Alessandro Raveggi, Il grande regno dell’emergenza

ravAlessandro Raveggi, Il grande regno dell’emergenza, LiberAria, 2016 € 10,00, ebook € 4,99

recensione di Martino Baldi

*

Comincia sotto il segno di un inquietante mascheramento Il grande regno dell’emergenza.

Per rispettare le sue ultime volontà, tre figli partecipano al funerale del padre indossando delle maschere con sembianze di animali, mentre un quarto fratello partecipa da lontano intrecciando una fitta corrispondenza con uno dei tre, il narratore. L’espediente permette di raccontare con efficacia e senza retorica il delicato equilibrio di relazioni familiari e reciproci rapporti di potere che di fatto costituisce l’universo dei protagonisti, definendoli in relazione alla figura paterna e tra di loro. Basterebbe questo primo racconto, I nostri oggetti paterni, che presta anche l’iconografia alle illustrazioni di copertina, per rendere conto delle particolari qualità della scrittura di  Raveggi, che riunisce in questo volume una decina di prose scritte tra il 2009 e il 2015 e già perlopiù disperse tra riviste, quotidiani e antologie. Colpisce infatti, data la frammentarietà delle occasioni da cui i diversi racconti sono originati, la compattezza della raccolta, caratterizzata da una coerenza stilistica e da una esemplare chiarezza e pervicacia nelle scelte di “poetica”, a partire dal tema della catastrofe, che era al centro anche del precedente romanzo Nella vasca dei terribili piranha (Effigie, 2012).

Una catastrofe a cui ci sentiamo vicini in ogni pagina del libro, grazie a una particolare qualità di perturbamento abilmente inscritta nello sguardo del narratore. La modalità in cui si guardano e si nominano le cose in questo libro sembra infatti perlopiù funzionare come una sorta di straniamento rovesciato. Se lo straniamento è una tecnica narrativa assimilabile a una vista “da fuori”, per cui  un comportamento, osservato senza empatia e da un punto di vista esterno, assume sensi inediti, alienanti e perturbanti, in Raveggi invece il perturbamento viene generato da uno sguardo da vicino, da vicinissimo, spesso da dentro; uno sguardo talmente vicino che spesso ci restituisce l’inquietudine di una realtà fatta di parti senza un tutto. La materia del racconto è spesso distesa secondo una consequenzialità inattesa, una trama delle cose intrecciata su un ordito assai spesso analogico più che logico. A volte la sensazione di spaesamento è affidata a piccoli spostamenti che inclinano il racconto verso toni surreali o umoristici, a volte a elementi derazionalizzanti, come l’espediente delle maschere:

Come se le maschere corrispondessero a un senso recondito da scoprire. Ma solo vedendosi da fuori, facendosi vedere dai propri fratelli e sorelle. Forma impensabile di lasciarsi vedere, ora, coi tre fratelli dispersi nell’Artide delle relazioni.

O i frequenti slittamenti semantici che innescano processi di animalizzazione, reificazione e antropoformizzazione che coinvolgono parimenti animali, umani ed oggetti. Ne viene fuori una sorta di realismo deformato, una inquietudine che si insinua inizialmente senza enfasi, proprio attraverso lievi deformazioni a livello lessicale, per spesso esplodere improvvisamente in torrentizie accensioni immaginifiche.

Dove s’assentava lo spazio umano, si popolavano le meccaniche, i tapis-roulant strisciavano vuoti e sornioni. Le tabelle d’orario scalzavano i loro numeri, anime pigre svegliate da un modesto lavorio. Lui invece s’era introdotto quasi integralmente nel borsone in pelle, accoccolandosi […] Un addetto passò in sella a una specie di tricheco meccanico con spazzolone. […] E se si fosse fatto caricare là dentro, sul prossimo volo? Lì si stava bene. E se, giunto a Liverpool, non fosse più uscito dal borsone-casa? La sua assistente inglese l’avrebbe portato annaspando in spalla ad ogni conferenza stampa, ai vernissage. Avrebbe fatto il “voilà” della prestigiatrice, con la mano. […] Quell’individuarsi là dentro, nel borsone, gli fece però anche subito strano. Si sentì rimpicciolito, il tronco diminuito, testa spelata, verso un rachitismo di bimbo: pupo ingingillito nel suo piccolo mondo di spiegazzati slip.

 L’immaginazione fantastica non si perita di giungere fino ai livelli di fusione dello splatter, come in Offerta dell’ultimo minuto, in cui il protagonista, in viaggio aereo verso Londra, dove dovrà sottoporsi a delle cure per una sua gravissima malattia, si immagina che una benestante e maleducata signora sul suo stesso volo sia la Parca destinata a tagliare i fili della sua esistenza, scatenando dentro di lui tutta una serie di allucinanti fantasticherie  in cui mette in scena le infinite possibili varianti della sua morte durante il viaggio.

Per morire di turbolenze, nel nostro singolo aeruccio, mi passa ancora per la mente un’immagine lugubre: queste dovrebbero essere talmente forti da farci ingoiare lo stomaco o schiantare i cervelli nello scomparto superiore, coi sedili macchiati di una sostanza simile a tanti gamberetti sminuzzati di bassa qualità in un riso di mare.

[…]

…una manager dell’anticamera dell’inferno a cinque stelle. […] Chi vi arriva è come adagiato nella propria suite e viene semplicemente dato in pasto ai suoi demoni, tutto incluso nel servizio in camera: sputano i nostri denti nel piatto, i suoi cherubini trasfigurati con groppe equine, mentre ci divorano la faccia, succhiano bene i bulbi oculari come uova.

[…]

Stavolta immagino la mia fine così: con una lingua-stiletto che mi schizza contorta contro il palato e lo fonde per incandescenza verde, fino a spezzarmi il cervelletto, come un cracker.

È dunque il continuo slittamento praticato a tutti i livelli della narrazione a costituire il nesso tematico e stilistico di Il grande regno delle emergenze, che ci appare così come una sorta di agglomerato poematico e polifonico in prosa; si potrebbe dire un poema del perturbamento o, forse meglio, un poema della “defamiliarizzazione”, visti i numerosi segni tracciati a indicare costantemente l’assenza o il ricordo di una “casa”; che sia sotto forma di famiglia, di identità o di tutto ciò che nel termine unheimlich, l’originale tedesco che sta per “perturbante”, risuona nello stesso tempo familiare ed inquietante, come una familiarità irrimediabilmente perduta.

Esplose nel mentre qualcosa là fuori, sul cielo bluastro della campagna, presa in una notte dipinta chiarissima come in un olio medievale. E poi un’altra esplosione, un pizzico, molti pizzichi, oltre le recinzioni dell’aeroporto. Erano lucciole, difficili da pensare in quella brughiera. Divennero ognuna una porticina, uno strappo, rammendi delle campagne toscane lasciate alle spalle. Rammenti della mamma Idette, del suo insegnamento di sempre: “bisogna saper essere buoni osservatori, piuttosto che cattivi profeti, Lorenzo.”

Il Regno è popolato da personaggi perennemente in transito (spesso anche letteralmente geografico ma anche e soprattutto culturale) che, trasformati ormai nel profondo dallo sradicamento in soggetti ibridi o anfibi (condizione e metafora ricorrente nella scrittura di Raveggi), registrano sulla loro pelle (e sottopelle) i mutamenti che i nostri tempi stanno imponendoci e che lo scrittore usa alla stregua di antenne privilegiate per la sua osservazione; per chiarire il concetto, un po’ come le figure femminili nel cinema di Antonioni.

La libertà, vede, come uno stare in transito, è come uno stopover. Alcun fardello della tua terra, alcuna responsabilità della meta finale. […] Però non può durare in eterno, il transito, non può essere una condizione di eccellenza. Mai.

Altre volte ancora il perturbante emerge nella lingua, in un modo di raccontare che non è quasi mai piano e lineare ma nemmeno ha le cifre di uno sperimentalismo di matrice prettamente linguistica. Si avverte piuttosto, come in una nuova lingua “naturale”, la ricorrenza di giacimenti diversi, legati alle tre diverse radici della vita di Raveggi, che è nato e cresciuto in Italia, ha vissuto quattro anni in Messico sposando una messicana e lavora quotidianamente in inglese come insegnante in istituzioni universitarie americane. Ne derivano dissonanze sia a livello lessicale sia sintattico, anche qui con una evidente alternanza delle distanze e dei registri, dal popolare e gergale all’uso di esotismi, tecnicismi e perfino neologismi. Ibrida, anfibia, esule anche la lingua.

Il tema dell’esilio come condizione esistenziale è, tra l’altro, al centro della sezione finale che riunisce cinque racconti sotto il titolo “Altre vite illustri. Cinque brevi storie di esuli contemporanei”. Qui più che altrove uno sviante gioco ironico delle distanze si alterna a talune identificazioni tra autore e personaggi, tanto che spesso è quasi impercettibile lo slittamento dall’altro all’alter-ego di chi scrive. È invece messo in scena in tutta evidenza lo slittamento continuo di entrata e uscita dei personaggi nelle e dalle loro diverse identità ibride, proprio come l’artista Zoè Gruni indossa i suoi diversi magnifici costumi copricorpo nelle identificazioni magiche delle sue performance, nell’ultimo e magnifico racconto del libro, Un copricorpo per il deserto. Sia nelle vicende apparentemente minime (come il semplice transito di un personaggio in un aeroporto, in Il curatore volante), sia negli episodi grotteschi (come quello di L’eloquente menu di Tribeca, ambientato in un ristorante toscano negli Stati Uniti in cui  piatti preparati dallo chef parlano in vernacolo toscano) o drammatici (come l’episodio di un padre che fugge in auto col proprio figlio da una minaccia che si chiarisce solo alla fine del racconto Vuole portarti via), si distende comunque su tutto come un’ombra la sensazione di una catastrofe incombente; ma incombente – sembra di poter dire – perché inscritta invisibilmente dentro la natura dell’uomo e in particolare del tempo che stiamo vivendo. Ed è proprio a questo qualcosa di invisibile che mira la scrittura di Raveggi, che, anche quando storce il ghigno nel liberare o trattenere una risata, tra l’ironico e il sarcastico, resta sempre profondamente malinconica, ovvero ancorata alla nostalgia di un impossibile. Alla fine della lettura, ripercorrendo all’indietro le pagine del Regno dell’emergenza, in una sorta di incredulo flashback di verifica, sembrano esplodere in infinite schegge di verità anche le due citazioni messe in esergo all’intera raccolta:

Giorni di catastrofi sono tutti i giorni in cui non succede nulla (Italo Calvino)

e

L’uomo è un abominevole mammifero che si pettina (César Vallejo)

non come un semplice omaggio di Raveggi a due suoi numi tutelari ma piuttosto come un oriente e un occidente del Regno.

*

© Martino Baldi

Nota: Le recensioni di Martino Baldi sono pubblicate in collaborazione con la Biblioteca San Giorgio di Pistoia.

 

 

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