, scriverà libri. Stefano ricorda la sua compagnia:

amava Bach, Beethoven e i classici, era un frequentatore costante delle serate di musica cittadina e spesso mi portava con lui. Dopo la guerra ripetutamente incontrò Levi. Erano uniti dalla stessa onestà intellettuale e credo fossero divisi soprattutto dalla fede. Mio nonno l’aveva trovata nel tempo, passo dopo passo, per una sua via autonoma.

Le linee tracciate dai racconti di Levi e Stefano per qualche istante si incontrano, finiscono per intrecciarsi. Cerco di seguirne il corso. E seguendo le loro tracce vien fatto di dire che Dallaporta Xydias e Levi, percorrendo sentieri impervi e ambiziosi che già si profilavano in Potassio, si sono immersi con tutte le forze nella complessità del reale. Entrambi, per motivi diversi, avevano avuto modo di conoscere il dolore della separazione e dello sradicamento. Forse questo ha aiutato l’assistente a scegliere di rompere l’emarginazione di Levi. Dallaporta Xydias, confermano le parole di Stefano, fin da giovane fu costretto a rinunciare alla cultura e alla lingua madre francese, alle durature amicizie coltivate a Marsiglia; in futuro sarebbe divenuto un fisico “anomalo” perché costantemente attratto dall’integrazione delle conoscenze e infine dal bisogno di fede.

D’altra parte Levi, in quanto ebreo, si ritrovò sempre più isolato e incredulo durante quel ventennio fascista impregnato di retorica e falsità, incentrato sul disprezzo delle minoranze e la chimera della purezza. Dunque, l’intellettuale torinese nel dopoguerra indagherà le ragioni e i lati oscuri dell’essere umano. E l’astrofisico, questo greco triestino innamorato del Cosmo, si renderà protagonista di un’instancabile vita di ricerca e comunicazione nel campo scientifico e filosofico.

L’amore per la conoscenza sarà la tensione costante in grado di accomunare due uomini originali e tuttavia distanti come Nicolò Dallaporta Xydias e Primo Levi.

© Sandro Abruzzese

 

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