Marcelo Cohen, L’illusione monarca

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Foto di Martina Mantovan

Marcelo Cohen, L’illusione monarca, trad. di F. Lazzarato, Gran Via 2016, € 14,00

di Martina Mantovan

Marcelo Cohen con il suo romanzo L’illusione monarca pone il lettore di fronte a un esperimento sociologico in vitro: un carcere spalanca le sue celle su una spiaggia, uno sbocco sul mare e ciò che vi potrebbe essere oltre a esso. In un confronto costante con le potenzialità salvifiche e mortifere dei flutti, i detenuti sono costretti a oscillare tra il terrore e la speranza, protagonisti forzati di un laboratorio biopolitico.

Tra i detenuti spicca Sergio. Mente irrequieta e lucida, Sergio guida la narrazione con le sue costanti riflessioni. Egli è la mente che domina il corpo, colui che osserva stando ai margini dell’organizzazione sociale della spiaggia, con le sue lotte e i suoi equilibri precari. Sergio è protagonista nel carcere in quanto mente: all’interno di un dispositivo che mira ad assoggettare i corpi egli è la mente che disciplina il corpo attraverso la scansione rigosa delle azioni; è colui che sottrae il corpo al dispositivo sovrano per riscattarne il dominio. Sergio osserva il mare e soppesa l’orizzonte, calcolando le possibilità.

All’inizio il mare è come tutti i mari. La spiaggia, quel che la spiaggia racconta, è un’altra cosa.

A cento metri dalla costa, tre boe arancioni a forma di trottola suggeriscono un messaggio che a volte scompare, quando le onde le nascondono, e riappare ritmicamente nelle creste, sempre trasformato. Può darsi che le boe significhino qualcosa.

Hanno la dolce costanza dell’ammiccare di un idiota.

In uno scenario statico e definito, compreso e compresso tra due mura e una distesa d’acqua, accade l’azione: Marcelo Cohen non smette mai di rendere ben visibile e onnipresente la violenza del dispositivo carcerario. È l’ideologia della condanna, dell’ineluttabilità della condanna a farsi protagonista silente e strisciante nelle menti dei protagonisti di questa grande e inquietante farsa. Diviene sempre più esplicita l’introiezione del sistema di controllo punitivo: il carcere diviene l’unico territorio in cui il detenuto sente di poter vivere, il solo luogo in cui è in grado di gestire la paura. Davanti a lui vi è l’acqua: utopia e dubbio che ondeggiano sull’abisso della sconfitta. Lo scandirsi delle ore della detenzione è un continuum temporale su cui non cala mai il sipario: il carcere è una scenografia del mondo inflazionario, di un mondo che gestisce e governa i corpi con lo stoccaggio, merce eccedente e caotica.

Insomma, Sergio, dammi retta. Il mare è un pungolo. È il grande pedale del desiderio, o della follia, come preferisci. Il mare è una tortura. In realtà, quelli che fuggono e la maggior parte di quelli che fuggiranno in futuro non lo fanno per arrivare da qualche parte, riprendere la lotta per la vita, eccetera. Se ne vanno per non dover più vedere il mare. Loro non lo sanno, ma quello che desiderano di più è arrivare in un posto dove il mare non si veda. Più o meno come te, con tutti i compiti che ti imponi. Ma non ho intenzione di angosciare nessuno. Il mare basta e avanza, il mare è un pungiglione. Il carcere, questo carcere, è un esperimento perverso.

Un’illusione distopica e dispotica quella che governa e si impone nelle menti dei detenuti. Un orizzonte mobile come un’assicella da spostare sempre un po’ più in là, in un altrove che è promessa e fallimento. Lo spazio ontologico dell’infinità possibilità che si pone come negazione della libertà: una libertà che può essere tale solamente come tensione, che può annullarsi nell’istante in cui il corpo si immerge in essa per farla diventare atto. La presa incondizionata sui corpi, la morsa del carcere che sposta il terrore del castigo nello spazio ignoto della possibilità: ciò che spaventa è la libertà, il confronto con il mare, distesa infinita e insondabile dell’incertezza. Il mare e i suoi flutti racchiudono in sé tutto il mistero e il pericolo della libertà. I detenuti vivono una promessa insostenibile, un capovolgimento nella percezione del senso di sicurezza: lo spazio limitato e il darwinismo sociale sono le fondamenta solide entro cui muoversi e trovare il modo di assuefarsi alla cattività diviene l’obiettivo primario. La fuga, l’altrove oscuro oltre le boe arancioni, non è altro che un punto di fuga verso cui le mura del penitenziario sembrano invitare e convergere.

Ne L’illusione monarca la libertà del mare aperto è fonte di attrazione e timore; nel mare i corpi si emancipano dalla morsa del controllo, tornano ad essere solo corpi, divengono essi stessi parte della vastità in cui sono immersi in quanto individui. Il mare accoglie e discioglie nella sua indifferenza ogni istante, sommergendo e restituendo alla sabbia ciò che non riesce a fare suo: l’esperienza del mare è totalizzante, ammette solo una relazione, quella simbiotica, con esso. Nel mare il detenuto torna ad essere uomo e scopre che la libertà è totale, o non è.

Non è questione di volontà: il mare lo ha fermato. Sergio si lascia galleggiare a pancia in giù, le gambe molli mentre fa il morto, le braccia a croce, i capelli fluttuanti, affida il corpo al mare, e non è tanto una deriva, uno scambio, quanto il piacere di essere l’onda, respiro quasi senza battiti, e neppure lo preoccupa che la nube non se ne sia ancora andata. Rimane così per un bel pezzo, impalpabile come il plancton, le onde lo sollevano, lo mantengono in alto e rifluendo lo lasciano andare, così penetra in un potere senza peso, ed è anche come penetrare in sé stesso, un’onda che ingoia il proprio torace liquido, il proprio midollo, e così senza rendersene conto si addormenta, uscito da sé, del tutto ignaro.

Marcelo Cohen crea una metafora potente e assoluta: trascina il lettore tra le profondità della scelta, obbligandolo a calarsi nella vertigine che si prova nel passaggio della libertà da condizione formale a proprietà intrinseca dell’essere individuo. Il romanzo pone la domanda fondamentale, la lascia galleggiare, sparire e ricomparire come una boa: concentra la narrazione verso quel punto all’orizzonte, verso quell’arancione che straccia la continuità imperturbabile del mare. La narrazione indica la boa, e la boa è il monito che perpetua la domanda. Attraverso una lingua precisa e ritmata, salmastra e travolgente come un’onda, Marcelo Cohen riesce a raccontare il paradigma del reale, di una realtà che seduce ponendo sotto gli occhi la via per l’evasione, e di come questa possa trasformarsi anch’essa in un’illusione.

I cinque sono a riva. Ogni volta che un’onda si ritira, sulla sabbia liscia resta una patina lucente

dove

sussurra la madreperla

e vegliano le meduse

tra avanzi di cibo

e stracci unti.

*

© Martina Mantovan

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