#Outoftime 25. Di Raffaele Calvanese

Out-Of-Time-cover

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La musica per i primi figli è una strada in salita. Il percorso per capire quali siano i grandi dischi da ascoltare assolutamente e quali siano poi i “tuoi” dischi è lungo e tortuoso, non privo di deviazioni, di ritorni e di vicoli ciechi.
Nel marzo del 1991 io di Out Of Time non sapevo nulla, né tanto meno sapevo dell’esistenza dei R.E.M. per qualche tempo ho addirittura pensato che A che ora è la fine del mondo fosse un pezzo originale di Luciano Ligabue. Ma fortunatamente il tempo è galantuomo e, come l’oceano, porta a riva tutti i messaggi lasciati con la speranza che prima o poi qualcuno li ritrovasse, il tempo è un fattore secondario. Questa è più o meno la mia storia con il gruppo di Athens, Georgia, profondo sud degli Stati Uniti. Si perché come nelle migliori storie col tempo ho trovato sempre più elementi che mi accomunassero al gruppo di Michael Stipe. Il primo ricordo che ho di questo album è che corsi a comprarlo con i soldi del Mak P organizzato all’ultimo anno delle superiori. Faccio parte di quelli che quando avevano due soldi correvano a comprarsi un disco, e Out Of Time era uno di quelli che avevo desiderato un bel po’, erano gli anni in cui un disco non potevi ancora ascoltarlo su Youtube, al massimo potevi farti fare la cassetta da un amico, e quindi molta della musica che girava allora passavi più tempo ad immaginarla che ad ascoltarla davvero. Il disco dei R.E.M. era uno di quei dischi che all’epoca ascoltavi tutto di fila non fosse altro che per tutto il tempo che avevi passato ad aspettare di ascoltarlo, tanto che ancora oggi quando, insolitamente lo riascolto, magari in streaming, ricordo l’esatta sequenza e gli attacchi di ogni canzone sul finale della precedente.
Questa sensazione rende il lettore che vi si riconosce appartenente alla categoria dei reduci di un’epoca in cui i dischi si ascoltavano per intero, anche se per quanto riguarda Out Of Time il 90% della popolazione mondiale ne ignorerebbe l’esistenza se non fosse per due canzoni, ovvero Shiny Happy People e Losing My Religion. Soprattutto la seconda rende questo album una sorta di caso di studio, il classico esempio in cui una canzone mangia il resto dell’album. Uno dei maggiori successi degli anni ’90, uno dei video più trasmessi della storia di MTV, uno dei significati più travisati della storia della musica contemporanea, tutti gli ingredienti giusti per rendere questa canzone e questo album un classico immortale della musica moderna.
Out Of Time è un disco capace di portare il rock alternativo a tutti, un disco che piazza due o tre singoli tra i mostri sacri da classifica, dopo questo album essere alternativi non spaventava più. Fu la rivincita dell’underground, non senza qualche compromesso sparso qui e lì all’interno della tracklist. Alcune canzoni però come quella d’apertura, Near Wild heaven e Belong restano grandi canzoni, vittime di monumenti come i singoli più conosciuti, ma che ancora oggi dopo 25 anni hanno qualcosa da dire.
I ‘Rem’ avrebbero continuato la loro scalata alla storia della musica americana trovando la formula magica capace di mettere insieme il mainstream e l’alt-rock, avrebbero sfornato altri album indimenticabili. Inutile dire che nonostante non avessi fratelli maggiori che mi avessero suggerito di ascoltarli appena acquistai Out Of Time capii che d’aver imboccato una la strada giuste, una di quelle che percorri spesso, una strada familiare. Di lì a poco sarebbe venuto Automatic For The People, avrei conosciuto Nightswimming, e non sarei mai più tornato indietro. Avrei però cominciato a consigliere i R.E.M. a chiunque, perché come i messaggi lasciati in una bottiglia in mare non conta tanto il quando, ma il trovarli.

© Raffaele Calvanese

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