Georgi Gospodinov, Fisica della malinconia

fisica

Georgi Gospodinov, Fisica della malinconia, a cura di Giuseppe Dell’Agata, Voland 2013, € 15,00; ebook € 3,49

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di Martino Baldi

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Per il 2017 mi auguro e auguro a tutti di leggere, trovare tanti libri come questo, che per me è stato il migliore letto nel 2016, anche se la pubblicazione di questo romanzo risale al 2013. Ormai molto è stato detto e scritto su Fisica della malinconia, che è stato anche nella cinquina dei finalisti del Premio Strega Europeo, ma penso valga la pena di intrattenersi ancora su questa opera sorprendente che fa comparire improvvisamente la letteratura bulgara al centro del palcoscenico del romanzo europeo. Onori dovuti, quindi, all’editore Voland, che è stato artefice della prima traduzione mondiale di quest’opera (per mano di Giuseppe Dell’Agata), nell’ambito di un costante e prezioso lavoro di carotaggio della letteratura slava, a cui dedica la collana Sírin.

Impossibile riassumere la trama. Il libro nasce come una sorta di inno di un io plurale (“Io siamo”) e racconta inizialmente la patologia straordinaria di un bambino che soffre di empatia patologica; è cioè capace di immedesimarsi negli altri esseri viventi (non soltanto umani) e di fare propri i loro ricordi e pensieri. Attraverso la sovrapposizione tra un suo ricordo d’infanzia e la narrazione mitica, la storia si interseca subito con quella del Minotauro, riletta però in una chiave tragicamente umana, come mito non della mostruosità e della ferocia ma dell’abbandono: chi è in fondo il Minotauro – ci dice Gospodinov – se non un bambino a cui viene addossata una colpa (quella dell’accoppiamento tra Pasifae e il toro) non sua, e per questa viene perseguitato e infine ucciso? Una creatura orrenda, sì, ma, a leggere il mito in chiave umana, pur sempre e soltanto semplicemente un bambino abbandonato. E chi di noi non custodisce nel cuore quel trauma, quella paura di cui il mito così rivisitato ci parla? Parte da qui un cammino di ricordi plurali, recuperi della memoria individuale e collettiva, nel tentativo di ricostruire scientificamente l’essenza della malinconia; una malinconia che più che stato d’animo, e oltre che condizione esistenziale, è qui anche una condizione storica ben precisa, il qui e ora di un mondo che ha perso e continua a perdere pezzi come una pianta le foglie. Da qui, forse, anche la tensione a quella disperata azione di recupero del tutto che di fatto incarna l’intenzione enciclopedica che permea da un certo punto in poi la narrazione; l’enciclopedia come ultima speranza di memoria di un’epoca senza memoria, affinché nulla vada perso. E facilmente emerge in superficie un collegamento analogico con quella zattera carica di libri nell’opera di Anselm Kiefer Il grande carico, davanti a cui ho il piacere di lavorare ogni giorno (è esposta nella Biblioteca San Giorgio di Pistoia).

Kiefer, Il Grande carico

Kiefer, Il Grande carico

Ecco allora le varie forme di catalogazione implicita che prendono piede nel testo: liste di programmi televisivi, di persone, di cose, di stati d’animo, di eventi, in cui privato e storico si intrecciano, per confezionare una sorta di capsula della memoria in cui custodire i ricordi per i posteri, come quelle lanciate nello spazio o sepolte da diversi Stati nel corso del Novecento e di cui Gospodinov non può che, ovviamente, stilare un regesto. La voce narrante intanto continua a tenersi sempre in bilico, indecisa tra la prima e la terza persona, vestendo spesso anche le spoglie degli animali o degli oggetti che la narrazione incrocia.

È stupefacente quanto Gospodinov riesca a mettere in questo romanzo, sia da un punto di vista stilistico sia da un punto di vista contenutistico, e quanto le due cose siano perfettamente complementari. C’è la storia del Minotauro, c’è la storia di un bambino abbandonato da sua madre, c’è la storia di uno scrittore misterioso e proteiforme (come tutto in questo romanzo) che attraversa lo spazio e il tempo, c’è la guerra degli uomini vista con gli occhi degli animali e delle piante, c’è la storia di una mezza pazza che aspetta per decenni l’arrivo di Alain Delon davanti a un cinema di periferia, c’è la storia delle iniziazioni sentimentali e sessuali del narratore… C’è tutto questo e molto altro ancora, dentro un marchingegno che sembra rimandare sì al labirinto continuamente evocato ma ricorda anche di più un caleidoscopio, che girando produce una catena di variazioni continue del tema originario, tanto da poterci giocare senza essere affatto ossessionati dall’idea di perdere o ritrovare una strada. E infatti non ci deluderà il fatto che la narrazione intorno alla metà del libro sembri andare alla deriva in un lungo détour tra temi, luoghi, soggetti, per perdersi completamente e ritrovare il tema iniziale soltanto alla fine, in modo forse fin troppo brusco, e forse mostrando per la prima volta gli espedienti della “volontà” dell’autore, dopo un lungo viaggio sulle ali dell’ispirazione.

Romanzo sperimentale, dunque, sicuramente sì, ma un romanzo leggibile come pochi, capace di essere di volta in volta lirico, epico, elegiaco, avventuroso, realistico, grottesco, surreale e allo stesso tempo sempre estremamente godibile per qualsiasi lettore, con picchi di bellezza e delicatezza abbacinante (per riprendere un altra parola cara all’editore, quella che dà il titolo alla trilogia del rumeno Mircea Cartarescu). Romanzo innovativo, anche, senza dubbio, eppure con la sensazione che Gospodinov sappia soprattutto fondere in una sintesi poetica riuscitissima tante delle tensioni del romanzo slavo del Novecento. Si sentono funzionare in Fisica della malinconia gli echi di quella meravigliosa simbiosi tra tragico e fantastico che fu la cifra di Danilo Kis, ci si muove entro una libertà spalancata forse dall’inventiva combinatoria di stampo borgesiano e cortazariano di quel prestigiatore di miti e leggende che fu Milorad Pavic  e si legge tra le righe la genealogia più naturale e che però per adesso, ci pare, nessuno abbia rilevato: quella con l’unico celebre capolavoro narrativo di uno scrittore bulgaro (seppure il libro sia stato scritto in tedesco): Auto da fé di Elias Canetti (Adelphi, trad. di L. e B. Zagari). Quanto la voce di Canetti indecisa se far parlare il protagonista o i personaggi che incontra ci prepara alla empatia totale di Gospodinov! Quanto lo sgangherato e sradicato sinologo Peter Kien potrebbe sbucare senza sorprenderci all’improvviso dalle pagine della Fisica. Quando questa zattera allestita dal bulgaro per salvare tutto ci sembra una risposta opposta a quella che però era un’identica domanda di speranza da fare alla letteratura, e a cui Canetti non trovava altra soluzione che far bruciare tutto in un rogo finale (ma era il 1935 e, fatte tutte le proporzioni del caso, per un ebreo nel cuore dell’Europa la malinconia era forse addirittura un lusso). E questo anche solo restando nei  limiti della mia molto limitata conoscenza della letteratura slava, che spero mi sarà perdonata.

Quale contenitore dunque più consono di una collana intitolata a Sirìn (una creatura della mitologia slava con viso di donna, corpo d’uccello e voce incantevole) poteva esistere per questo libro? Un libro che fa della ibridazione e dell’antiantropocentrismo le sue caratteristiche peculiari e che, soprattutto, ci affascina dalla prima all’ultima pagina con una voce autorevole e seducente che sa farsi umana anche attraverso ciò che umano non è. Come un incantesimo. Come un presagio.

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© Martino Baldi

(in collaborazione con la Biblioteca San Giorgio di Pistoia)

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