Francesco Mistrulli, Ho rapito Alfredo di Stéfano

Di Stefano, photo by AP Photo/File

Di Stefano, photo by AP Photo/File

Caracas. Sabato 24 Agosto 1963. Pomeriggio.

Abbiamo pianificato ogni cosa. Ogni dettaglio. Anche il più piccolo, il più insignificante. D’altronde quello che stiamo per fare non è uno scherzo. In più, anzi in meno, abbiamo davvero pochissimo tempo, quindi tutto deve funzionare alla perfezione. Un orologio. Stiamo riesaminando per l’ennesima volta il piano a casa mia, nella zona di Cumbres de Curumo. È diventata, casa mia, come un teatro di posa. Solo un po’ più piccola. Non ricordo più nemmeno quante volte l’abbiamo messo in scena il piano. Non vogliamo fare del male a nessuno però io e i miei compagni. Questo ci è chiaro sin dall’inizio. Il nostro obiettivo è molto semplice: un’azione dimostrativa attraverso la quale protestare contro il presidente Venezuelano Rómulo Betancourt, galoppino degli Stati Uniti d’America, oppressore del popolo, e già che ci siamo condannare la barbara esecuzione di Julián Grimau, membro del partito comunista spagnolo fucilato dai franchisti nell’Aprile precedente. Infatti con gran fantasia abbiamo deciso di battezzare la nostra operazione come “operazione Julián Grimau”. Il Real Madrid gioca a Caracas. Anzi, scusate, il grande Real Madrid. È in Venezuela per disputare la “Pequeña Copa del Mundo” contro i Portoghesi del Porto e i Brasiliani del Sao Paulo. È dal millenovecentocinquantadue che si gioca questo torneo ad inviti a Caracas. Fra le fila dei “Blancos”, tanto amati da Francisco Franco gioca anche lui, il più forte e famoso giocatore del mondo, Alfredo Di Stéfano, già vincitore di cinque Coppe dei Campioni e due volte Pallone d’Oro! A proposito la mente di tutto sono io, Paúl del Río, guerrigliero cubano trapiantato in Venezuela. Nome di battaglia: Máximo

Canales, Caracas. Sabato 24 Agosto 1963. Sera.

La camera è in fondo al corridoio. Procediamo decisi sulla moquette rossa che ovatta i nostri passi. Dobbiamo aspettare il segnale dietro la porta. Questo è il piano. Si sente squillare il telefono. “Pronto? Pronto? Prontooooo! Ma che scherzi sono questi, cabrones!” Ecco il segnale. Io e il compagno complice siamo dietro la porta numero due uno nove dell’hotel Potomac tra l’Avenida Vollmer e l’Avenida Caracas a San Bernardino. Siamo entrati senza problemi nell’hotel che ospita il Real Madrid. Indossiamo delle divise da militari. Non è stato semplice procurarle ma ci siamo riusciti. Come da copione, con le divise nessuno ha fatto domande. Busso alla porta. Proprio poco sotto il numero due uno nove. Dopo qualche istante, ma a me è sembrato un’eternità, apre lui, l’immenso Alfredo Di Stéfano, la “Saeta Rubia”. Stringe ancora fra le mani la cornetta del telefono. Sembra spiazzato nel trovare due militari davanti alla porta della sua camera. Ci guarda perplesso, ma con cortesia ci chiede come può aiutarci. Avrà pensato che siamo lì come questuanti per avere delle foto autografe. Sono emozionato. Per poco non mi cedono le gambe. Da una parte mi trovo al cospetto del migliore giocatore al mondo. Dall’altra c’è l’adrenalina sparata in circolo dall’esecuzione del nostro piano machiavellico. “Polizia!” intimo con voce impostata, mentre in sincronia io e il compagno complice salutiamo militarmente sbattendo i tacchi degli stivali e portando la mano di taglio all’altezza delle tempie. “Lo vedo.” Risponde tranquillo lui. “Cosa posso fare per voi?” Nel borsello di pelle nera ho dei fogli. Sopra ci sono intestazioni e timbri della polizia. Falsificati. Prendo il foglio e lo apro facendo in modo che lui possa vederle le intestazioni e i timbri. Chiedo, con voce ferma e decisa: “È lei il signor Alfredo Stéfano Di Stéfano Laulhé, nato a Buenos Aires in Argentina il quattro Luglio del millenovecentoventisei, professione calciatore?” L’ho letto tutto d’un colpo, come una filastrocca. Ma tanto l’avrei potuto recitare anche a memoria. Lui ci guarda ancora più stupito. Sposta lo sguardo prima su di me, poi sul mio compagno, sperando di ricevere un qualche segno. “State scherzando vero? Certo che sono io?” “Bene” dico “allora ci segua in caserma!” “Ma cosa state farneticando scusate! Non capisco?” “Non c’è nulla da capire signor Di Stéfano. Deve seguirci per dei semplici accertamenti. Nulla che non si possa risolvere nel giro di pochi minuti. Ma abbiamo bisogno che ci segua in caserma.” “Ma scusate, ditemi almeno di cosa si tratta?” “Il suo nome è venuto fuori in un caso di droga su cui stiamo indagando.” “Ma come è possibile! Ci sarà certo un errore. Un’omonimia!” Sento dalla sua voce che si sta innervosendo. Non possiamo permetterci che inizi ad urlare. Non possiamo perdere tempo perché di tempo non ce n’è. Guardo il compagno complice, gli faccio un cenno col capo e estraiamo le pistole dalle fondine in cuoio. Le pistole sono state la cosa più semplice da procurare in tutta questa vicenda. Alla vista delle armi, indietreggia scosso di qualche passo. “Signor Di Stéfano” dico “non ci costringa ad usare le maniere forti. Non vorremmo doverla portar fuori dall’hotel in manette!” La vista delle pistole… L’idea di essere ammanettato… Avrà pensato che i fotografi e i reporter sarebbero andati a nozze nel vederlo portare via come un delinquente comune. È diventato bianco. Un cencio. Blanco come la maglietta del Real Madrid. Lo abbiamo in pugno, penso. Ne sono certo quando con un filo di voce mi dice: “Posso avvisare qualcuno?” “No!” rispondo secco “Prenda quello di cui ha bisogno e andiamo!” Ci ho preso quasi gusto a fare lo sbirro. Prende la giacca. Chiude la porta. Ci guarda. Si sente che ha paura ma non vuole darlo a vedere. Ci incamminiamo. Di Stéfano in mezzo a noi. Calmo e tranquillo come se nulla fosse. L’hotel è un andirivieni di gente. Fattorini. Clienti. Addetti di ogni genere. Nessuno ci presta attenzione. Mi chiedo come coño sia possibile. Siamo con il calciatore più famoso al mondo! Meglio così. Finalmente siamo fuori. Tiro un profondo sospiro di sollievo. Avrei bisogno di un po’ d’aria fresca invece inspiro aria calda e appiccicaticcia. Devo rimanere concentrato. Ci siamo quasi. Camminiamo senza destare sospetti, con passi lenti e decisi. Ecco l’automobile che ci aspetta. Il compagno complice fa il giro e entra dal lato opposto. Io apro la portiera a Di Stéfano e lo faccio entrare in modo che sia seduto nel mezzo. Non vorrei tentasse colpi di testa quando gli dirò cosa sta succedendo. L’autovettura parte. Senza fretta. Il più è fatto. “Signor Di Stéfano” dico togliendomi il berretto e passandomi una mano sui capelli madidi di sudore “siamo membri delle FALN, le Forze Armate di Liberazione Nazionale, rivoluzionari filo-castristi Venezuelani il cui obiettivo è rovesciare la presidenza di Romulo Betancourt, rieletto presidente nel millenovecentocinquantanove a seguito della deposizione dell’ex dittatore Marcos Perez Jimenez, elezione che le FALN contestano apertamente per brogli. Lei è nostro ostaggio. Non faccia gesti stupidi e non le sarà torto un solo capello”. È senza parole. Infatti resta muto per tutto il tragitto. Non si aspettava una cosa del genere. Non mi aspettavo fosse così facile. Arriviamo nel covo che abbiamo scelto per la prigionia del nostro illustre ostaggio in meno di venti minuti. Ovviamente il covo è casa mia.

Caracas. Sabato 24 Agosto. Notte. 

Abbiamo diramato il comunicato. Adesso sanno che fine ha fatto Alfredo Di Stéfano. È in mano nostra. È nelle mani delle FALN. Caracas. Sabato 24 Agosto. Palazzo di Miraflores. Notte fonda. Bussano alla porta della camera da letto. “Sììì.” “Scusi se l’ho svegliata signor Presidente Betancourt, è importante. È di capitale importanza anzi.” Apro gli occhi. Che cazzo! Dormivo così bene. “Entriii.” faccio tutto stizzito. “Mi dica!” Non riuscirò più a prendere sonno adesso. “Signor Presidente… ehm… hanno rapito Alfredo Di Stéfano!” “Cazzo”. Mi tiro su di scatto dal letto. “Proprio a casa mia doveva succedere!” Ecco! M’è passato il sonno!

Caracas. Domenica 25 Agosto. Pomeriggio.

I giornali e le radio non parlano d’altro. Il rapimento di Di Stéfano è stato davvero un gran colpo. La nostra sigla ormai è sulla bocca di tutti. A noi non interessa che questo. Non abbiamo chiesto un riscatto e non lo abbiamo mai nemmeno lontanamente pensato. Ci serviva solo un gesto eclatante che facesse da cassa di risonanza per farci conoscere e per far conoscere le nostre rivendicazioni. Alfredo Di Stéfano è la più grande cassa di risonanza in cui potessimo sperare. Eccolo lì, seduto tranquillo sul divano a leggere i giornali. Abbiamo giocato quasi tutto il giorno a dama e a scacchi. E, credetemi, è forte anche in questo. Credo che fosse molto preoccupato all’inizio. Non posso dargli torto. Certo lui non sapeva che non avevamo intenzione di fargli nulla. Quella sua paura iniziale però ci è servita. Ha fatto il nostro gioco. “Signor Di Stéfano” dico “è pronto per darmi una rivincita? L’ennesima?” Alza lo sguardo dal giornale e con un sorriso mi dice: “Posso terminare di leggere quest’articolo? Lei intanto prepari gli scacchi.”

Caracas. Domenica 25 Agosto 1963. Sera.

“Sapete” dice disinvolto rivolgendosi a tutti “stasera avrei dovuto essere in campo nella partita contro il Porto. I giornali dicono che si giocherà anche senza di me. Non potremmo sentire la radiocronaca?” Nel tentativo di governare gli eventi e non subire l’emotività della situazione si era deciso infatti che l’incontro si dovesse disputare. Ci guardiamo. A noi il calcio piace. Tanto. Poi poter ascoltare la radiocronaca con “il calcio” seduto sul tuo divano non ha prezzo. Vado ad accendere la radio. Appena in tempo per il calcio d’inizio. “Buonasera dallo Stadio Olimpico di Caracas amiche e amici radioascoltatori” gracchia il cronista “sta per iniziare l’incontro di calcio che oppone la squadra dei campioni Portoghesi del Porto a quella dei campioni Spagnoli del Real Madrid. Come sapete non potrà essere della partita il grande Alfredo Di Stéfano in mano ai rapitori delle FALN…”. Ci guardiamo tutti. Di Stéfano soddisfatto per i complimenti che ha ricevuto, noi perché il nostro gesto viene ribadito. La partita termina con il risultato di due a uno per gli Spagnoli. Di Stéfano sembra quasi deluso della vittoria dei suoi compagni senza di lui in campo. Caracas. Lunedì 26 Agosto. Primo pomeriggio. La cosa è ormai insostenibile. Giornali e radio dicono che ci sono circa ottomila fra poliziotti e soldati sulle nostre tracce. D’altronde quello che volevamo l’abbiamo ottenuto. “Signor Di Stéfano” dico “si prepari che la liberiamo.” Non mi sembra sorpreso più di tanto. L’abbiamo trattato bene. Non gli abbiamo fatto mancare nulla. Diciamo che è stato nostro graditissimo ospite. Si alza di scatto. Indossa la giacca e usciamo. Entriamo in automobile, la stessa dell’andata, e percorriamo più o meno lo stesso tragitto che abbiamo fatto cinquantasette ore prima. Tanto è durata la prigionia. Ora più, ora meno. “La lasciamo nei pressi dell’ambasciata Spagnola signor Di Stéfano, in una viuzza laterale.” Dico al compagno autista di accostare. “Vada pure.” gli dico senza scendere dall’autovettura. Apre la portiera e prima di scendere ci fa un cenno di saluto con il capo. Lo vedo incamminarsi lento. Certo vederlo correre palla al piede è tutta un’altra cosa. Cazzo ho dimenticato una cosa. “Fai marcia indietro e raggiungilo” intimo deciso al compagno autista. Abbasso il finestrino mentre le gomme si aggrappano all’asfalto per fermarsi proprio al suo fianco. “Ho dimenticato di darle questo” dico “la scacchiera e il gagliardetto delle FANL.” Prende gli oggetti che gli porgo, ancora una volta incredulo, e si incammina nuovamente lento verso l’angolo della strada. Stavolta scuote la testa però. Penso soddisfatto fra me e me: “Che gran mossa quella del gagliardetto!” Pensa sbalordito fra se e se: “Ma che coglione di guerrigliero!”

Caracas. Lunedì 26 Agosto 1963. Tardo pomeriggio.

La sala in cui si tiene la conferenza stampa nell’ambasciata Spagnola è gremita. Non potrebbe starci nemmeno uno spillo. I flash a lampadina delle macchine fotografiche non hanno smesso un attimo. “Signor Di Stéfano” chiede un giornalista “ha avuto paura? Come l’hanno trattata?” “Sono stato trattato molto bene. Sono riuscito a sentire la radiocronaca della partita. Mi hanno regalato una scacchiera e un gagliardetto della loro organizzazione. E sì, ho avuto paura!” “Presidente Santiago Bernabéu” incalza un altro “è stato pagato un riscatto?” “Non è stato pagato alcun riscatto. Il nostro Alfredo sta bene e nella prossima sfida contro i Brasiliani del Sao Paulo sarà regolarmente in campo!” Mi giro verso Santiago Bernabéu. Guardo il suo faccione. Penso: “Gran figlio di puttana. Nemmeno un attimo di tregua mi dai!” Lui si gira verso di me mi guarda e sorride. Spero abbia capito che gli ho dato del figlio di puttana!

Caracas. Mercoledì 28 Agosto 1963. Sera.

Siamo a casa mia. Sul divano non c’è più seduta la “Saeta Rubia”. Al suo posto non si è voluto sedere nessuno però, come se fosse ancora occupato. Come se lui, Alfredo Di Stéfano fosse ancora seduto lì, elegante con le gambe accavallate. Accendo la radio. “Buonasera dallo Stadio Olimpico di Caracas amiche e amici radioascoltatori” gracchia il solito cronista “il boato che sentite è per il grande Alfredo Di Stéfano, appena liberato dalle FANL…” Bene, l’hanno detto ancora. Caracas. Mercoledì 28 Agosto 1963. Stadio Olimpico di Caracas. Sera. “Chissà se quei coglioni stanno ascoltando la radiocronaca della partita” penso mentre in calzoncini e maglietta faccio ingresso in campo. Poi un boato di applausi.

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© Francesco Mistrulli

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