Matteo Meschiari, Artico nero

Matteo Meschiari, Artico nero, Exorma 2016, € 14,50

di Martina Mantovan

*

Artico nero di Matteo Meschiari è un diorama letterario che propone una panoramica minuziosa e accurata del declino di un modello scientifico in dissoluzione. Attraverso sette racconti in cui il dato scientifico e la finzione si compenetrano, Meschiari offre una mappatura etnografica di popoli e storie custodite, e al contempo erose, dai ghiacci.
Il lettore si trova quindi di fronte a un Artico traslucido da cui emergono scorie e fantasmi: una geografia metafisica in cui si specchiano le sedimentazioni di un sistema culturale millenario a cui tocca fare i conti con una costruzione fittizia della verità postcoloniale, soggetta, ormai, a un incipiente disgelo. Strati e strati di narrazioni viziate da prospettive di razzismo e supremazia culturale hanno fatto sì che si venisse a creare un’idea funzionale alle logiche di potere e di interesse economico nate nella corsa all’ultimo baluardo del mondo emerso. Affiora a poco a poco tutto il potere distruttivo del discorso etnocentrico e la violenta retorica del buon selvaggio, perpetrati da secoli in queste terre dalle albe tragiche.

Lutto, spettralità, e quell’attimo di sospensione onirica di chi sta per morire, tra attesa angosciata e fine insostenibile, gonfiano il nostro immaginario come il metano dell’Artico. Per questo l’Artico, quello nero, quello morente, ci raggiunge da così lontano per farci da specchio, per collaborare da molto vicino, e al di là di ogni esotismo, al nostro adesso-qui.

Quella di Meschiari è un’indagine antropologica pregna di tensione letteraria, un’analisi etnologica che racchiude in sé la radice profonda della ricerca, che fa ritorno alle origini; l’osservazione scientifica che aderisce all’esigenza primaria dell’uomo: raccontare. Le storie di Artico nero creano un solco all’interno di cui confluisce ricerca etnografica ed espediente letterario: l’antropofiction che nasce da tale connubio è una narrazione tesa alla costruzione di microstorie scevre dalla superbia esotista di tanto immaginario occidentale. Meschiari muove dai resti, dai frammenti culturali sepolti di popolazioni apparentemente remote per colpire il nucleo brutale dell’etnocentrismo imperante: pone il focus sulle storie rimosse e insabbiate da politiche coloniali spietate, smantellando teorie evoluzioniste infarcite di razzismo e proponendo una chiave interpretativa delle realtà circumpolari che aggira l’ambizione veritativa e si àncora piuttosto alle ragioni inclusive e plurali della finzione.

Va bene raccontare storie, ma questo libro ha anche la presunzione, oltre che di abbaiare contro lo stupro dell’Artico, di spiegare il colonialismo e i suoi trucchi. Alcol, stato di diritto, silenzio e disinformazione, modelli fuori portata, promesse non mantenute, denaro e diversificazione della povertà. Ma soprattutto la costruzione scientifica dell’Altro.

Un romanzo corale dunque, che dà voce a popolazioni confinate in terre estranee, popolazioni segregate in riserve e normalizzate a forza in nome di modelli culturali perpetranti l’eugenetica sociale al servizio dell’interesse economico e di stato. Attraverso Artico nero il lettore ascolta la polifonia di voci disperse nel vento, seguendo le orme di un’ideale esplorazione che inizia nell’ambito della geografia, per approdare, con una dichiarazione di intenti esplicita, a uno scavo speleologico del corpo dell’ideologia capitalista. Dal permafrost di Artico nero affiorano i rimasugli, i fantasmi e gli scheletri della società occidentale: ossa, virus e scorie radioattive sono solo gli elementi tangibili di secoli di dominio socio culturale, di un colonialismo che si fa missione contro l’alterità tout court. Tutto dev’essere incasellato nel modello dicotomico: esiste solo il sistema binario; adattamento o eliminazione. Al di fuori di esso non c’è spazio per la molteplicità di miti e riti del mondo ai limiti del mondo.

Il ghiaccio. I fantasmi. Il Grande Nord sul bordo del disgelo irreversibile ci affascina proprio per questo. Non solo organismi fossili che possono risvegliarsi, clonazioni vertiginose, cadaveri millenari che sembrano morti ieri, zombie racchiusi in crisalidi di permafrost, ma spettri, che popolano sempre più numerosi le nostre notti interiori.
La cultura apocalittica e surmoderna che ci siamo costruiti è sempre più sintonizzata sulla spettralità. I fantasmi sono la traccia (i resti, gli scarti?) dell’interruzione di un dialogo con il passato, sono la traduzione immaginifica di un taglio di esperienze e discorsi che solo in una dimensione notturna e irrazionale si può ricucire. I nostri padri non sono mai stati così lontani, i loro saperi e i loro insegnamenti sono sepolti nel permafrost del Novecento, come i mammut.

E così diviene centrale e di fondamentale importanza comprendere la portata devastante e rivoluzionaria del passaggio teorico, e successivamente attuato, da nomadi a stanziali, da cacciatori-raccoglitori ad agricoltori-allevatori: dietro a tutto ciò vi sono mondi, cosmologie totalmente differenti. Lo spazio, l’orizzonte cristallino, è una totalità di cui l’uomo è parte, con le sue simmetrie che danno senso e valore all’immensità frattale della realtà polare. Non è un caso il tasso elevatissimo di suicidi in Groenlandia: la notte senza fine non è la causa, ma la perdita di identità dovuta al completo dissesto dell’ordine razionale tradizionale; la vita di un Inuit in un alloggio prefabbricato non implica solo la cattività e il controllo coatto, ma affonda con radici infestanti in un processo radicale di perdita dei significati simbolici di riferimento. Ciò che appare tristemente comune ai Sami finnici, agli Inuit groenlandesi, agli Ahiarmuit, ai Ciuckci e agli Jakuti della Siberia è una concezione animista del mondo per cui si rende omaggio all’animale cacciato, un mondo in cui la casa è uno spazio metafisico perennemente in relazione con ciò che la circonda, uno spazio complementare e vivo perché connesso con i cicli di vita, morte e rigenerazione del tutto.

La rete di piste panartiche degli Inuit era per loro una specie di “casa”. Il movimento nomadico incorporava il paesaggio nello spazio domestico e lo spazio domestico si dilatava fino a incorporare il paesaggio. Se il corpo si muove e la casa è un corpo, il corpo di un animale, allora anche la casa si muove: l’iglù non viene trasportato, viene ricostruito ogni volta, e la sua forma immateriale viaggia come l’anima dell’uomo viaggia con lui, seguendolo ovunque vada.

Il processo di sedentarizzazione ha invece portato a una trasformazione radicale nella concezione dello spazio domestico. La casa prefabbricata non è più un corpo, non è più il “ meta-animale”, la “meta-persona” che cura, nutre e si occupa dei suoi abitanti. Non è più in comunicazione con il fuori, non è più il fuori, è un dispositivo di chiusura e di esclusione che produce celle, fisiche e mentali, economiche e ideologiche.

Meschiari mostra la necessità quindi di un discorso liminare, che si ponga tra lo stato liquido e il solido: mantenendo la narrazione tra il dato scientifico e l’invenzione letteraria, dà a quest’ultima il compito di sorreggere la struttura analitica dei fatti osservabili, di fatti noti ed ignorati, di fatti sepolti, dimenticati e occultati da governi mossi dal bisogno di omologare e addomesticare le persone da un lato, sfruttare e occupare ogni centimetro di terra dall’altro. Artico nero è perciò un urlo che squarcia l’apparente immobilità imperturbabile dell’aurora boreale, un’eco che attraversa le terre e le ere, per farsi cronaca appassionata e monito, per mettere a nudo e problematizzare la deriva imminente verso cui fluttuiamo ottusi e complici.

Le terre all’estremo nord sono uno specchio del prossimo futuro. Guardare significa guardare il mondo tra qualche anno. In varie parti del pianeta c’è chi può permettersi di costruire dighe. In altre parti bisogna semplicemente andarsene. Sono i nuovi rifugiati del clima. Oltre ogni barriera etnico-politica la gente delle coste si sposterà verso terre più stabili.

*

© Martina Mantovan

One comment

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...