Patti Smith M Train. Recensione

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Patti Smith, M Train, traduzione italiana di Tiziana Lo Porto, Milano, Bompiani, 2016, € 17,00

“Non è facile scrivere del nulla.”
Ecco cosa stava dicendo un mandriano mentre entravo nel quadro di un sogno. Vagamente bello, intensamente laconico, si dondolava su una sedia pieghevole, appoggiato all’indietro, con in testa uno Stetson che sfiorava lo spigolo della parete esterna grigio spento di un caffè solitario. […]
“Ma noi andiamo avanti,” ha proseguito, “alimentando folli speranze di ogni tipo. Per riscattare quello che abbiamo perduto, qualche scheggia di una rivelazione privata. È una dipendenza, come giocare alle slot machines, o a golf.”
“È molto più facile parlare del nulla,” ho detto io.
Non ha ignorato del tutto la mia presenza, ma non ha risposto.
“Be’, comunque è così che la vedo.”
“Proprio quando stai quasi per darci un taglio e per buttare le mazze nel fiume, ecco che ti entra il tiro giusto, la pallina rotola dritta in buca, e le monete riempiono il cappello rovesciato.”[…]
“Sono già stata qui, giusto?”
Lui se n’è rimasto seduto a guardare la pianura.
Che figlio di puttana, ho pensato. Mi sta ignorando.
“Ehi,” ho detto, “non sono morta, non sono un’ombra passeggera. Sono qui in carne e ossa.”
Ha tirato fuori dalla tasca un taccuino e s’è messo a scrivere.
“Almeno potresti guardarmi,” ho insistito. “È pur sempre il mio sogno.”
Mi sono avvicinata. Abbastanza da vedere cosa stesse scrivendo. Aveva il taccuino aperto su una pagina bianca e di colpo si sono materializzate tre parole.
No, è mio.

Un incipit onirico per un libro che racconta tante vite in una soltanto o − meglio − le tante rifrazioni vitali che può assumere una stessa luce, quella emanata dalle pagine autobiografiche che Patti Smith regala in M Train, uscito da poco per Bompiani con la traduzione di Tiziana Lo Porto. A sei anni da Just Kids, ecco alcune pagine fatte di viaggi, incontri, sogni, memorie di tempi condivisi e non con il marito Frederick “Sonic” Smith ma anche con altre figure che, negli anni, ha incontrato o (re)incontrato e che hanno lasciato un segno indelebile nella sua esperienza. Impossibile citare con precisione senza il rischio di scadere in un catalogo la ricchezza di ispirazioni che compongono questo libro: ci sono molte letture riprese o scansate, immagini e citazioni che aprono a un dialogo con altre forme d’arte, servendosi proprio di quella commistione che caratterizza da sempre l’opera della Smith, tra iconografia, letteratura e poesia, religione e molto altro. C’è un cammino fatto insieme o solitario, costellato da una solitudine odierna che serve a riconoscere quel sentire che caratterizza l’artista e la donna, la creatrice e l’essere umano: irrinunciabile è il momento del mattino, seduta nel solito bar del Village a New York a scrivere, bere caffè nero e mangiare pane integrale con olio d’oliva. Così, l’azione quotidiana diventa “rito” rivelatore, per tracciare con accuratezza i contorni del sé, per (iniziare a) dirsi con ancora più tenacia. In quel luogo Patti Smith coltiva e ha coltivato, negli anni recenti, se stessa. Soprattutto, in merito alla vita di ogni giorno, si parla di meraviglia e fallimento con la stessa “emozione”. Quanto possa stratificarsi la visione del passato ma anche essere attenta nella sua trasmissione al lettore, Patti Smith l’ha imparato tenendo alto lo sguardo, incarnando una consapevolezza totale del proprio presente, svuotato come sempre di utopie e compromessi ma ricco di suggestioni. Conscia di aver destinato le proprie memorie a un tempo ingordo, il suo comunicarle segue la misura del tempo della propria coscienza, un tempo allenato ad altri ritmi e tempi meno voraci di quelli di oggi; questa è senza dubbio la misura della narrazione: lenta ma non “pigra”, che concede anche a chi legge la possibilità di rallentare e (trat)tenere il pass(at)o. La coerenza delle intenzioni riesce sempre a sorprendere. Nel rivelarsi agli altri, la vicenda personale di Patti Smith è perciò emotiva in un senso etimologico: “trasporta fuori” cioè nel mondo − ed è questo il compito del vero memoir − le tessere di una fare e di un dire sensibilmente universale, come fanno già la sua musica e la sua poesia.

© Alessandra Trevisan

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