Regina Pradetto Tonon, Poesie. Nota di Fernando Della Posta

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Regina Pradetto Tonon, Poesie. Nota di lettura di Fernando Della Posta

Una famosa canzone di Mogol e Battisti invita fraternamente a riposare chi, tra le altre cose, viene vinto dalla stanchezza e dalla fatica, esortando a cantare. Ed è bello indugiare, a volte, nei momenti in cui la stanchezza, la riflessione e il silenzio giocoforza si fanno strada nella nostra vita. Così mi piace vedere la poesia di Regina Pradetto Tonon. Una sua lirica sembra suggerirlo chiaramente a pag. 40: “quando solo, nell’aia/ il cane desto/ vigila il silenzio/ quando/ anche l’ultima rondine/ ritorna al nido/ perdendo le grida nel vento/ allora, solo allora/ io canto.”
Leggendo, di primo acchito, viene in mente il Pascoli, soprattutto per l’uso continuo di riferimenti a luoghi letterari come la bellezza delle piccole cose e le dolcezze del nido casalingo e familiare, proprio come succede a pag. 72, “le castagne cuociono nel camino/ ed un bicchiere di vino/ aspetta di essere bevuto./ Giocano i bimbi/ e una chitarra/intona un fa minore.” o a pag. 82, “Dal camino un tenero fumo invade/ esalta primitivi aromi di grano e farina. / Profumo di pane.”. Ma se nel Pascoli è bello indugiare per perdersi, nella Tonon il nido è funzionale ad un risveglio necessario e quanto mai agognato: a pag. 15 infatti, “non devi morire/ rondine sola/ hai ancora un nido da inventarti”; ma anche a pag. 22, “parte sola una rondine/ scordando un nido”; o a pag. 26, indicando qualcosa che incessantemente invita a distogliersi: “La stessa voce/ ritorna a parlare/ dell’acqua/ che cade silente/ sul tetto d’un tacito nido”.
Oltre al Pascoli, è evidente il legame con Ungaretti. Il libro della Tonon è finemente tessuto anche da poesie brevissime composte da versi brevissimi che, però, hanno poco a che fare con il carattere tempestivo ed immediato del lampo in mezzo alla battaglia, come è per L’Allegria del poeta di Alessandria d’Egitto. La pacatezza del linguaggio e delle immagini usate dall’autrice ci consegnano un lavoro armonico e delicato che placa lo spirito in tempesta, in cui gli stessi temi di Ungaretti, il rapportarsi con la fragilità dell’esistenza, il ricordo dei luoghi dell’infanzia, la necessità di sopravvivere e di sentirsi vivi in mezzo alle macerie di un mondo impazzito e tutt’altro che benevolo, si manifestano nei luoghi del vivere quotidiano e degli scenari naturali della contemplazione. Tra i tanti esempi da poter citare nel libro, ci sono i versi a pag. 36, “La nave scompare/ fra le onde/ mentre fiori/ cadono sulle rive” che sembra essere quasi un omaggio a Soldati, e la lirica a pag. 64, Nel tuo torpore, che sembra strizzare fraternamente l’occhio a I fiumi.
L’ira e l’auto-commiserazione sono presenti in minima parte e il volume è anche punteggiato qua e là da situazioni felici come può esserlo una cena in baita fornita di ogni ben di Dio e di calore umano. Perciò non ci troviamo di fronte ad una stanchezza che cede al vittimismo e al patetismo, ci troviamo al contrario davanti ad una stanchezza rigenerante, in cui ritrovare all’estremo, sempre e comunque, un barlume di forza da cui ricominciare di nuovo la battaglia quotidiana. Non ci sono entità letterarie negative definitive come “l’atomo opaco del male” del Pascoli o la Natura Matrigna del Leopardi, e dice bene, in linea di massima, il prefatore, nella sua breve nota introduttiva: “La poesia di Regina per certi versi […] è resistenza, è lotta e libertà, è desiderio e paura di lasciar sbocciare un fiore carnivoro”.
E anche il Leopardi sembra essere un autore a cui Regina si ispira, soprattutto sul tema dell’infinito. Per l’autrice, però, esattamente come per gli argomenti cari al Pascoli, esso non è un luogo di annullamento e di fuga interiore, ma è un luogo di suggestione e di riflessione, pag. 14 “Anche la poesia è stanca./ Le grida vicine dei bimbi/ paiono lontane./ Infinite nell’infinito”, luogo intriso della consapevolezza che il crogiolarsi non basta, come a pag. 25 “persino l’eterno/ ha posto il suo fine”, o a pag. 16 “all’infinito rimani/ stancati dei tuoi/ confini”. Infinito che, immancabilmente, s’innesta nelle nostre vicende quotidiane come un qualcosa di necessario, per rigenerarci e tonificarci tra un nostro domani e l’altro, una sorta di palestra dell’anima che si estrinseca attraverso la parola poetica: “l’indefinito primeggia/ perché/ il nostro domani/ viene dopo l’infinito”.

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Sai,
quel vento che senti la sera
quando tace la cicala,
quando la formica va più in fretta
per mettere al riparo
gli ultimi chicchi
dall’addiaccio della notte;
quando solo, nell’aia
il cane desto
vigila il silenzio,
quando anche l’ultima rondine
ritorna al nido,
perdendo le grida nel vento,
allora, solo allora
io canto.

 

Han toni diversi le cicale.
Un canto più triste l’usignolo.
Anche la poesia è stanca.
Le grida vicine dei bimbi
paiono lontane.
Infinite nell’infinito.

 

Sta il vento a riposare.
Il cielo cade in calici di ombre
Incantato il mare
sorride e sta ad ascoltare
i rigurgiti dei marosi.
La notte stende il suo male.
Cantando una zingara, ritorna.
Stasera tutto si confonde
fra fumo e lacrime sommesse,
in domande che soffro.
Apriti mela, libera il tuo verme!

 

Canzoni davanti al fuoco del camino
fra caldarroste e grigliate.
Amori, amicizie confuse
in fraterne ambizioni e speranze
che insieme auspicavamo.
Al Mulinetto della Croda
abbiamo lasciato i nostri vent’anni
in un caffè alpino, un coro a più voci
e tanta, tanta voglia di esistere.

 

La legna accumulata confusa
di quercia, faggio e castagno
effonde profumi di resine
che il taglio recente
ravviva e rafforza.
Dal camino un tenero fumo invade,
esalta primitivi aromi di grano e farina.
Profumo di pane.
Un ramo verde d’allora crepita.
Divertito il bimbo si esalta e chiede
“ancora, ancora”.
Fuori scende la neve e fodera la terra
di coltre sottile.
I gatti, in rappezzi di fortuna
aggrediscono il freddo
aspettando un pasto caldo.

 

Poter piangere
per le strade di notte
e, camminando scalza,
sentire le dita
divenire
radici di un albero buono.

 

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Nata a Vittorio Veneto (TV) e residente a Roma, Regina Pradetto Tonon coltiva la passione per la pittura intesa come strumento catartico più che creativo. Ha partecipato ad una serie di eventi di pittura collettiva che nello specifico erano mirati a dare luce al mondo lavorativo e a quello femminile. In particolare nutre da sempre, sin dall’adolescenza, la predilezione per la poesia ed ha pubblicato nel 2005 per la rivista “Orizzonti” ed. Aletti e nel 2014 una raccolta di suoi componimenti per la rivista “Poeti e Poesia” della collana “Sentire” di edizioni Pagine. Ha partecipato, nel 2014 e nel 2015, al reading di poesia all’interno della manifestazione Sant Rock & Roll di Pontecorvo in provincia di Frosinone.

© Fernando Della Posta

 

 

 

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