Altri dischi #7: Pink Floyd, Ummagumma

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Pink Floyd
Ummagumma
Harvest, 1969
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di Ciro Bertini  

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Non dev’essere stato facile, per Roger Waters e compagni, essere i Pink Floyd nel 1969. Syd Barrett non è più nella band da un anno, la grande stagione psichedelica si avvia al tramonto e il prog si è già aperto un varco nel sound del rock britannico. Pur nella sua bellezza e sperimentazione, A Saucerful of Secrets è stato un disco frammentato, di transizione, la fotografia di una rock band che sta per prendere congedo dal suo folle e geniale leader e sente l’urgenza di costruirsi una nuova identità. Impresa non facile, considerando che Barrett semplicemente non può essere sostituito e un cambio di rotta è di vitale importanza per ribadire che i Pink Floyd sono un gruppo a tutti gli effetti e non soltanto il progetto del pifferaio ai cancelli dell’alba. Già, ma qual è la direzione e chi si assumerà il compito di trainare il quartetto verso nuovi successi? David Gilmour, ottimo chitarrista e cantante incisivo, è entrato da poco e la sua vena creativa si trova ancora allo stadio embrionale. Richard Wright è il più dotato musicalmente, ma le prove compositive da lui offerte finora non sono qualitativamente e quantitativamente sufficienti a farne un versatile songwriter, e il suo carattere schivo certo non lo aiuta. Rimane quindi Roger Waters, fin da subito rivelatosi un originale compositore, la cui creatività è stata messa in ombra esclusivamente dall’enorme talento di Syd. Ma ecco la contraddizione: anche se i semi della futura leadership watersiana sono già ben piantati, non esistono altri album nella discografia dei Floyd che suonino come opere così coese come Ummagumma e il futuro Atom Heart Mother, i dischi con cui i quattro ribadiscono chi sono e di cosa sono capaci, alla faccia di chi già li considerava destinati ad un rapido declino. Se Atom Heart Mother contiene però in nuce gli elementi di quel sound levigato e rilassante che diventerà il loro standard nel giro di pochi anni, il doppio Ummagumma è il capolavoro che li consacra capofila della musica psichedelica d’avanguardia, meravigliosamente anarchica e orgogliosamente libera da compromessi.

Quasi a confermare la perfetta coesione interna e l’unità di intenti, il primo disco dell’album immortala la band dal vivo, impegnata nell’interpretazione di quattro dei suoi cavalli di battaglia in due diversi concerti a Birmingham e Manchester, quattro lunghe composizioni sospese tra raga rock, space e psichedelia, fra cui spiccano la mistica Careful with that Axe, Eugene e la spaziale Astronomy Domine. È però il secondo disco, quello in studio, la vera sorpresa. Nato da una proposta di Wright che suona quasi come una sfida, l’album scorpora la band in quattro parti, tante quanti sono i musicisti che la compongono. Ognuno di essi si ritrova così solo in sala di registrazione, a dare forma alle proprie idee musicali, con qualunque strumento gli venga comodo. Personalmente non ho mai capito per quale motivo si tenda a considerare la parte di Waters come la migliore, quando, proprio in apertura dell’album, c’è quel piccolo, imponente capolavoro intitolato Sysyphus, partorito dall’intelletto di Wright. Vagamente ispirata al supplizio dell’omonimo personaggio mitologico, questa suite strumentale dominata dalle tastiere ci delizia, nel corso dei suoi tredici minuti, con sinfonismo, free jazz, pianismo romantico e naturalmente avanguardia e psichedelia spinte ai limiti estremi, attirandoci fra le metafisiche gioie dell’Eden e scaraventandoci un istante dopo negli abissi dell’Ade. Dopo tanta sperimentazione concettuale, normale sentire il bisogno di qualcosa di più caldo e umano, ed eccoci subito accontentati: su un sottofondo di versi di uccelli e rumori campestri arriva Grantchester Meadows, splendida ballata acustica e prima delle due composizioni di Waters. Di tutt’altro genere la successiva Several Species of Small Furry Animals Gathered Together in a Cave and Grooving with a Pict, brano senza musica dove una cacofonia di voci elettroniche e percussioni simulano i versi di roditori, uccelli e altre bestioline del bosco, lasciando spazio nel finale alla predica ubriaca in dialetto scozzese di uno sguaiato e incontenibile Ron Geesin. È poi la chitarra a fare da protagonista nelle tre parti di The Narrow Way, con un Gilmour che si destreggia tra folk, country e hard rock. La psichedelia è comunque sempre dietro l’angolo, impreziosendo la prima sezione di colorati effetti sonori e precipitando la seconda in un magma di rumori terribili, spazzati via nel finale, come tenebre della notte che cedono il passo alle prime luci dell’alba, dagli accordi di chitarra che annunciano l’ultimo episodio, in realtà il più trascurabile del trittico. Chiude l’album The Grand Vizier’s Garden Party, il divertente contributo di Nick Mason, altra suite strumentale in tre movimenti introdotta e conclusa da un breve assolo di flauto eseguito dalla moglie del batterista. La lunga parte centrale è probabilmente, all’ascolto, la meno interessante dell’intero album, ma di grande importanza per il complesso. Si può dire che nasca qui, infatti, la tecnica di arrangiamento elettronico e rumoristico dei suoni, autentico marchio di fabbrica dei futuri Floyd. Alzi la mano, inoltre, chi non riscontra, in questa musica frammentata e ondivaga, i germi del post-rock.

Molto (tutto) è già stato detto sui Pink Floyd e i loro album, e Ummagumma non fa eccezione. Personalmente, ritengo si tratti di un’opera monumentale, forse il miglior disco della band assieme a The Piper. A tratti ridondante e pretenzioso, talvolta perfino banale e auto-indulgente. Ma anche questi elementi concorrono a farne un’opera unica e perfetta nelle sue molte imperfezioni, un manifesto di assoluta, magnifica libertà compositiva. Durerà un attimo, ma sarà (ed è ancora) un attimo meraviglioso. Peccato che i suoi stessi creatori non siano mai stati della stessa opinione.

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© Ciro Bertini

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One comment

  1. I Pink Floyd sono un grande gruppo pop che in quanto tale dà il meglio nella musica e negli album più pop, tipo The Wall e Dark side. Quando si atteggiano a musicisti classici o d’avanguardia o a filosofi o profeti della musica, non essendolo, annoiano un po’.

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