Non ti curar di me se il cuor ti manca 2

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AA.VV., Non ti curar di me se il cuor ti manca 2, Qudulibri 2016, € 10,00

*

Poesia e disagio mentale sono due “malattie” che, da sempre, hanno condiviso la sorte degli esseri umani più sensibili. Lungo e fuorviante sarebbe qui, stilare un elenco dei poeti noti che hanno sofferto, nel loro corpo a corpo con la parola, il disagio di un vivere che non riusciva ad accordarsi con la realtà. Quanti hanno finito i loro giorni reclusi in un manicomio, quanti hanno messo fine da se stessi a un dolore che sembrava non trovare né la sua origine né ogni auspicabile sollievo. Chissà quanti poi, quelli sconosciuti agli editori e ai critici letterari. Le leggi che governano gli sciami sociali tendono a premiare chi è, per sua natura, dotato di un certo cinismo e dell’istinto prevaricatore. Dall’alba dei tempi, certificherà qualcuno, certo, ma nell’epoca moderna e postmoderna, nella realtà contingente, sempre più individualista e tesa, sbilanciata all’estetica più che verso l’etica, in chi sia sprovvisto di tale tempra – leggasi indifferenza – è sempre più arduo trovare la linea di un equilibrio che permetta di esprimere la propria visione della realtà e del mondo e, al contempo, saper lottare per non vedersela calpestata dalla furia macinatrice di un possesso stolto e arrogante. Il poeta, quello vero, è crocifisso ai chiodi delle sue parole, coronato dalle spine della propria acuminata sensibilità, ben più del verde alloro del laureato. […] (dalla prefazione di Fabio Franzin)

*

Anna Toscano

AUGUSTE

Auguste avevi cinquantuno anni
e confondevi i luoghi, le persone,
il tempo, il tuo nome.
La foto ti ritrae con lo sguardo
attonito, le mani intrecciate sul petto
la fronte solcata, i capelli scuri.
Ma cos’era quel camice bianco
Auguste, dov’era il tuo pensiero.
Devi essere stata bella,
ma non lo sapevi più.
Dalla tua demenza la malattia
ha un nome, quello che tanti
vorrebbero sentirsi dire
quando già non capiscono.
Accadde al marito della compagna
di stanza di mia mamma:
lei stava morendo in un pigiama rosa
lui indossava la pelliccia
della figlia e diceva
“la cena è sul terrazzo vero?”.

*
Gianluca Gobbato

No gavemo vivesto, sol che iessi:
no i xé boni de starne drio co se sporca
de foresto pensàr tochi de vita
– ne piasaria poderve savèr benòn,
ma gavemo altro da vardàr, noialtri. –
De bon sistìn, ghe contemo compagno
el nostro vìver, i sogni de chei
che vol vardàr ‘ndò che nissùn xé bon
co le ciacoe da moni ta ‘l tempo
de mi, de ti e de noialtri tuti
– xé un piassér sintìr le vosi cantàr,
drio casere sintìr le vosi penàr,
ma gavemo altro da vardàr, noialtri. –
E sighemo de novo ta chei tochi
de vita el pensàr d’ancùo, persone
ta sti ani ‘ncora novi drio finìr
par diser de un iessi che savemo
sol che sognàr, che varà da vignìr.
Forse dumàn i savarà scoltàrne.

Non abbiamo vissuto, solo essere:/ non sono capaci di seguirci quando si sporca/ di uno straniero pensare pezzi di vita/ – ci piacerebbe potervi ascoltare bene,/ ma abbiamo altro da guardare, noi -/ Da persone serie, raccontiamo loro uguale/ il nostro vivere, i sogni di coloro/ che vogliono guardare dove nessuno è capace/ con le chiacchiere da stupidi nel tempo/ mio, tuo e di noi tutti./ – è un piacere sentire le voci cantare,/ dietro le casere sentire le voci penare,/ ma abbiamo altro da guardare, noi. -/ E gridiamo di nuovo su quei pezzi/ di vita il pensare di oggi, persone/ in questi anni ancora nuovi che stanno finendo/ per dire di un essere che sappiamo/ solo sognare, che dovrà venire./ Forse domani sapranno ascoltarci.

*

Giovanni Fierro

MARCO

Faccio fatica a capire che amore
lui conosce, già da bambino
il suo pane e latte
è stato hamburger e patatine

e gli è stato insegnato che il segno più
bello e alto da riconoscere
nel cielo
è la scia, che lasciano le
frecce tricolori.

Gli piace fare il cruciverba,
le due parole che cerca di incastrare, sempre
per farle star bene, quasi comode, con gli occhi
dolci, orizzontale o verticale, sono
mamma, papà.

Sull’orlo dei trent’anni
è seduto in cucina,
sul foglio di carta disegna
cinque palloncini e una trota salmonata.
Mi guarda e mi dice “così faccio
il ritratto al mondo”

Nella testa non ha lo spazio
che il suo cuore può contenere,
così basta un mezzo pensiero in più
e il suo cervello si spinge
nella confusione.

Non penso lui lo sappia,
ma il suo tempo, per sempre, per lui
ha bisogno di essere tenuto
per mano.

Di questa verità, però
lui conoscere il gesto più adulto
e lo fa

prima di aprire l’acqua calda
e di andare sotto la doccia,
ai suoi capelli, con il pettine
fa la riga
da parte.

*

Guido Cupani

CHE COSA C’È FUORI DAL CONTORNO? SI PUÒ ESSERE PIÙ DI COSÌ?
Perché il trifoglio è verde sotto la pioggia? Posso provare a
non essere mai nato? Siamo noi ad andare o è il mondo che
ci viene incontro? Quanto fa due più cuore? Chi mi riferirà
quel che diranno sottovoce in ultimo banco al mio funerale?
Qual è la differenza tra medietas e mediocritas? Ho scritto
anche solo una parola che non fosse preferibile tacere? Chi
ha calcolato il calibro dell’arma che finalmente riuscirà a
proteggerci? La voce registrata dell’altoparlante del treno
quando torna a casa a sera riesce a piangere? Sai dirmi per
caso se oggi mi sono indossato a rovescio? Hanno trovato
un modo di passarci sopra o sotto o accanto gli uni agli altri
senza dover soffrire? Ti ho ferito? Come ti chiamo? Come mi
chiami?

*

Rossella Renzi

Ora, devi imparare la distanza
misurarla ad ogni minuto
col fiato sospeso, lo sguardo
sullo stesso vestito sbiadito.

Imparare la distanza
come una disciplina: una tecnica
di separazione tra spazio e tempo
tra nuvole mute sul grano arso.

Sulla parete bianca della stanza
c’è una macchia
è il sole nero della bellezza
il lago che ti cresce dentro.

Nessuno può arginare il suo moto
né ascoltare quel suono
che arriva da lontano
e tu lo accogli come un salmo nuovo.

*

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