I me medesimi. N. 8. Eugenio

Parigi 2015 - foto gm
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I me medesimi. N. 8. Eugenio

Eugenio si svegliò e sua moglie non c’era. Questo era normale perché lei cominciava a lavorare molto prima, alla mattina. Quindi si alzò, si fece un caffé, la barba. Si lavò e vestì. Prima di uscire cercò i gatti, per far loro una carezza, ma dovevano essersi nascosti in qualche armadio. Eugenio sbuffò e decise di uscire per non perdere i minuti di anticipo che quella mattina aveva, in qualche modo, guadagnato.

A pochi metri lontano da casa incontrò un vecchio collega, andato in pensione tempo prima. Si salutarono e scambiarono due parole di cortesia sui vecchi tempi ed Eugenio proseguì la strada per l’ufficio, con un anticipo un poco più modesto di prima.

Alla fermata del tram Eugenio perse il suo mezzo perché fu avvicinato e trattenuto da una signora che venne fuori essere una vicina di casa di sua madre. La donna si ricordava di lui da bambino e da ragazzino e gli voleva spiegare per filo e per segno come mai fosse a quella fermata. Eugenio, che non gliel’aveva chiesto, mancò comunque il tram in partenza e decise di andare a piedi a prendere la metropolitana poco distante per recuperare i minuti persi a chiaccherare.

Sul vagone del metrò Eugenio incrociò lo sguardo con un tizio che gli sorrise. Era un compagno di scuola delle superiori. Eugenio aveva sentito che era stato malato anni prima, ma poi più nulla. Doveva essersi ripreso bene. Eugenio comunque non toccò l’argomento per evitare conversazioni troppo lunghe o che quello, addirittura, lo seguisse fuori dal metrò.

Una volta in superficie Eugenio vide essere ormai l’ora di sempre. Ciò voleva dire che era lievemente in ritardo. Deciso a riprendere il tempo perso per strada, Eugenio si mise a correre. Correndo sul marciapiedi, però, quasi cadeva andando a sbattere contro un signore. Neanche a farlo apposta quel signore era suo zio che sbucava fuori dalla porta di un panettiere. Lo zio di Eugenio era sempre stato per lui un vecchietto, fratello di sua nonna, che viveva in campagna. Che ci fai qui? Scappò a Eugenio, che subito si pentì della domanda. Ma il vecchio non lo trattenne, si limitò ad alzare le spalle. Vienimi a trovare, disse a Eugenio lo zio.

Ormai il ritardo era fatto, anche peggio del solito. I colleghi erano tutti taciturni qundo entrò. Non lo salutarono, continuavano anzi a guardare in basso verso le loro tastiere. C’era un’aria grave, da funerale. Il capo doveva essere nero quella mattina. La porta del suo ufficio si spalancò all’improvviso ed Eugenio fu chiamato dentro. Non era ancora entrato che il capo aveva già incominciato a urlargli contro.

Eugenio, che già non rispondeva mai, quella mattina rimase completamente interdetto. Non capiva come mai il capoufficio, quella mattina, fosse impersonato da suo padre. Non fece domande perché quello s’imbestialiva sempre di più e a un certo punto lo portò anche dal direttore. Camminava dietro a lui nei corridoi, fino alla porta del direttore, e non si faceva domande neanche da solo. Quando, però, dietro alla porta del direttore, scoprì esserci suo nonno, Eugenio venne finalmente sfiorato dal  pensiero di essere morto. Ripensò a tutta la mattinata da quando si era svegliato. Probabilmente nel sonno, concluse.

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© Paolo Triulzi

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