proSabato: Giancarlo De Cataldo, Zabriskie Point

descrizione di un luogo

Zabriskie Point

Questo è un luogo di cinema e musica. Di memoria e di futuro. Per Zabriskie Point si parte dopo una notte in uno di quei motel che, quando ti ci ritrovi, non sai se esista davvero o se non se capitato dentro uno di quei film che ti hanno fatto diventare adulto. Film più importanti della vita stessa, e comunque, per un adolescente, molto più belli e seducenti della vita. L’autostrada con il suo traffico incessante di pick-up e Tir. Due sedie spaiate accanto alla piscina immobile. L’americana grassa che scivola via furtiva dalla cameretta del blocco monopiano e si accende con aria colpevole una sigaretta, e si rilassa, infine, quando si accorge che anche lo straniero fuma. Che perfetto senso di perdizione! Per Zabriskie Point si parte all’alba. Prima che il sole ti frigga il cervello come il crepitante calcare salino dei vicini Campi da Golf del Diavolo. Il Point è un’altana spianata sull’ocra rocciosa dell’infuocata Death Valley. Il Point è uno spazio aperto e contemporaneamente claustrofobico. Dominato da un pannello con scritte in inglese e caratteri braille e l’effige crinita di un vecchio ingegnere polacco. Qui Michelangelo Antonioni ambientò l’indimenticabile scena degli amanti che rotolano nudi fra le dune mentre Jerry Garcia dei Grateful Dead strappa al suo magico strumento i distorti lamenti del piacere e dell’utopia. Il film a Taranto lo portarono i gesuiti del Cineclub Casalini. Correva l’A.D. 1972. Se non riuscite a immaginare la tempesta emotiva di quel pomeriggio non siete mai stati ragazzi. Non l’ho mai più rivisto, quel film. Paura di uccidere l’emozione sotto i colpi del senso critico. Paura di confessare a se stessi la perdita dell’innocenza. Trentatré anni dopo, però, a Zabriskie Point. Circondato da italiani sui cinquanta. Tutti un po’ vergognosi. Alcuni con figli. Inutile cercare di evocare per quei ragazzini con l’iPod il fantasma di quel passato. La roccia è muta. Se proprio un dialogo è necessario, tocca a noi avviarlo. Si torna ai fuoristrada, ingobbiti. Un vecchio indiano accende la pipa e si stringe nelle spalle. Se non fosse per i turisti italiani, ‘sto buco nel deserto l’avrebbero chiuso da un pezzo. Sento una ragazzina sbuffare al suo papà delusa: tutto qui? L’uomo non sa che rispondere, si tuffa in macchina. Il motore e un acuto di American Idiot partono in contemporanea. Loro, i ragazzi, non lo sanno. Non sanno che fra Jerry G. e Greenday c’è più di una familiarità. C’è una continuità. Loro non lo sanno, ed è bene che sia così. Che se lo cerchino da soli, il loro personale Zabriskie Point. Se hanno cuore e fortuna, prima o poi lo troveranno.

© Giancarlo De Cataldo, Zabriskie Point, in Descrizione di un luogo. Dieci anni di Einaudi Stilelibero, Torino, Einaudi, 2006.

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