Racconti Matti (Verso il Festival) #2: Nadia Terranova, Via della Devozione

biennale 2010 - foto gm

biennale 2010 – foto gm

Nota: Abbiamo chiesto ad alcuni scrittori dei racconti attorno al tema della follia, su quello che succede a volte nella testa della gente; sono tappe di avvicinamento al Festival dei Matti – Nel nome degli altri che si terrà a Venezia dal 13 al 15 maggio. Il secondo racconto è di Nadia Terranova e si intitola “Via della Devozione” (racconto uscito su Vice nel 2013)

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Via della Devozione

Per Andrea Oliviero (1985 – 2013).

“Teresa, ma ti vuoi muovere?”

“A signo’, me sa che je piaciono ‘e prune, perché non se’e compra, allora?”

Da qualche tempo Teresa ha l’abitudine di fermarsi tra i banchi del mercato a piluccare mentre suo marito sceglie e tratta sul prezzo. In realtà piluccava anche prima, ha piluccato per quarant’anni, dal giorno dopo che si è sposata, quando è venuta a vivere in via della Devozione dove da signorina era stata solo una volta per conoscere i futuri suoceri. Però prima non si limitava a piluccare: piluccava, commentava e trattava—per cinque mattine a settimana, dal martedì al sabato (nessuno fa la spesa al lunedì, quando i banchi sono dimezzati e la frutta ha un’aria triste di rimanenza), mentre i figli erano a scuola e Raffaele in ferrovia. Per quarant’anni Teresa ha tirato fuori dal borsellino i soldi che servivano a non far mancare niente in tavola, gli stessi con cui far quadrare i conti: un gioco di prestigio in cui era diventata la più brava tra le mogli del quartiere. Poi Raffaele è andato in pensione e lei se l’è ritrovato in ciabatte per casa.

“Teresa, ti muovi o no? E posa quella prugna, che ancora non le abbiamo comprate!”

Teresa attacca a rosicchiarla. Da quando ha avuto l’ictus si prende il lusso di non rispondere se non ne ha voglia. Delle discussioni a casa, delle contrattazioni al mercato, delle chiacchiere davanti scuola con le maestre dei bambini e le altre mamme non è rimasto niente. L’ictus le ha lasciato non più di cinque frasi al giorno. Due gliele tirano fuori i figli (”Mamma, devi parlare! L’ha detto anche il medico!”), una il marito e le altre due escono solo se capita. Adesso è Raffaele a riempire il carrello e tirarselo dietro, a scegliere i banchi dove la roba è buona ma costa meno, anche se ormai, con i figli sistemati e il mutuo estinto, ogni mese della pensione ne rimane la metà. Se sei stato grasso la prima cosa che pensi di fronte a un vestito della tua nuova taglia rimane sempre: e chi ci entra, qui dentro? Se sei stato povero è uguale. Una domenica il figlio maggiore l’aveva portato all’ipermercato, Raffaele si era stupito e poi arrabbiato: “E chi ce li ha i soldi per fare la spesa in questo posto?” I prezzi erano gli stessi di via della Devozione, ma c’erano luci al neon, frigoriferi enormi e clienti sconosciuti. E poi che stranezza è fare la spesa di domenica? Raffaele non aveva voluto comprare neanche un pacco di biscotti: “Emiliano ha tutto quello che ci serve, a me e a tua madre.” Sentendo tirata in ballo l’autorità del pizzicagnolo, il figlio si era arreso.

“Sono buone, signora? Che dice, mi posso fidare? Compro?”

La voce di Andrea alle spalle di Teresa è gentile, Teresa si volta e gli porge la prugna morsicata.

Anche Raffaele si volta.

“Teresa, andiamo!”

Andrea fa di no con la mano a Teresa, la ringrazia e si rivolge al banco: “Mi sa che sono buone davvero, dammene…”

Il fruttarolo lancia una busta di plastica blu. Se Andrea vuole le sue prugne, che si serva da sé.

Se io fossi il narratore onnisciente di via della Devozione mi prenderei adesso una pausa dalla strada per intrufolarmi al civico ventuno, dove abitano Saba e Pasquale, trent’anni a testa, a un terzo piano che scontenta entrambi. Lui non sa confessarle che soffre di vertigini; lei non vuole ammettere che vivendo così in basso non si sente protetta dai rumori, dalle urla dei tossici e dei gatti e dalle scopate per strada la notte, dalle ruote dei carrelli della spesa la mattina, dal mondo che in un attimo può entrarle in casa dalla finestra. Saba pensa agli occhi di Pasquale quando le ha detto amore non ci crederai ma ti ho fatto una sorpresa, quando sono entrati insieme in quell’appartamento tanto grande per un affitto tanto conveniente. Se fossi il narratore che tutto può, salterei la scena di Saba a casa da sola la mattina, chiusa a scrivere il testo di una canzone che non le viene e mi fermerei sulla sera a cena, quando con lei siede anche Pasquale, in una tavola apparecchiata scostando spartiti e riviste di informatica. Punterei l’obiettivo sul purè di asparagi e i peperoni arrostiti che Saba compra al mercato il lunedì per evitare la calca. È l’unico giorno tranquillo della settimana, meno male altrimenti non scenderebbe mai a comprare nulla. Di solito la spaventano le voci che parlano contemporaneamente, la gente che si accalca e discute all’infinito del prezzo della verdura. Il suo italiano è buono ma se c’è troppa gente scattano ancora la ritrosia e l’imbarazzo, e poi non ne può più delle stesse domande: “Da che parte dell’Africa vieni?”,

“Veramente sono di Londra.” Eppure Londra non le manca. Tranne, naturalmente, la sicurezza del suo vecchio ottavo piano.

“’A Raffae’, con simpatia t’o’o dico: tu’ moglie me sta a magna’ tutto er banco.”

Raffaele si vergogna, prova un po’ d’irritazione e un po’ d’insofferenza. Teresa si è attaccata all’uva pizzutella e non la lascia più.

“E l’artra vorta ‘e prune, e stavorta l’uva: la gente poi m’o’ schifa ‘sto banco. Se si deve assaggia’ pe’ compra’ so’ er primo io…”

“Lo compro io il grappolo della signora: ha buon gusto, le prugne l’altra volta erano squisite.” L’orgoglio di Raffaele esplode.

“Metta giù, io e mia moglie volevamo prenderla, quella bianca e pure un po’ di quella nera, non ci mancano i soldi, sa?”

Teresa guarda fisso Andrea.

“Grazie,” dice, e sentendo sua moglie che regala una delle sue cinque frasi giornaliere a una persona estranea Raffaele s’indispettisce ancora di più.

Andrea ha sempre saputo che la sua voce non è uguale a quella degli altri. Glielo dicevano a Bogotà, fermavano sua madre per strada, a scuola, dappertutto: signora, suo figlio ha una voce che è una musica, una voce che non pare sua. Una voce da femmina, pensavano Andrea e sua madre senza bisogno di dirselo. Da grande non è più un problema. Da quando Andrea è diventato una donna la sua voce è solo gentile o sensuale, a seconda delle orecchie. È una voce che apre molte porte, saluta come una carezza, si accorda alle sue braccia sottili, alle gambe ossute, agli occhi verdi con le ciglia lunghe e malinconiche.

Se io, adesso, fossi il prescelto cantore di un quartiere cui capita di finire sui giornali sempre sotto forma di stereotipo perché c’è lo spaccio africano, perché ci sono le trans e qualcuna batte, perché ci sono gli studenti di sociologia, perché si beve a buon prezzo e si incontra l’underground giusto, rimetterei l’investitura. Direi che non c’è nulla che non abbiano già scritto giornalisti molto veloci e cineasti molto fighetti. Magari, giusto perché non mi so trattenere, indicherei silenziosamente la fabbrica cinese clandestina accanto al bar dove in prima serata vanno in onda l’aperitivo equo e solidale e i progetti di rivoluzione. Così, per il gusto di inquadrare un dettaglio che non quadra.

“Cacit, Plavix, Ebixa.”

Dietro la linea gialla di cortesia, Pasquale fissa la nuca del signore che urla la sua lista della spesa. Raffaele si gira. “Sono tutti per mia moglie, sa, giovanotto. Non tanto per le ossa, ma la testa: da quando ha avuto l’ictus, cosa ci vuole fare. A me la testa funziona, a me funziona tutto! Per fortuna, no?”

Pasquale vorrebbe dirgli che invidia il suo coraggio nell’elencare ad alta voce tutte quelle medicine, a maggior ragione se sono per la moglie. Vorrebbe tirar fuori dalla tasca il pugno dove stringe la ricetta dell’antidepressivo per Saba, confessargli che lui non ce la fa a nominare quel medicinale con se stesso figuriamoci dentro un negozio con altra gente, che è felice di poter allungare un foglio a un signore in camice bianco e aspettare in silenzio che incarti il pacchetto magico. Invece fa solo un cenno di cortesia.

“Ma poi, se non ci pensiamo noi alle donne, chi ci deve pensare? Non è d’accordo, giovanotto? Lei è sposato? Vedrà, i guai cominciano quando s’invecchia. Perché loro invecchiano e noi restiamo giovani”

“Hai ragione, Raffaele, dicono che c’è la parità, ma poi non è l’uomo che si accolla sempre la donna?”

Pasquale vorrebbe scomparire. Gli sembra che quella frase il farmacista l’abbia detta direttamente in faccia a lui. Ma certo, è la terza volta che si presenta con la stessa ricetta. L’hanno capito tutti che è per Saba, la straniera un po’ matta che non esce mai di casa.

“Ma, come in tutte le cose, ci stanno la sfortuna e la fortuna.”

Non importa che piovano banalità a sottolineare che anche la prima era una cosa detta tanto per dire: Pasquale è ferito a morte e ha già deciso che non entrerà mai più nella farmacia di via della Devozione. Il prossimo mese andrà a quell’altra vicino alla ferrovia e poi in un’altra ancora, magari in un altro quartiere. Nascondersi e depistare, almeno finché Saba non starà meglio. Quando esce, dopo aver sudato per tutto il tempo—che stavolta gli è sembrato lunghissimo—in cui il farmacista ha rovistato nei cassetti e battuto lo scontrino, Pasquale non può fare a meno di chiedersi chi sia davvero in difficoltà a relazionarsi con il mondo, se lui o la sua compagna.

Teresa è alla finestra come ogni pomeriggio della vita trascorsa in via della Devozione. Prima si regalava un quarto d’ora stretto tra i piatti, la cucina e i compiti dei bambini, poi, a poco a poco che i figli crescevano e il tempo si allargava, ha cominciato a stare affacciata mezz’ora, un’ora, un’ora e mezza. Dopo che Raffaele è andato in pensione e s’è dovuto cercare anche lui un’abitudine nuova, il tempo della finestra di Teresa è diventato quello della passeggiata del marito. Lui usciva a giocare al Gratta e Vinci con gli altri pensionati, prendeva il caffè e raramente una birra; lei si affacciava e stava a guardare. Vedeva loro sempre uguali e il quartiere che cambiava. Dopo l’ictus, il tempo della finestra è diventato tutto il tempo: Raffaele ha smesso di uscire, a parte qualche scappata in farmacia o dal ferramenta. Resta in casa con Teresa a guardare la televisione mentre lei guarda la strada.

All’angolo tra la farmacia e la pizzeria, Saba sente le ginocchia che cedono. Non fa caldo eppure le manca l’aria, la busta è diventata pesantissima. Questo lunedì aveva meno voglia di uscire del solito: ha fatto appena in tempo a prendere un po’ di frutta, le bancarelle stanno smontando, sono le tre passate. Saba siede a prendere fiato su un gradino, sotto l’insegna dove qualcuno ha cancellato il nome ufficiale della strada e ha aggiunto con un pennarello: via della Devozione. Non sa perché la chiamino così però le piace, le è sempre piaciuto. Respira, si stringe le tempie e comincia a canticchiare Thru devotion / blessed are the children / praise the teacher / that brings true love to many / your devotion, finché un’altra voce si sovrappone alla sua, qualcuno che urla, e lei si alza all’improvviso.

Se fossi quel tipo di narratore sgarbato e polemico cui piace dire agli altri come lavorare, prenderei un articolo su via della Devozione in cui c’è scritto, per esempio, che la strada viene chiamata così per la presenza di una Madonna votiva e chiederei all’autore se ha voglia di sentire tutta la storia.
Gli racconterei quando una ragazza di vent’anni arrivò in un quartiere sconosciuto per sposare il ragazzo che amava. Descriverei le prime volte in cui usciva di casa, timidissima, con una fede sottile all’anulare per confermare a tutti che non era un’estranea, che c’era entrata coi fiocchi in quel quartiere. Mi soffermerei sull’estate in cui la ragazza riposava i suoi sette mesi di pancia al fresco sotto la Madonnina. Che fai qui? la prendevano in giro i fruttaroli. ‘A bella, non ti va di camminare? Lei rideva. Macché, non lo vedete che sto qui per devozione.

Teresa guarda la ragazza nera ferma sugli scalini che muove la bocca come se stesse cantando. Poi alza lo sguardo e vede l’insegna cancellata con il pennarello. Il cervello l’ha salutata, ma gli occhi ci vedono benissimo: via della Devozione. Teresa non si ricorda di quando, poco prima dell’ictus, al mercato si è avvicinato un ragazzo: “Signora, scusi, sto preparando un documentario su via della Devozione, è vero che è stata lei a battezzarla così?” Avevano preso appuntamento per la settimana successiva, sarebbe venuto a casa e avrebbe potuto farle tutte le domande che voleva. Certo che si ricordava com’era il quartiere quarant’anni fa, certo che sarebbe stata contenta di raccontarglielo, però lei non c’era nata, al contrario di suo marito Raffaele. Anzi, bisognava che quel giorno a casa ci fosse anche lui, di sicuro avrebbe saputo dirgli qualcosa in più.

Se fossi il perfetto narratore di via della Devozione, la prossima scena non la scriverei. Non scriverei del cliente che ammazza Andrea in pieno giorno, né di Saba che si alza per cercare di salvarlo e corre incontro a una coltellata. Griderei a Teresa di allontanarsi dalla finestra e non guardare, entrerei nello studio informatico dove lavora Pasquale e lo scuoterei dicendogli di correre a casa perché Saba sta sanguinando. Mi metterei tra Raffaele e quel punto indefinito tra il muro e la televisione dove gli sono finiti gli occhi mentre pensa che chissà, forse la morte per sua moglie sarebbe meglio di quello stato vegetativo, e forse anche per lui, che è stanco di sentirsi solo—mi piazzerei lì davanti e gli ordinerei di chiamare subito la polizia.
Se fossi un narratore capace, uno di quelli che hanno il compito di modificare la realtà e non solo di descriverla, come ci insegnano che è compito della letteratura, saprei di avere fallito.

Il giorno dopo al mercato tutti hanno qualcosa da dire, a partire dal fruttarolo che non può mettere la bancarella al solito posto perché ci sono ancora le transenne della polizia.
La persona addetta a ricordare che “comunque era una brava persona, tanto educato, non sembrava neanche che facesse quel mestiere” è il farmacista. La persona addetta a correggere che “non era educato, era educata: era una donna e dobbiamo rispettare questa scelta” è sua figlia, che ha ventidue anni e ha appena finito la triennale di psicologia. La persona addetta ad aggiungere scrupolosamente “e poi dicono che stava anche smettendo,” casomai servisse una buona parola per la pratica in purgatorio, è una fruttarola di cinquant’anni che viene tutti i giorni dall’Agro Pontino. Disseminati tra il bar e il mercato ed equamente divisi per fasce di età, troviamo i portavoce dei più o meno espliciti “se l’è cercata, del resto con quel mestiere” e “non sono razzista ma”. Quanto ai giovani studenti underground, per il momento stanno ancora dormendo: commenteranno la notizia in serata, davanti a un bianco del Salento e una ciotola di noccioline a chilometro zero.

Ai redattori dei telegiornali non pare vero: è fine estate, le notizie scarseggiano e del quartiere pittoresco si possono sempre tirare fuori immagini di repertorio del dopoguerra, quando fu ripopolato dai dipendenti delle ferrovie, e confrontarle col degrado odierno. Quel nome, via della Devozione, riempie già un titolo.

La favola senza lieto fine di Andrea, la trans gentile, finisce sui quotidiani, sul comodino di Saba in ospedale. Pasquale dorme in sala d’attesa. Ha seguito l’ambulanza in motorino piangendo e urlando sotto al casco e quando finalmente gli giurano che Saba non morirà smette di bestemmiare, chiama lo studio e avvisa che non tornerà mai più. Pazienza per l’affitto e addio a quel lavoro infelice per colpa del quale aveva smesso di suonare. Sarebbero tornati per locali, lui e Saba, oppure se ne sarebbero tornati a Londra, chissà.

Poi di Andrea non si parla più.
Teresa ha smesso di uscire. I figli hanno chiamato Raffaele raccomandandogli di stare attento, hanno saputo che nel quartiere tira una brutta aria. “Soprattutto per mamma, non è proprio il caso che prenda uno spavento o, non sia mai, uno spintone o qualcosa di peggio, ci manca solo questo.” Raffaele ha detto di stare tranquilli, avrebbe pensato a tutto lui, come al solito. È andato a fare la spesa, a comprare un pezzo di ricambio per il condizionatore, è tornato a casa, l’ha aggiustato, ha cucinato insieme a Teresa. L’indomani fa più o meno le stesse cose, non c’è nessun condizionatore da riparare e quindi compra un Gratta e Vinci. Non vince. Il giorno dopo non c’è neanche bisogno di fare la spesa, il frigorifero è pieno. Raffaele esce lo stesso e compra due pastarelle, una per sé e una per Teresa, alla faccia della glicemia. Dopo pranzo, quando le porta in tavola, gli è passata la voglia e mentre sua moglie mangia anche la sua vorrebbe chiederle se anche lei ha quel groppo in gola, quel peso che non se ne va. In televisione torna la faccia di Andrea. Sulle prime Raffaele si arrabbia: ma come, ora che finalmente ci stiamo dimenticando questa brutta storia, e poi quello l’hanno preso, che altro vogliono da noi? Perché non lo lasciano in pace questo quartiere, una volta si stava così tranquilli. Il sottopancia dice che nessuno vuole pagare il funerale. La giornalista spiega che Andrea era sola, non aveva amici, la famiglia è irrintracciabile.

Teresa guarda la televisione senza dire niente. Raffaele pensa la stessa cosa di sua moglie. Mentre la giornalista racconta la notizia successiva, un matrimonio reale nel nord Europa, e poi passa alle controindicazioni dei raggi solari, Teresa si è già alzata per sparecchiare e Raffaele ha preso dall’armadio i vestiti buoni per entrambi. Nessuno dei due ha bisogno di dire all’altro di muoversi, che bisogna far presto prima che chiuda la banca.

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© Nadia Terranova