Francesca Del Moro, Gli obbedienti. Recensione di Caterina Davinio

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Francesca Del Moro, Gli obbedienti. Postfazione di Anna Maria Curci, Cicorivolta, 2016

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Questa raccolta di Francesca Del Moro mi ha fatto tornare in mente i versi di Sergio Corazzini in Desolazione del povero poeta sentimentale: «Le mie tristezze sono povere tristezze comuni./ Le mie gioie furono semplici,/ semplici così, che se io dovessi confessarle a te arrossirei». È la crisi del ruolo dell’intellettuale, che giunge a negare la propria esistenza, assiste impotente ai mutamenti della società che lo nullificano ed escludono, e alla fine di vecchi valori non ne corrispondono di nuovi.
Tuttavia l’autrice non arrossisce nel dirci le suggestioni di una giornata qualunque di gente comune, che si sveglia alle sei quando suona la sveglia e poi prende il treno dei pendolari, passa le otto ore lavorative davanti a un terminale, si aggira nel grigio delle nostre città macchiniche di ferro e di cemento.
Tutta la raccolta è pervasa da un grigiore che sovrasta persone e cose, privo di ideali −«Riposti gli ideali/ come occhiali nella custodia» − di avventure della mente e dell’esperienza degne di nota e dove ciascuno diventa “predatore o preda” senza eroismo, ma con «pacata e operosa/ rassegnazione” e non si sente neppure “la rabbia/ che monta».
È l’esercito di giovani e meno giovani, più o meno istruiti, colti o specializzati, che popolano le metropoli del nostro paese e producono, con lavori poco realizzanti e poco soddisfacenti sul piano economico, per altri la ricchezza; una ricchezza che crea tuttavia un universo opaco, depresso, e che è costruita da piccole persone spente, la cui vita non pare guidata da ombra di creatività, individualità. Sono gli impiegati di basso profilo del terziario avanzato, quelli che hanno perso l’identità che animava, negli ormai lontani anni Settanta, le lotte della classe operaia, e hanno perso pure l’illusione dell’ascesa sociale e l’arrivismo rampante che ha caratterizzato parte della gioventù degli anni Ottanta. Il libro registra dunque la fine della coscienza di classe e insieme delle utopie, delle ideologie, ma anche dell’edonismo e dei desideri consumistici, perché rappresenta una mesta età di crisi.
Oggi si parla spesso di era post-ideologica, dove tutto è finalizzato rigorosamente alla produzione economica, che in molti pagano con una condizione di spersonalizzazione, risultato di una «mutazione/ incredibile/ sono pecore/ pecore carnivore». Perché a loro modo anche “gli obbedienti” non sono tra loro solidali, sono invero cinici, aggressivi, asserviti al sistema e ai suoi non-valori da un contagio onnipresente.
La società dipinta nei versi è infatti una giungla priva di riscatto, dove è impossibile rivoltarsi perché nessuno individua un nemico ideologico o di classe, tutto è razionalizzato, il sistema ha contaminato le proprie vittime e ne ha fatto degli ingranaggi. Agli “obbedienti” bastano l’happy hour, le amicizie virtuali, invettive e piagnistei sui social media: tutto ruota intorno a questa loro incapacità di rialzare la testa, anche se alcuni hanno “dentro la testa china/ un cervello ribelle”, perché mancano la volontà, il desiderio, ciò che potrebbe spingere oltre.
Qual è il ruolo della cultura in questo ritratto impietoso del nostro mondo contemporaneo del lavoro e non solo? Qualcosa che è relegato all’inutilità perché non funzionale alla produzione: «Hai studiato così tanti anni/ cose di inutilità manifesta/ ora ti mordono la coscienza/ perché vali quanto guadagni». A cosa servono la poesia, il sapere, se non a rendere infelici gli “obbedienti”? Meglio non averla quella coscienza che, quando si desta per un istante, fa ribollire la rabbia, rende l’ingranaggio non più ben funzionante. Anche gli slogan che dovrebbero richiamarsi a dei giusti valori suonano tiritere prive di effettiva concretezza e capacità di impattare sul sistema, come nella poesia Canzonettina delle pari opportunità, tutto è ridotto a teatrino senza credibilità.
La scrittura della Del Moro si sviluppa volutamente senza slanci lirici, come dev’essere nel momento in cui si pone quale specchio del grigiore e dell’omologazione; la poetessa utilizza un linguaggio sottotono che riproduce l’ovvietà linguistica dei media, gli slogan senza senso, i vezzi della pubblicità, il luogo comune, perché così vuole smascherarlo.
Quale il ruolo del poeta in questo universo spento? Quello dell’osservatore, ma non un artista che riproduca la realtà vigorosamente attraverso una studiata mimesis, piuttosto uno qualunque che scatti un’istantanea con il cellulare la mattina presto in stazione agli altri incolori compagni di viaggio, o spettando alla fermata dell’autobus. È nella deliberata scelta di questo occhio “tecnologico” di basso profilo e accessibile a chiunque che stanno, a mio avviso, l’originalità del libro, la negazione del poeta lirico, la ricerca per lui di un nuovo atteggiamento, apparentemente “obbediente” e in realtà corrosivo. Lo sguardo rassegnato non rinuncia infatti a ritrarre la realtà, certo che essa parlerà da sola, renderà palese la propria natura assurda, infelice e generatrice di infelicità. Quindi alla fine il libro risulta potentemente di denuncia. Ne apprezzo la consapevolezza, la misurata capacità di padroneggiare la materia poetica a livello formale e contenutistico, senza mai sforare da un progetto comunicativo che appare infine efficace.
Il ruolo del poeta che viene negato e volontariamente abbassato, in termini antilirici e antieroici, risalta alla fine, capovolgendo l’assunto e rivelandosi come sguardo lucido, e quindi non domato, non obbediente e capace di rifiuto e non omologazione.

© Caterina Davinio

*

II
Alle sei del mattino

Il suono rompe
il sogno, il sonno
e schiude l’occhio.

Cerca nel buio
il primo passo
il piede nudo.

Nella mattina scura
il respiro è spurgo
di rigovernatura.

III
Guardi il display con la tavola
ridente e la sfoglia Buitoni
i cartelloni con le bocche
spalancate per la gioia
delle cose.

Bisogna vendere cose
vendere sempre vendere
le cose.

Tu marci con gli altri
nel grigio mattino,
farai la tua parte.

VIII
Occhi spenti
schiene curve
menti altrove
pacata e operosa
rassegnazione.
Non c’è vergogna
non si sente nemmeno
la rabbia che monta.

IX
Gli ovini di Adenauer

Vanno insieme
senza guardarsi
con gli occhi torvi
volti in avanti
i dorsi sempre
proni ai bastoni
i denti stretti
il passo deciso
in un attimo
ciascuno diventa
predatore o preda
del proprio vicino
in un attimo
ciascuno può finire
divorato dal branco
sono il risultato
di una mutazione
incredibile
sono pecore
pecore carnivore.

XI
Gli ha detto di levare le tende
ma non è niente di personale
poi vanno a fare un happy hour
si tengono l’amicizia virtuale
lo sai come vanno le cose
vuolsi così colà dove si puote
ciò che si vuole e più non dimandare.

XLI
Haiku-dilemma

Se invece l’arte
fosse l’oppio dell’occhio
che non sopporta?

LVIII
Hai studiato così tanti anni
cose di inutilità manifesta
che ora ti mordono la coscienza
perché vali quanto guadagni.
Non sempre ciò che forma un individuo
forma anche un lavoratore,
questo ricordalo sempre a tuo figlio.

LXX
Dopo un film di Monicelli, tornando

Quella massa di cafoni
affamata, cenciosa e sporca
sembrava un’enorme famiglia
era capace di una lotta.

Erano quattordici le ore
che pesavano su di loro
mentre voi ne fate nove
anche se in busta sono otto.

Ti torna in mente quella volta
– oh molti anni or sono –
in cui l’impronunciabile parola
ti sfuggì di nascosto.

Quando hai parlato di sciopero
per qualche giorno stranamente
non hai avuto più nessuno
con cui prendere il caffè.

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