Giocatrici more uxorio

cover-fiorletta2Ho provato a seguire i consigli di Francesca Fiorletta (Dieci buoni motivi per NON leggere More Uxorio) e mi sono così azzardato a (non) leggere More Uxorio portandolo alle labbra come un bicchiere (rigorosamente blu e Ikea)  mantenuto rigorosamente sempre pieno e berne lentamente con discrezione e curiosità.
A Francesca Fiorletta la linearità della prosa non piace; è palese il bisogno della deviazione e della distrazione delle parole, libere di accoppiarsi o inseguirsi senza alcuna preoccupazione o scrupolo per il miscelarsi dei riferimenti verbali e delle parti, garantendo la continua e pacifica reversibilità del rapporto soggetto/oggetto. È importante sapere chi parla a chi, quando l’unico riferimento sono una sedia mezza rotta, bicchieri blu e un nome? Assolutamente no, e il dialogo allora può procedere imperterrito per ascolti e per suggestioni; le parole si susseguono per assonanza, immagini, ricordi e nei ricordi, nelle immagini, nei suoni muoiono e rinascono rinnovate. Il matrimonio è anche questo: rinnovarsi nell’incontro e nella fusione. Sorseggiando il libro, su cui si è già scritto tanto e bene, non è stato facile sedersi ai bordi della stanza e con non poca discrezione assistere ammutolito e imbelle a questa solenne intimità, nella paura che le parole, libere, mi si rivolgessero contro; io, maschio così estraneo ad un legame intimamente e archetipicamente femminile. Ho chiuso gli occhi allora e immediato è riaffiorato alla memoria un quadro, così archetipicamente maschile: I giocatori di Paul Cézanne. Non è stato poi difficile recuperare il filo, partendo da quelle carte rivelate nel silenzio, protette da mani e cappelli (Silenzio. C’è un blu di pioggia, dentro…), fino alla bottiglia, lì precisa nel mezzo, fonte comune e reciproca del dissetarsi.

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Non comprare niente che sia d’oro, per la nuova casa, perché è lì che andrai a vivere presto, non è vero? Non appena avrete cacciato via tutti gli invitati, non appena avrà smesso di piovere, quando sarà finito lo champagne.

Appare come la descrizione di un “gioco” il libro di Francesca Fiorletta. Gioco inteso nella stessa accezione di Roger Caillois, attività libera nel suo essere spontanea e immediata, separata nel suo contesto spaziale e temporale, incerta nella sua indefinizione temporale, improduttiva perché non aggiunge nulla ma si arricchisce di se stessa e allo stesso tempo regolata e fittizia nel suo essere. Un gioco a cui non è chiesto di partecipare, ma di goderne la “visione” come  rappresentazione dell’umano. Uomo o donna, giocatori o giocatrici, come li ha colti Cézanne nel loro essere separati nella postura (spazio) e nell’alternanza (tempo), ma profondamente intimi nell’intento.

La narrazione è un gioco d’intese, col muso duro, il cuore moscio, le mani flosce, i manicotti raffazzonati, la paccottiglia dell’apparato critico da digerire.

© Jacopo Ninni

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Francesca Fiorletta, More Uxorio, ed. Zona 2015

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