Gabriele Di Fronzo, Il grande animale

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Gabriele Di Fronzo, Il Grande animale, Nottetempo, 2016, € 12,00, ebook € 6,49

di Mario De Santis

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Superata qualche perplessità per la troppo ingombrante memoria de L’imbalsamatore, nel film omonimo di Matteo  Garrone, e la quasi ovvia comparazione tra la storia personale del protagonista (rimasto solo, giovane, con un padre ora ammalato gravemente) e il suo lavoro di manipolatore di cadaveri animali; superata la perplessità sul titolo, coerente, ma che troppo mi porta a pensare a Philip Roth, anch’esso ingombrante, de L’animale morente si entra in un ottimo esordio nella narrativa italiana.
È quello di Gabriele Di Fronzo con Il grande animale, che ha il suo pregio generale nel fatto che rende coerente, col procedere della storia, la forma della scrittura adottata, specie nella parte finale, con il suo contenuto narrato, con l’impianto allegorico del testo. Di Fronzo si attiene a quel postulato ispiratore dell’incipit che il suo protagonista pronuncia: svuotare.
«Ho fatto esperienza che qualunque cosa non si voglia perdere va innanzitutto vuotata, bisogna fare spazio, sgomberare, portare via quello che c’era in precedenza, occorre sempre togliere: solo così, ciò che altrimenti subito scomparirebbe, rimarrà nostro per sempre.» È una regola del tassidermista. dichiarata subito dal protagonista, che si può ben applicare anche allo scrittore Di Fronzo, esemplare piuttosto originale nella fauna dei trentenni di questi anni ’10 del XXI secolo. Schiere italiane, postume più che le altre, col loro perenne accudire un altro grande animale morente da sempre, il romanzo.
La storia de Il grande animale è presto detta ed è una storia di lutto per un genitore –  esperienza determinante, quindi universale, ma che abbiamo visto spesso negli ultimi tempi trasformata in romanzo.
Francesco Colloneve, imbalsamatore, finito a fare un mestiere così particolare forse nella  giostra della precarietà,  ha un padre che si ammala e lui, figlio unico, se ne occuperà, non essendoci più una madre. E questo confronto ravvicinato prima con la malattia e poi con la debolezza paterna rimette sul piatto la loro storia e la memoria di un rapporto a due, l’intreccio,  le colpe, le mancanze. Ne inverte i rapporti di forza, scivolando verso il punto finale.

Colloneve ci racconta in prima persona, ma come se praticasse un lungo borbottio, tra sé, col tono asettico del suo lavoro, le minuzie pragmatiche, le tecniche della manipolazione di interiora e pelli, così come con la medesima cruda, oggettivata naturalezza non patetica, descrive come il padre si ammali, cada in casa, degeneri, muoia. «Prendere confidenza, scambiarsi perché no cordialità con l’animale su cui sto lavorando è essenziale»: da un lato Colloneve stringe sempre più intimità con il già-morto, dall’altro si occupa di «quel fantoccio spiumato di spugna azzurra che era diventato mio padre» costretto all’immobilità, ogni giorno di più. Il racconto procede anche disseminando simbologie evidenti (forse fin troppe: «per farlo bere i primi giorni appena dopo la caduta, la spugnetta andava intinta nell’acqua e poi datagli da succhiare… e l’avevo applicata all’estremità di un bastoncino di legno”…»).
È interessante invece un elemento, più raro nel panorama italiano, una tenuta della scrittura su questo tono di distacco partecipato per arrivare ad una sintassi che non si concede a nessuna grammatica interiore sentimentale, predefinita. Come Colloneve con gli animali imbalsamati, anche Di Fronzo si rifiuta di dare ai suoi personaggi «posizioni da manfrina»: lucidità, oggettività, tenuta «con puntiglio feroce». L’arte della fissazione della non-vita, come fa l’artista, de-crea la natura: nelle sue mani, una volta morta, la cosa naturale assume il sex appeal del’inorganico. O banalmente: si fa natura morta.
L’oggettività, la precisone neobarocca del dettaglio iperrealista, sono nella scia della fissazione metonimica come forma di resistenza al dissolvimento nel lutto.   La situazione. per certi aspetti dichiaratamente  gotica – un padre malato, un imbalsamatore in casa con  animali morti, una casa con i mobili tagliati i a metà dopo la scomparsa della madre, il padre che vorrebbe una doccia e non una vasca ma non lo chiede al padrone di casa bensì getta acido muriatico nei tubi, l’ossessione di un autopsia del vivente nell’accudimento, persone che suonano al citofono per farsi imbalsamare animali ecc. –, diventa man mano che Colloneve procede un imprigionamento volontario e uno scivolamento di tutti e due dentro una sottile straniamento, un deragliamento lucido verso anche una morte svuotata del suo terrore.Anche la morte è un linguaggio.  Non è un caso che il padre perda via via anche parte della facoltà del linguaggio; «si sfalda» ed «evapora» – dice – la sua memoria, diventa un  pappagallo,  che adotta frasi e parole stranianti della tv o dei depliant –  insomma diventa poeta .
E sarà qui che allora, per evitare il disfacimento della coscienza come del corpo, che il padre – con un bel ribaltamento – chiede al figlio di ricordargli i momenti brutti vissuti assieme («gli altri non li ho dimenticati»), esercizio e cura della memoria, non terapia: non ci sarà un una vendetta. È solo il farsi oggettivo del male e della colpa, un  corpo a corpo, un teatro della crudeltà e della pietà assieme. Una resa dei conti senza redenzione, esposizione di ciò che è stato, senza concessione alla psicologia, ma con intarsi, centimetro dopo centimetro, della fisicità e della concretezza di un riavvicinamento. Come il procedere centimetro dopo centimetro sulla pelle degli animali.  «Un figlio ha in dote un futuro di canzonature» pensa Colloneve, guardando il corpo arreso al disfacimento del padre e tuttavia anche se hai subito una sottomissione, non necessariamente scrivi una lettera al padre. Forse c’è la possibilità anche di “compatirlo” dice tra sé Colloneve. Procede il racconto della violenza, senza perdono, identificazione, giustificazione. L’intimità con l’animale, col padre si farà prossimità con la sua nuda vita,  «soli, senza testimoni» nello stesso letto una coppia di fatto di puri esseri materici. Una vicinanza che si fa ctonia, misteriosa, silenziosa. Il figlio accompagna il padre, come Anchise, fuori dalla malattia e per certi aspetti fuori dalla morte, con una prossimità che è anche esser fuori dai ruoli e dalle identità. In una condizione post-storica che sotto sotto deve qualcosa a “La Strada”, ma ribaltata. E senza essere sociologico come non è psicologico, questo è un romanzo kafkianamente generazionale. Ma non è il romanzo di Telemaco come piacerebbe a Recalcati. Atarassia di un destino storico, che si fa tono, sintassi, lingua.
Da pagina 124 in poi,  in particolare. Qui inizia quella parte più interessante del romanzo, un lungo declivio a smorzarsi, in un pozzo artesiano del lutto, un canzoniere in morte in cui Colloneve percorre la deriva “egizia” della sua storia. (Nella differenza tra un racconto del lutto che è per certi aspetti somigliante e per altri molto differente da questo, pensavo a  “L’invenzione della madre” di Marco Peano e al dettaglio biografico dei due autori, entrambi di Torino, che è una città in cui la presenza sotterranea ed egizia della morte ha sempre avuto una sua rilevanza, anche nella contemporanea fisicità ingombrante del suo famoso museo di mummie).
Morto il padre, l’imbalsamatore – annunciato da una misteriosa presenza femminile che vuole fargli imbalsamare una tartaruga, non a caso – si dedica ad un processo di decostruzione della casa e di costruzione al tempo stesso di un’entità museale della vita stessa. Geometria egizia, piramide, mausoleo.  E si nota nel procedere verso l’acmeismo a-emozionale del libro la frequentazione di Di Fronzo degli appuntamenti di “RicercaRE” a Reggio Emilia. Insieme a “Cella” di Gilda Policastro – altro racconto di autoreclusione, altra narrazione – si sottrae ad ogni naturalismo emozionale di ritorno, presente in molti autori contemporanei.
Di Fronzo è del 1984. Fa parte di una generazione che non solo viene cinquanta e più anni dopo “il romanzo sperimentale” del gruppo 63, ma ormai venti esatti da quando quella lezione-tradizione fu disseppellita – laddove era stata imbalsamata, ovvero nelle aule universitarie come Duchamp in un museo e usata come come una salma-ascia di guerra : era il 1996 della  “gioventù cannibale”.
La furia di Colloneve verso la casa è totalizzante, di chi non vuole continuare e ci si seppellisce dentro. Al lutto della dramatis personae come lo leggerà “il lettore comune pubblico” va sovrapposto anche l’impatto al quale questo tipo di scrittura, se fosse portato all’estremo e se Nottetempo lo avesse lasciato procedere nella sua furia de-creativa, lo avrebbe trascinato. Forse ad una minore leggibilità e vendibilità, ma sarebbe stata la via del canto giusta, per riportarlo a quegli avi di cinquanta anni fa. Ora definitivamente seppelliti.
Portare allo stremo la scrittura, ce ne sono cenni qua e là. Il segnale è chiaro:  Di Fronzo si riprende il repertorio e la pratica – a fronte di una letteratura empatica, emozionale, leggibile – dello svotamento al grado zero dal romanzesco, praticando una scrittura che si fa a-emozionale. Lo stile adottato da Di Fronzo diverso dai repertori più comuni, di fatto finisce per essere una sorta di allegoria neo-barocca della “morte del romanzo”, che se è tale, si registra proprio nell’ingombrante ipertrofica presenza del romanzo medesimo, quello imbalsamato nel repertorio di tutte le sue forme e strutture possibili, celebrate nel supermercato – o grande funeral party collettivo – che si chiama il Sistema delle Scuole di Scrittura. Di Fronzo e Colloneve lavorano in parallelo a decostruire, smontare e rimontare la casa-romanzo. Non lo tira fuori dal ventre della balena, ce lo lascia… de-simbolizzazione estrema. In un passaggio meta-artistico di quel repertorio simbolico, Colloneve sfiora la possibilità di mettere la sua tecnica a disposizione di un artista che deve esporre un cavallo appeso imbalsamato (che si può vedere a Rivoli, extra testo), ma si rifiuta. Superata un’effimera notorietà per questo, quando l’artista famoso lo citerà come esempio di integrità, Di Fronzo regala al suo protagonista l’emblematicità di chi si sottrae anche alla macchinazione dell’ironia e dei paradossi che da Duchamp in poi ci siamo abituati a cavalcare. Anche quel cavallo è morto.  Resterà nell’invisibile del grado zero, lo praticherà dopo la morte del padre e Di Fronzo lo accompagnerà con un effetto di straniamento formale, alla luce del fatto che ogni linguaggio è inadatto a rappresentare una realtà di cui tutte le rappresentazioni sono di fatto retorica, ma pure ci siamo sepolti dentro di esse. Colloneve e Di Fronzo, nella condizione di chi viene “dopo”, a stare qui, fino a che «non ci sono più spoglie che possono stormire  e chiamare il mio nome quando sarà la notte.» [*]

*]  A Torino in queste settimane c’era una mostra di Christian Boltanski alla Fondazione Merz che ha proprio – di nuovo la Torino egizia – questo titolo “DOPO”…l’installazione principale è nel sotterraneo, avvolta in un silenzio irreale: scatole come fossero oggetti di una casa ormai dismessa sono ricoperte da lenzuoli bianchi, una grande scritta che dice “DOPO”. il nostro presente è un dopo di qualcun altro che non c’è più, noi siamo svuotati, siamo lo svuotamento, siamo questo necessario archiviare per dimenticare e imbalsamare per rendere eterno questo presente che non avendo sogno di un futuro, utopia o progenie biologica che sia, cancella la morte rendendosi inorganico svuotamento dell’essere, praticato da Di Fronzo con la scrittura sul corpo della Letteratura e da Colloneve con la materia bruta del corpo del padre e della casa: rendere falsamente vivo ciò che di fatto ha la verità solo nella morte e annullare nella fissazione della forma il tragico

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© Mario De Santis

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