Anna Pavone, Primo teatro e personaggi di Pirandello

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Anna Pavone, Primo teatro e personaggi di Pirandello

Libri: Trame d’adulterio, Manni 2007
Pirandello in cerca di Personaggi, Cavallotto edizioni, 2014

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Ci sono storie già raccontate, ci sono momenti vissuti da altri che risiedono sottopelle dal giorno in cui qualcuno li ha letti e non ricorda più cos’era prima, prima di averli incontrati.
Storie che hanno ancora l’urgenza di raccontarsi e di ritrovarsi, ma in modo diverso, assoluto, sciolto.
 Personaggi che si staccano dagli altri, dal contesto, dai dialoghi, e che portano ancora in mano il copione con la loro storia, soltanto la loro, come fosse la più importante, l’unica, da raccontare a un capocomico qualunque, attratti dalla sua figura di incantatore di fantasmi.

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LA DONNA UCCISA (avvicinandosi al capocomico, senza smettere di girare intorno, ridendo): S’è ferito a morte, dopo aver ferito me: qua, guarda. (Si rivolge al pubblico) Oh, guardate anche voi, tanto, ormai! Mi lasciò là, per tutta una mattinata, arrovesciata sul letto. Ah ah ah ah. Ma che imbecille! Credette di farmi male. E anch’io, sì, anch’io ebbi una gran paura che mi facesse male. Voleva prendermi. Gli sfuggivo. Gli ballavo attorno, girando, come una matta. M’avete veduta? Così. A un tratto, ah! un colpo, qua, freddo; caddi; mi sollevò da terra; m’arrovesciò sul letto; mi baciò, mi baciò; poi con la stessa arma si ferì su me; lo sentii scivolare pesante a terra; gemere, gemere ai miei piedi. E mi durò fino all’ultimo su la bocca il caldo del suo bacio. Ma forse era sangue.

CAPOCOMICO: Sì, ne ha ancora un filo sul mento…

LA DONNA UCCISA: Ah, ecco. Era sangue. Lo volevo dire. Perché nessun bacio mai m’ha bruciato. Arrovesciata sul letto, mentre il soffitto bianco della camera mi pareva s’abbassasse su me, e tutto mi s’oscurava, sperai, sperai che quell’ultimo bacio finalmente, oh Dio, mi avesse dato il calore che le mie viscere esasperate hanno sempre, e sempre invano, bramato; e che con quel caldo ora potessi rivivere, guarire. Era il mio sangue. Era questo bruciore inutile del mio sangue, invece.

CAPOCOMICO (al pubblico): La Donna Uccisa si fa strada dalle tenebre dell’atto unico All’uscita. 
Cerca una vita a misura di calore, una vita più intensa di quella che qualunque uomo potrebbe darle.

Si avvicina un bambino con un melograno in mano

LA DONNA UCCISA: Oh guardate, guardate! (Al capocomico) Guarda anche tu. Guarda chi viene di là, correndo leggero sui rosei piedini! Caro! E che regge, che regge tra le manine? Una melagrana? Oh, guardate, una melagrana. Vieni, vieni qua, caro! qua da me, vieni!

CAPOCOMICO (al pubblico): È un bambino morto che non ha fatto in tempo ad assaporare i chicchi del melograno, e ora tiene tra le mani il suo ultimo desiderio. Un desiderio che deve essere placato perché scompaia per sempre. Non c’è vita in quei chicchi di melograno, come non può essercene nel bruciare inutile delle viscere che non hanno generato. 
Il bambino, pago del suo ultimo desiderio, svanisce.

LA DONNA UCCISA: (scoppia a piangere) E io? Il mio desiderio? Ah!

Si avvicina una bambina con i genitori, che ha un fremito quando passa accanto all’Apparenza della Donna uccisa. La Donna si leva in piedi e le corre dietro.

CAPOCOMICO: Forse vagherà per sempre, correndo ancora come una pazza, per realizzare il desiderio che non riuscirà mai ad appagare, cercandolo negli uomini da viva; in una bambina viva, da morta.

Si avvicina Livia Arciani.

Come Livia Arciani, che ne La ragione degli altri, non vuole più il marito se non con la figlia che non le appartiene, la figlia della rivale.

LIVIA (frastornata): Perché non so come fare adesso…

CAPOCOMICO: Elena ti lascia il marito. E lui vuole tornare da te. Puoi riavere la quiete che conoscevi prima, senza pensieri, senza domande, senza passione. Perché lo respingi?

LIVIA: Ma perché non voglio lui, il marito, io! Io ho sofferto per lui, padre qua! Il padre, il padre voi dovete darmi, perché egli ora con me non può più ritornare se non così, padre! Vi sembra una follia questa? Non sono folle, no; e se pure fossi, chi m’avrebbe fatto impazzire? Vorreste fare come se tutto ciò che è accaduto non fosse accaduto? Voi mi volete ridare il marito, ora. Ma non potete più, perché egli non è più soltanto mio marito ora; è padre qua, lo capite? E questo, questo soltanto io voglio; perché possa dargli a mia volta tutto quello che ho, per la sua bambina: tutta me stessa alla sua bambina, per cui ho pianto e mi sono straziata.

Entra Martino Lori.

CAPOCOMICO: Anche Martino Lori, marito tradito e ignaro di Tutto per bene, diventerà padre di una figlia non sua. Credeva ciecamente nella fedeltà della  moglie e nell’appartenenza della figlia. Ma entrambe si erano allontanate disprezzandolo perché “privo di nervi”, vinte dal fascino e dalla potenza di un altro uomo. Per poi tornare indietro.

Martino Lori e Livia Arciani si fanno eco e sovrappongono le voci.

LORI: Che cosa posso fare? Nulla, è vero?

LIVIA: Nulla… non voglio più nulla io. Non so… non lo so io stessa, oramai…

LORI: Nulla tu per me, nulla io per te, più nulla. E se sapessi come lo sento adesso, tutt’a un tratto, che sono tanti anni, di questo nulla!

LIVIA: Fin dal primo giorno che seppi, tra me e lui è finito tutto. Egli non m’ha visto neppure una lagrima negli occhi. È rimasto qui, perché così ho voluto; non per me, per gli altri. Ma io non l’ho più guardato.

CAPOCOMICO (al pubblico): Livia è l’orsa, così la chiamano gli amici del marito. Scontrosa, solitaria, dedita a vivere rintanata nel chiuso del suo mondo. Fa di tutto per apparire quale gli altri la credono. Non riesce a far parte della vita interiore di Leonardo perché non la comprende, e vede l’arte come un mondo inutile e senza senso in cui non intende addentrarsi, una malattia da cui è rimasta immune.

LIVIA: Eh, sì… l’arte! Che ne sapevo io? Egli non ci pensava più, dacché s’era sposato. Vivevamo tranquilli, insieme, in pace. Arrivò un giorno una lettera: la leggiamo insieme (egli non aveva segreti per me); non riconobbe in prima la scrittura; io stessa gli feci notare: Non vedi? È di tua cugina che era stata sua fidanzata: si erano lasciati per un puntiglio. Le era morto il marito. Non avendo altri parenti a cui rivolgersi, chiedeva a Leonardo un soccorso e io stessa, insistentemente, spinsi Leonardo a mandarglielo.
 Circa tre mesi dopo, egli si rimise a scrivere, a scrivere, come non aveva mai fatto.

Le si avvicina Ciampa, le parla a bassa voce.

CIAMPA: E che può saper lei, signora, perché uno, tante volte, ruba; perché uno, tante volte, ammazza; perché uno, tante volte poniamo, brutto, vecchio, povero per l’amore d’una donna che gli tiene il cuore stretto come in una morsa, ma che intanto non gli fa dire: – ahi! – che subito glielo spegne in bocca con un bacio, per cui questo povero vecchio si strugge e s’ubriaca che può saper lei, signora, con qual doglia in corpo, con quale supplizio questo vecchio può sottomettersi no al punto di spartirsi l’amore di quella donna con un altro uomo – ricco, giovane, bello – specialmente se poi questa donna gli dà la soddisfazione che il padrone è lui e che le cose son fatte in modo che nessuno se ne potrà accorgere? Parlo in generale, badiamo! Non parlo per me! – È come una piaga, questa, signora: una piaga vergognosa, nascosta.

CAPOCOMICO (al pubblico): Per tanti anni Ciampa aveva camminato sul filo del silenzio, una corda sottile che si è spezzata nel momento dello scandalo.
 Ciampa sa che per vivere è necessario scendere a patti con il mondo, sa che nessuno è la stessa persona per se stesso e per gli altri e, prima che si abitui a vivere di apparenze, deve scontare la pena di essere un fantasma ai propri occhi, privo di identità. Dice di essere stato assassinato. Ora tutti conoscono la sua debolezza, la sua piaga, il dolore segreto di non essere capace di tenere una donna solo per sé ed essere disposto, pur di averla, a condividerla con un altro, migliore di lui.

CIAMPA: Son macchie d’olio, che non levano, queste!

CAPOCOMICO: Sono macchie indelebili che si attaccano ai vestiti, alla rispettabilità degli uomini, al loro ruolo. E che gli altri possono vedere. Lo scandalo è mettere alla berlina la coscienza delle persone, denudarle al di là dei fatti. Ciampa vuol far credere che il suo dolore riguardi solo il suo essere marito, e grida vendetta, perché nessuno possa deriderlo.
..

CIAMPA: Ognuno poi si fa pupo per conto suo: quel pupo che può essere o che crede di essere. Allora cominciano le liti! Perché ogni pupo, signora mia, vuole portato il suo rispetto, non tanto per quello che dentro di sé si crede, quanto per la parte che deve rappresentare fuori. A quattr’occhi non è contento nessuno della sua parte: ognuno, ponendosi davanti il proprio pupo, gli tirerebbe magari uno sputo in faccia. Ma dagli altri no; dagli altri lo vuole rispettato.

LIVIA: (interrompendolo) Certe notti, appena venuto a letto, tornava ad alzarsi. Alle mie interrogazioni, rispondeva che io non potevo comprendere che cosa fosse. Gli era ritornato l’estro, diceva. Così m’ingannò. Mi sono accorta del suo tradimento già troppo tardi.

CAPOCOMICO: Neanche Martino Lori si è accorto del tradimento della moglie…

Ora il dialogo è concitato.

LORI: Voglio sapere quando fu! Subito dopo il mio matrimonio? L’insegnamento… Voleva riprender l’insegnamento… Diceva che non potevo avere opinioni, io, perché non avevo nervi… Ecco perché tutto quell’inferno del primo anno! S’innamorò subito del suo giovane deputato… S’innamorò subito di lui e sposò me! Ma ecco… ecco perché lui, quando fu Ministro, prese me… E io abbagliato, abbagliato da due glorie, da quella del padre, dal prestigio di lui, mio capo supremo, mio padrone, non vidi nulla! Non vidi nulla!

LIVIA: Comprendevo bene che tu, venendo a conoscere soltanto ora, dopo tanto tempo, ciò che è accaduto, quando la colpa è veramente finita, scontata, e ci sono soltanto come punizione per lui le conseguenze, dovessi credere ancora necessario, utile, il tuo intervento. Non può sembrarti tardi, insomma, a te, poiché vieni a sapere soltanto ora, tu. E non vedi più lui come veramente è, ma come la sua colpa, conosciuta ora all’improvviso, inattesamente, te lo fa vedere; hai voluto ragionare con lui, fargli intendere la ragione: è naturale. Io sapevo invece ch’era inutile ormai. Inutile parlare, inutile ragionare… Ma scusa, che vuoi più parlare?

LORI: Ma mi brucia adesso a me! Mi brucia adesso!

LIVIA: Basta, ora, basta! Non m’importa più di nulla, credi!

LORI: Basta? Ah no. Per me comincia adesso! Mi ci son voluti diciannove anni per comprendere! 
Oh lo so, gente che sa fare a modo le cose… ora che non c’è più niente da fare, è vero? morta da sedici anni la moglie; maritata la figliuola, basta, eh? là c’è la porta, tanti saluti. Ah no! Ora viene la mia volta. Ho capito tutto. Vagliato tutto. Ho pensato, pensato. E vedo tutto. Parlo così, mi muovo così, perché non posso farne a meno. Sono come un cavallo scappato. Mi frustano tutte le cose, che mi sono all’improvviso uscite dall’ombra da tutte le parti.

LIVIA: Io vedo me; quel che mi manca! Dove sono i figli è la casa! E qua, lui, figli non ne ha!

LEONARDO (fuori campo): Non c’è rimedio… Non c’è rimedio… Il mio castigo che dura, quando la colpa è finita.

Escono tutti. Resta in scena solo Martino Lori

LORI: Io posso ormai, senza inganno, riaccostarmi solo a chi, dopo la colpa, si pentì e mi compensò con tanto amore. L’unica cosa viva e vera, ch’io m’abbia avuto, dopo il delitto. Tutto il resto è stato inganno. Chi più m’ingannò, m’ingannò meno.

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© Anna Pavone

 

 

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