Ciò che disse il legno: Twin Peaks attraverso i monologhi della Signora Ceppo #19

Ogni episodio di Twin Peaks (in attesa dei nuovi, annunciati per quest’anno) è introdotto da un monologo di Margaret Lanterman, conosciuta da tutti come la Signora Ceppo perché gira abbracciando un ciocco di legno con cui si confida e dal quale ottiene rivelazioni. Potrebbe essere la pazza del paese, se a scarseggiare a Twin Peaks non fosse proprio la normalità. Quei monologhi, scritti dallo stesso Lynch, sono in definitiva una successione di poemetti in prosa, misteriosi, surreali, bellissimi. Hanno un valore poetico autonomo, e al tempo stesso sono una chiave di accesso al mondo immaginato dal regista e dai suoi collaboratori (Mark Frost, co-ideatore, su tutti). Dalle parole cercherò ogni volta di andare alla storia e ai personaggi, senza però svelare troppo per chi ancora ha la fortuna di non aver visto la serie. E tuttavia ogni spiegazione sarà solo l’inizio di qualcosa: nel linguaggio di Lynch, sia verbale che cinematografico, permane un residuo di non significato, un nodo di oscurità, un ceppo che non brucia e che parla.

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josie

[Episodio Diciotto – Ballo in maschera]
Is life like a game of chess? Are our present moves important for future success? I think so. We paint our future with every present brush stroke. Painting, colors, shapes, textures, composition, repetition of shapes, contrast. Let nature guide us. Nature is the great teacher. Who is the principal?

Sometimes jokes are welcome. Like the one about the kid who said “I enjoyed school. It was just the principal of the thing”.

 La vita è come una partita a scacchi? Le nostre mosse del momento sono importanti per il successo futuro? Penso di sì. Dipingiamo il nostro futuro con ogni pennellata dell’oggi. Pittura, colori, forme, trama, composizione, ripetizione di forme, contrasto. Lasciamo che la natura ci guidi. La natura è il grande insegnante. Chi è il principale [preside, n.d.t.]?
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Qualche volta le barzellette sono gradite. Come quella sul bambino che disse: “Mi piaceva la scuola. Era però una questione di principio [Era il preside a non piacermi, n.d.t.] (trad. di Andrea Accardi e Alessandra Zarcone)
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Dalle mosse di ora dipendono le mosse che verranno, dai colori di oggi il quadro di domani. Sembrerebbe per una volta un monologo ottimista, un invito a seguire la natura, the great teacher. Il gioco di parole finale, difficilmente traducibile, sembra però togliere con una mano l’ottimismo elargito con l’altra. Giocare a scacchi vuol dire conoscere i ruoli, e colorare il futuro in qualche modo camuffarlo. Il senso della doppiezza, della mascherata, così forte fin dall’inizio, a quest’altezza della serie è ribadito in toni meno angoscianti e sinistri, con l’arrivo dell’agente FBI Denise, uomo dall’identità femminile, o con la nuova vita di Josie, costretta sotto ricatto a divenire la cameriera di Catherine Martell. Nadine, la moglie di Ed, dopo un tentato suicidio si è risvegliata convinta di essere ancora studentessa al liceo, e questa regressione innesca una serie di effetti grotteschi. In fondo è l’intera storia ad essersi camuffata, ad aver perso momentaneamente la tragicità iniziale per virare verso una strana comicità informe, che toglie pathos anche a fatti residuali di violenza e intrigo. Ma la consueta metafora della vita vista come a game of chess assumerà una nuova forza drammatica con l’arrivo di Windom Earle, l’ex-collega e presto nuovo antagonista di Cooper e di tutta Twin Peaks, fin qui soltanto nominato. Sbagliando le mosse non prepari il futuro, ma il suo contrario. I colori inadatti deturpano il quadro. Un travestimento imposto non raddoppia la nostra identità, l’annulla.
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@Andrea Accardi
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